Metti una sera il cinema al Tufello
Per una sera, a Roma, la cultura va a casa delle persone. Gratis

Nato e cresciuto burino di provincia, quando sono andato a vivere nel quartiere Talenti, la parte più periferica di Roma Montesacro, ci ho messo un po’ per sentirmi a casa. Il quartiere era bello, i palazzi non troppo alti, c’erano tanti alberi e, come si dice, “avevo tutto a portata di mano”. Ma a me mancava qualcosa. E l’ho scoperto una sera che, per caso, finii a mangiare una pizza in un locale del Tufello, un quartiere adiacente al mio ma con il quale non ha niente a che spartire.
Al Tufello, quartiere “antifascista” com’è scritto su uno dei muri che lo delimita, il vecchio intonaco delle case popolari si colorava di ocra con la luce delle otto, facendo pendant con le serrande verdi dei palazzi bassi, ai cui piedi c’erano sedute le signore sulle sedie a guardare la vita della gente. Col tempo, imparai a scoprire tutte le scritte e i posti storici di questo quartiere: la scritta “Benvenuti al Tufello” dalla parte di via Monte Cervialto, zona Prati Fiscali, quella dedicata al capitano dello scudetto degli anni ’80 “Ago tira la bomba” e quelle praticamente ovunque del “Refugee Welcome” sui muri che fiancheggiano le piccole stradine con i soliti problemi di parcheggio. E poi la palestra comunale Valerio Verbano, il Defrag con i concerti a 5 euro e uno spiazzo abbandonato che lì chiamano parco dove il primo maggio si fa la festa del lavoro fra vicini.
Fu amore a prima vista: al Tufello ritrovai l’anima popolare, i problemi che sono i tuoi e quindi anche i miei. Improvvisamente, la Talenti dove la moglie del mio padrone di casa trovava l’aria più rarefatta rispetto a dove abitava, accorgendosene “per i capelli che le si afflosciavano” (tutto vero), mi sembrava molto più lontana del chilometro che era distante.
E così, in una sera d’estate qualsiasi, il traffico del quartiere aumenta, per le strade gira gente che non è della zona e te ne accorgi subito; noi con loro attraversiamo i cortili delle case popolari, saliamo i gradini rovinati che separano due palazzi e andiamo anche noi a ingigantire il mosaico colorato di gente in una conca che sembra un anfiteatro chissà quanto voluto dal progettista ATER. C’è chi porta da mangiare e da bere, qualche altro apre le sedie pieghevoli del mare o stende teli, i bambini corrono nei pochi spazi liberi mentre i più anziani sono seduti di fronte al tavolo dove Mario Sesti e Valerio Mastandrea parleranno di cinema di lì a breve.
L’atmosfera è suggestiva: come se fossero dei buttafuori, due palazzi proteggono le spalle di questo prato sempre più affollato mentre il sole tramonta. E quando il sole non ci sarà si accenderanno le luci delle case. Noi, in piedi, non abbiamo spazio libero intorno tanta è la gente che ha raccolto l’invito di Christian Raimo, prodigo assessore del terzo municipio, a partecipare a questo evento gratis in un quartiere popolare, in una zona dove gli spazi culturali sono pochissimi e a pagamento. Questa sera, invece, al Tufello si sta insieme, si ride e si imparano cose con Mastandrea e Sesti senza pagare il biglietto.

Mia moglie dice al piccolo di sette anni di guardarsi bene intorno, che quella a cui stiamo assistendo è una cosa importante. Lui è un po’ spaesato, non capisce cosa porta qualche migliaio di persone a radunarsi su un prato dove apparentemente non accade nulla. Ricorda, però, che siamo vicini a quella pizzeria dai prezzi popolari, normali vorrei dire, che a lui piace tanto. Gli basta per stare bene. Quando Raimo dice che bisogna tesaurizzare la cultura penso che sia il primo a usare quel termine al Tufello, ma poi penso che sia solo un pregiudizio stupido il mio. Sono oltre 200 mila le persone che abitano a Montesacro, e ci sono solamente un teatro e un cinema a disposizione. “Il centro commerciale Porta di Roma non è il luogo dove può esserci convivialità” dice Raimo. Applausi convinti.
Perché è importante che Mastandrea e Sesti parlino al Tufello? Perché è un quartiere dove il disagio è all’ordine del giorno. C’è un centro sociale in zona, l’Astra, che oltre ad aver messo a disposizione le scarse infrastrutture per la serata, ha ricordato che gli ascensori delle case popolari non vengono riparati, costringendo gli anziani a rimanere in casa, e poi che gli sfratti sono all’ordine del giorno e che il quartiere vive una grande ritorno della dispersione scolastica.
E allora ecco che la storia di Mastandrea, uno normale “finito a fare l’attore per caso”, come ammette praticamente subito, può dare speranza, sicuramente sollievo in una sera in cui si possono dimenticare i problemi e farsi qualche risata. L’attore nato e cresciuto nella Garbatella è simpatico. Veste un jeans largo, sneakers e una maglietta bianca, gli bastano cinque minuti per far ridere la platea e sentirsi uno di loro, “uno che è finito a fare questo mestiere perché accompagnavo un’amica ad un provino”, e che alla domanda “A cosa serve fare l’attore?” risponde: “a manifestare le insicurezze di una persona normale come me, non a comprasse le case belle”. Mastandrea dice di aver festeggiato 25 anni “di disonorevole carriera”. La gente ride ma lui li rabbonisce: “No no, è così, io so la verità”. Risate.

Gli applausi arrivano quando il cinema gli dà la scusa per dire cose sensate sui migranti e su chi ci governa, lui non ha paura di prendere posizione. Dice che fare l’attore è molto più facile che fare il regista, “perché non deve fa un cazzo”. Mastandrea ha diretto il suo primo film da poco e questa esperienza, racconta, lo ha devastato. “Mille domande, ansie, angosce: molto meglio fare l’attore, non te devi preoccupà de niente”. Sesti, tornato appositamente da Venezia per presenziare, sorride divertito.
“Stavamo sul set dei tre moschettieri, io, Favino, Papaelo e Rubini”. La gente ride anche se lui non ha ancora detto nulla, e allora: “Ecco, da sta risata ho capito che non c’andrete al cinema”. Poi prosegue: “Eravamo imbardati de roba, truccati, barbe finte, cappelli, vestiti pesante, era luglio e se sudava. A un certo punto Favino me guarda e me fa con aria disgustata: pe’ fa’ ‘sto mestiere tocca esse’ stupidi”. Risate.
Racconta di quando è stato segato da Spike Lee per il provino di un personaggio di Miracolo a Sant’Anna. Il regista americano gli chiese di fare la scena urlando la rabbia del protagonista in maniera più convinta. Allora Mastandrea gli disse che, secondo lui, quel personaggio la rabbia ce l’aveva dentro, “inside” dice. Risate. Lee gli disse di rifare la scena come gli pare. “Alla fine hanno preso Favino, che è n’attore vero”, e giù a ridere come in quella scena di Boris nella quale Nando Martellone si lamenta che tutti i ruoli del cinema italiano li fa Favino.
Raimo lascia la sua birra da 66 sul muretto per far intervenire il pubblico. Le distanze si azzerano, metaforicamente e fisicamente, così la vecchietta over 65 gli chiede cosa può fare per la scarsa distribuzione di alcuni film e del caro biglietti. “Pagace er bijetto Valé” urlano da dietro. Arriva la bambina che esordisce al microfono con “prova prova prova” e gli chiede “quando pensi che smetterai di fare l’attore?”. E lui: “Ma chi t’ha mannata?”.
Si continua a ridere di cinema e con il cinema, la gente partecipa, qualcuno lascia, comunque è una bella serata. Ce ne saranno altre, la cultura continuerà ad andare incontro alla gente e non sarà più una cosa per pochi e paganti. Noi ce ne andiamo cercando e trovando la strada fra i cortili oramai bui degli stabili. In lontananza si vede la luce di viale Jonio, non ne sentiamo i rumori. Quando siamo alla macchina, ci giriamo per guardare il quartiere un’ultima volta e tornare a Talenti, dove il mercato degli affitti, bar, locali e negozi ha fatto terra bruciata di qualsiasi velleità “popolare”. Bello, dicono, ma non avrà mai l’anima del Tufello. E noi lì lasciamo la nostra.
