Vacanze in Grecia

Finalmente la Grecia, con venti anni di ritardo.

Claudio gens Giulia
Aug 25, 2017 · 15 min read

Al mattino, lasciata Corfu alle spalle e con Igoumenitza, la mia fermata, a un’ora di nave, esco dalla cabina in direzione bar salendo un paio di piani e attraversando con facilità ponti e stanze. La gente, i giovani che il giorno prima si erano impossessati di ogni metro quadro della moquette stantia di questa vecchia nave con il classico passaggio ponte come lasciapassare, preparando accampamenti di fortuna e rompendo il ghiaccio con la loro compagnia alla prima notte trascorsa assieme in vista di mare e musica fino a notte fonda, sono tutti scesi a Corfu. È qui che capisco che sono in netto ritardo. Pazienza.

La mia famiglia, io Fabiana e il piccolo Samu, abbiamo una meta residenziale, Lefkada, che sembrerebbe un’isola se non fosse per un istmo che consente di arrivarci con l’auto. Quando metto piede a terra è per farlo a Lefkada Town, la capitale dell’isola: un buon caffè, qualcosa da mangiare, un giro nelle incantevoli viuzze piene di negozietti e una maglia di Manolas in versione nazionale greca con tanto di numero 4 stampato dietro che se costasse meno di venti euro sarebbe già sulle spalle di Samuele. Declino le insistenti offerte di entrare dentro per vedere altre magliette (“we have also Bayern Monaco, Juventus”, vabbé…) e tiro dritto fino a Vassiliki, un minuscolo paesino con tanto di porto e un mare di livello standard greco, roba che in Italia devi scendere al sud per trovarlo così pulito. Dopo esserci sistemati in un albergo che affaccia su questa lingua di sabbia dritta per qualche chilometro, scendiamo in spiaggia perché sentiamo la necessità di fare un bagno: solo tastando queste acque cristalline potremo entrare in modalità vacanza. Quando Samuele gioca da solo sulla sabbia io e Fabiana lo guardiamo felici, sono le otto passate e il sole si avvia a scomparire dietro le montagne lontane qualche chilometro dalla spiaggia. Siamo finalmente in vacanza.

Porto Katsiki

Il centro della cittadina, dove tutta questa parte dell’isola si ritrova verso le dieci di sera per cenare, è un puzzle di negozi di artigianato, boutique e ristoranti. C’è un porto molto piccolo nell’insenatura di Vassiliki e ogni singolo metro del marciapiede che costeggia i moli è occupato dai tavoli dei ristoranti. Scegliamo quello che la guida riporta come il migliore e partiamo con un grande classico: insalata greca per la moglie, insalata di tonno per me, pasta in bianco per l’infante, il tutto ammantato da feta greca in tutte le forme possibili: al forno, fredda, col pomodoro. Il palato è soddisfatto e noi giuriamo amore eterno alla Grecia quando non ci abbiamo trascorso neanche 24 ore.

Al mattino seguente il mare placido che mano mano che il sole sale schiarisce la sua tonalità di blu fa da sfondo alla nostra colazione. Moglie è in modalità “trovare mare bello-immergersi-riemergere al tramonto” e dice che dobbiamo andare ad Egremni, una spiaggia fra le top 12 DEL MONDO.

Dialogo tipo:

“Ci si arriva scendendo per 700 gradini però merita”
“Andiamo”
“Alt: un terremoto ha distrutto la scalinata, non c’è più strada d’accesso se non via mare. Ok, ho un’alternativa: Porto Katsiki”
“Top…?”
“Top 20 pare”.

I gradini da scendere una volta fatto il Camel Trophy con la macchina in una strada di breccia che fiancheggia la costa, a 300 metri di altezza a strapiombo sul mare, sono solo 100. All’ultima curva nel sentiero giusto prima della scalinata i colori passano da marrone/verde a turchese/blu: gli occhi strabuzzano, alziamo gli occhiali da sole per assicurarci che non sia un effetto delle lenti e conveniamo: è effettivamente così. Fa caldissimo, troviamo posto per via del cambio turno, e cioè la gente che se ne va verso le due perché è impossibile tirare dritto fino alle sera se si è là dal mattino. Diamo dieci euro alla tipa per due lettini e un ombrellone a tre metri dal mare più bello degli ultimi 150 anni.

Inciso qualunquista con rabbia populista: il giorno prima avevamo pagato 8 euro per due lettini e un ombrellone per un mare di livello 8, dove 3 è Ostia e 10 quello di Bozcada al largo della Turchia; 8 euro comprensivi di due bevande a scelta (l’acqua è gratis e, qualora doveste pagarla, una da mezzo litro costa 50 centesimi SEMPRE anche nella spiaggia più abbandonata di tutta la Grecia). Scopriremo che sarà sempre così, pagando massimo 15 euro per la combo lettini-ombrellone e venendo sempre trattati con educazione, gentilezza e buone maniere. D’altronde la civiltà è nata qui e non a Maccarese.

Nuotiamo in mezzo ai pesci, che si vedono senza usare “la maschera da SUV”, così la chiama il piccolo confondendosi con l’auto. Fabiana parla solo di quanto è pulita l’acqua per circa due ore mentre io cerco di domare “Divertenti”, lo squalo gonfiabile che Samu ha fortissimamente voluto per fare la guerra a John Sherman, il materassino gonfiabile chiamato così in onore del batterista dei Red Fang, una band di stoner metal che fa dei video carini che hanno conquistato la sua seriale attenzione. Divertenti è scomodissimo, non ha superficie piana e ci metto due giorni a capire come usarlo per galleggiare; sarebbe stato molto meglio il gonfiabile a forma di seppia, solo che costava più del doppio e ho preferito usare i dieci euro di differenza in birre. Intanto, Samu e Fabi passano ore a ridere di me che provo a salire su Divertenti a pochi metri dalla riva. Non ne sono sicuro ma forse sta ridendo anche mezza Porto Katsiki. Abbandoniamo la spiaggia quando l’acqua perde un tono di colore per via dell’ora tarda. Risaliti i cento gradini, a circa cinquanta metri sul mare, ci giriamo a guardare questa collina interrotta dall’uomo per ricreare, con una distesa di ciottoli bianchi che amplificano l’effetto del sole al pari della parete bianca dietro il mare, una spiaggia fra le più visitate dell’isola. La guardiamo per imprimere il ricordo nella memoria di lunga durata tanto che ce ne andiamo solo quando chiudendo gli occhi riusciamo a rivederla nei nostri pensieri.

Un altro giorno attraversiamo l’isola con l’auto scoprendola rigogliosa di vegetazione. È selvaggia come piace a noi, con distese interminabili di ulivi e con arbusti di ogni tonalità di verde. Il percorso per arrivare a una qualsiasi delle spiagge di questa isola è sempre il solito: si sale verso la cima delle colline, curvando sui tornanti che, quando sono molto larghi e permettono la photo opportunity, ospitano sempre un chiosco di fortuna con anziane signore immobili per tutto il giorno e pronte a vendere marmellate, olio e olive, e poi si riscende velocemente su strade che costeggiano le spiagge, per parcheggiare in qualche radura e scendere per i viottoli scansando la vegetazione in attesa di scorgere il turchese delle acque. Ogni volta che vediamo una di queste spiagge, questa volta tocca ad Agiofili beach, passiamo minuti a campionare la tonalità di turchese delle acque nel nostro database mentale, per capire se è meglio di quella del giorno precedente e in che posizione della nostra classifica mondiale si collocano. Non ci sono molti turisti, non come le isole più titolate almeno, anche se queste spiagge risultano molto affollate. C’è molto ricambio tuttavia, è impossibile infatti reggere dalla mattina alla sera questo sole. Ascoltando il vociare dei bagnanti dopo un paio di giorni capiamo che c’è molto turismo interno e altrettanti villeggianti dei paesi balcani, con i loro macchinoni pacchiani posteggiati vistosamente anche nel parcheggio del nostro albergo.


L’itinerario predisposto da Fabiana, come a testimoniare che ha fatto il gimnasio, prevede tappa a Itaca. Il ferry che ci scarica in una piccolissima baia è vuoto. L’isola che conosciamo grazie a Ulisse è molto piccola ed è composta da una serie di villaggi, qualcuno sulle coste e un paio sulle colline. Ci dirigiamo dalla parte opposta del porto di Frikas e quando attraverso uno di questi villaggi tipici, Stavros, mi fermo subito. Un caffè certo, è questa la scusa, ma la verità è che nella piazzetta vedo delle macchine antiche parcheggiate per strada o davanti case con le porte colorate e i balconi infiorati. Nei bar che costeggiano la piazzetta ci sono degli anziani seduti con la birra alle dieci del mattino o le vecchiette che sorseggiano il caffè americano. Guardandoli, mi è venuta voglia di unirmi a loro in questo posto così lontano dal caos quotidiano e dall’atmosfera molto rilassante.

Scelgo un bar a caso. Un americano e un ottimo dolce locale sono la scusa per guardare una decina di persone vivere la loro giornata in un angolo sperduto della Grecia. La chiesa è chiusa e non c’è altra attività che siano bar o taverne locali. Penso alla pubblicizzata crisi della Grecia, quella del debito con i creditori e dei diktat della troika, e mi chiedo come abbia influenzato la vita dell’anzianotto con i baffi che chiama il figlio per farmi pagare, perché lui non conosce l’inglese. Controllo se c’è una wi-fi in questo minuscolo agglomerato di attività. Non ce ne sono: stupendo.

Quando arrivo a Vathi, la mia destinazione, lancio il cuore oltre la baia. Un’insenatura talmente concava da sembrare un fiordo ha come margine a terra un marciapiede largo con un muro basso a separarlo dal mare, uno spazio interamente occupato dai tavoli dei ristoranti che sono dall’altra parte della strada. Alle spalle di questo via vai frenetico di gente che attraversa la strada ci sono dei vicoli che formano una zona pedonale dove bar, ristoranti e negozi di artigianato locale si mischiano ai servizi essenziali per chi non è di passaggio, la posta, la banca, il ferramenta, il negozio di telefonia. Al porto troneggia una statua di Ulisse, con lo sguardo in direzione mare mentre il vogatore sotto di lui rema in direzione casa.

Ulisse
Omero e Vathy Bay a Itaca

Appena preso possesso del nostro appartamento, che ha una veranda che affaccia sulla parte giusta della baia, quella che rimane più assolata, abbiamo già una meta: la spiaggia di Filiatro. Passo per strade larghe quanto la mia macchina ma rigorosamente a doppio senso finché non trovo una radura di ulivi che arriva a dieci metri dal mare, turchese come solo il turchese sa essere turchese. Il mio ombrellone è un ulivo e i miei due lettini costano dieci euro, acqua inclusa of course. Mezz’ora di immersione in queste acque così trasparenti cancellano le faticose ore precedenti, compresa l’alzataccia del mattino per prendere il ferry. Capiamo che queste acque hanno effetti terapeutici più sulla nostra mente che sul nostro fisico.

Qui incontriamo i primi italiani, perlopiù arrivati nell’isola storica con la barca e con le sirene portate da casa. Sono, ad esempio, le tre coppie di giovani imberbi che ci ritroviamo vicini al tavolo del ristorante migliore di Vathi, quelli che passando vicino la statua di Omero al porto fanno “ma chi è questo? Caronte?”. Gente così, che fotografa prima di assaggiare il piatto e “ma che sei matta? Io senza Xanax nun esco mai de casa”.


Una farfalla con un’ala quasi il doppio dell’altra. Così è Cefalonia sulla cartina, un lembo di terra che imparo ad amare giorno dopo giorno, ché all’inizio non gli avevo dato molto credito forse solo perché è la più grande delle isole che visitiamo. Dormiamo nella parte occidentale, quella con meno centri abitati e quindi più selvaggia. Il nostro albergo è sulla spiaggia, immerso nella campagna e a 15 minuti di macchina da Lixouri, il paesino con il porto più vicino a noi. Dopo qualche giorno capiamo che Cefalonia cambia a seconda di quale parte si visiti. Puoi trovare le spiagge bianche sotto le pareti di colline interrotte e, cosa più sorprendente, spiagge di sabbia rossa, come quella del nostro hotel, e la cui tonalità si rispecchia anche nel cielo al tramonto quando, per una sorta di magia, uno strato di cielo si colora di rosa frapponendosi tra il blu del mare e il celeste del cielo alto.

Un tramonto a Cefalonia

Uno dei giorni decidiamo di andare all’estremo nord dell’isola, a Fiskardo. Ci vuole un’ora e un quarto di macchina per attraversare l’isola in longitudine, un percorso in cui ci fermiamo molte volte per scattare le stesse foto che abbiamo trovato su internet googlando l’isola. Scorci meravigliosi che si aprono fra le colline, con il blu del mare immobile a schiarire vicino la costa, diventando celeste per poi mutare in bianco. L’istmo di terra, il corpo della farfalla-isola, si raggiunge nei pressi di Assos, paesino famoso per ospitare un castello in una mini penisola. Maestoso, con le torri ancora in piedi, si erge sul punto più alto di quella collina che non è un’isola solo perché un ponte la collega ad Assos paese. Sembra una location perfetta per una puntata di Game of Thrones. Fiskardo, invece, è molto più moderna. Colpa del porto, che accoglie i turisti pendolari, quelli che visitano la cittadina e Itaca partendo da Lefkada in un’unica giornata. Il paesino viene invaso a orari regolare da turisti con panama bianchi e selfie stick da schivare durante la passeggiata, con i ristoratori che cercano di accalappiare i viandanti. Ci sono tante barche ormeggiate ma nessuna è di lusso. Troviamo un cocktail bar nascosto in un’ansa vicino la baia e sediamo in una terrazza con il mare davanti di dietro e di lato con qualche barca a spezzare le acque immobili del mare. Il celeste di queste acque si prende tutta la vista mentre noi sorseggiamo un capuccino freddo.

Poi, è tempo di andare in paradiso. Dopo tanto peregrinare per l’Europa, finalmente troviamo un mare con il colore degli occhi di Samuele: Myrtos Beach. È sulla strada di ritorno verso il sud dell’isola. Dalla strada costiera che passa ben alta sul mare c’è un bivio che introduce una strada in discesa. La percorriamo rapidamente, tanta è la voglia di vedere da vicino quello che abbiamo intravisto dall’alto. Quando mancano un paio di curve ad arrivare al livello del mare, lo stupore diventa realtà. Un lembo di ciottoli bianchi e sabbia chiara si estende per qualche centinaio di metri lungo una collina cui manca il solito pezzo. Il bianco della roccia rende l’acqua chiara, colorata di un turchese che pensavamo di non poter vedere in versione migliore rispetto a Lefkada. L’acqua di Myrtos ha un particolare: rimane turchese anche quando ci sei dentro, come se il fondo non fosse di roccia bianca ma pavimentato come quello di una piscina. È come se l’acqua fosse effettivamente turchese, tanta è compatta la sua tonalità che neanche da fuori, dall’alto o da pochi metri sulla spiaggia, ce ne si rende conto.

Myrthos Beach a Cefalonia

Prima di lasciare Cefalonia per la nostra ultima tappa, Zante, troviamo il tempo di passare un pomeriggio a Petani beach, un’altra spiaggia di “livello Grecia”, per poi avventurarci di sera nella campagna della zona sudorientale dell’isola dove pare ci sia uno dei ristoranti migliori, il Captain Nikolas. Sono le nove di sera quando dovrei svoltare a destra per il ristorante, ma invece giro a sinistra, perché vedo il mare colorarsi come mai avevo visto prima. C’è la spiaggia a pochi metri infatti, e perdersi questo tramonto che accentua il rosa trasformandolo in rosso sarebbe imperdonabile. Cerco di registrare un video con il telefono, scattare qualche foto, ma mi accorgo che non riesco a replicare l’assurdità di questi colori quando il sole se ne va. Rimaniamo a tavola fino a mezzanotte mangiando le solite prelibatezze locali godendoci il fresco che ogni tanto è interrotto da folate di scirocco che arrivano dal mare, sotto di noi a una decina di metri. Tutto molto bello.

Prima di imbarcarci per lasciare l’isola passiamo qualche ora ad Argostoli, la capitale di Cefalonia. È molto grande, più degli altri posti che abbiamo visto almeno, e ci stiamo il tempo di prendere un’insolazione, girando nella zona pedonale affollata di negozi che chiudono alle due in punto e dove ci si litiga l’ombra sugli scalini della chiesa, sperando che non arrivi nessuno ad innaffiare come a Firenze (anche perché ci farebbe un favore visto il caldo).


La guida dice che Zante sta combattendo contro il turismo di massa. A noi, che attracchiamo quando in Italia si cena, e che mangiamo alle dieci passate nel centro pedonale distante poco dal nostro hotel, bastano un paio d’ore per decretare che l’isola resa famosa in Italia da Foscolo sta perdendo questa battaglia. Il centro brulica di turisti non solo europei; si intravedono gli alberi delle tante barche a vela e catamarani di lusso ormeggiati nel porto poco distante dalla zona pedonale. Il sottofondo musicale è lounge, segno inconfondibile di come l’isola sia metà soprattutto dei giovani, che abbiamo visto poco a Lefkada, meno a Itaca, in pochi a Cefalonia.

A Zante dopo mezz’ora sentiamo proprio parlare romano, non italiano. Anche perché il giorno dopo visitiamo la spiaggia di Laganakas, poco più a sud di Zacinto Town, e scopriamo che è una zona totalmente dedicata al divertimento giovane. Ci sono stabilimenti che si estendono copiosi su una lunga distesa di sabbia chiara lungo una costa a forma di banana, di qui il soprannome di Banana beach. Per arrivare in questa zona dell’isola si percorre un rettilineo lungo che è un po’ il centro della movida notturna: discoteche, locali, ristorantini-café-bistrot-grill, supermercati di solo alcol (“Alcol World”), sale da gambling, noleggio di tutte le attrezzature possibili e immaginabili per il divertimento su acqua e anche un night club che apre poco prima della mezzanotte. Questa è la parte dell’isola in cui ci sono i giovani che girano con il quad, roba da desiderare un Hummer per schiacciarli quando fanno fare le code per strada.

Ci teniamo alla larga da questa zona dopo averla scoperta e decidiamo di fare due gite in barca per non perdere le due cose che vanno obbligatoriamente viste a Zante: la Shipwreck beach, la spiaggia raggiungibile solo via mare definita un paradiso terrestre, e la Turtle’s Island, l’isoletta situata nella riserva marina dove tartarughe enormi, lunghe anche più un metro, vanno di notte a deporre le uova.

Iniziamo con le tartarughe, denominate caretta caretta o loggerhead. La gita costa circa trenta euro a testa e si fa a bordo di barche con il fondo a vetro, che consente di vedere queste tartarughe quando passano sotto la barca. Le incontriamo appena ci stacchiamo dalla baia, prima di raggiungere l’isola dove ci fermiamo un’ora per un bagno nelle solite acque turchesi. Sono enormi, camminano sul fondale ma a volte vengono anche in superficie, tirando fuori la loro testa dal collo lungo, per la gioia di tutti noi appostati con macchine fotografiche e smartphone. Fanno tenerezza.

Il giorno dopo andiamo alla spiaggia del relitto, la cui foto vista su internet ci ha praticamente fatto scegliere di visitare Zante. Sappiamo che è una spiaggia trafficatissima, di quelle che finiscono nella classifica mondiale delle acque più belle, e quindi si parte di mattina presto. Solo che alle dieci, quando sbarchiamo su questo lembo di terra a sabbia fine che si estende per un centinaio di metri all’interno di una baia dove la roccia è spaccata, c’è già il delirio. Decine di barche, gommoni e yacht hanno già “scaricato” turisti e viandanti, che prendono possesso di qualche metro di spiaggia e si tuffano subito in acqua.

La spiaggia del relitto, shipwreck beach (Zante)

I tour durano un’oretta, anche perché la spiaggia non è servita e non c’è motivo di stare oltre. Le barche si prendono la quasi totalità delle acque, prese come sono dal carica-scarica turisti, a cui rimangono solo una ventina di metri per fare il bagno. Nessuno rimane a lungo in acqua, anche perché le onde delle barche ci sballottano di continuo mandandoci addosso alle altre persone. Ci si fa il bagno giusto per dire di averlo fatto insomma, anche perché le sono meravigliose.

E poi c’è il relitto, una barca di contrabbandieri di sigarette partita dalla Turchia e diretta in Italia il cui motore andò a fuoco a fine degli anni ’80 facendo arenare la barca sulla spiaggia dopo qualche giorno di mare, con l’equipaggio fuggito dalla nave e poi arrestato per contrabbando. Questo ammasso enorme di ferraglia arrugginito è oggetto di continue fotografie da parte dei turisti, immagini che non riescono a contestualizzare il luogo senza includere qualche altro viandante, anche lui sicuramente alle prese con una fotografia.

Stanchi da altri bagni fatti nei pressi delle Blue caves — niente che possa competere con chi ha visto Capri, tranquilli — rientriamo nel pomeriggio a Zante stanchi e in crisi di zuccheri. Tuffi, nuotate, immersioni, stancano anche nel mare più bello d’Europa. Ci riposiamo qualche ora e poi passeggiamo per il centro storico di Zacinto, intervallando aperitivi alla ricerca di un qualcosa che rimandi alla poesia di Foscolo. Di lui, a Zante, non c’è traccia.

Per l’ultima cena andiamo in un posto delizioso, il primo che non è la classica taverna greca. Consumiamo la cena in un patio che ovatta il vociare indistinto della piazza distante qualche decina di metri, e per la prima volta in vacanza paghiamo un conto più di cinquanta euro. La bottiglia d’acqua costa infatti tre euro. È italiana, d’importazione. Tutto torna, e quindi anche noi.

)

Claudio gens Giulia

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Prestaparole in forza al web con attitudine troll. Pluribocciato di provincia, gioco a tennis e ascolto metal

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