Venti anni di NAPALM DEATH
Il 23 aprile 1996 i Napalm Death suonano a Roma, al Circolo degli artisti. Il gruppo è inglese di Birmingham, città dalla forte tradizione operaia, si professa anarchico e musicalmente è la band più potente del mondo.

Molte volte mi sono trovato a spiegare ai miei amici il genere musicale suonato dai Napalm Death. “Grindcore” rispondevo, uno stile inventato da loro miscelando le sonorità hardcore, la rabbia del punk e velocizzando il tutto per stare nei confini del metal estremo. Sono attivi da fine anni ’80 e da allora vanno in giro per il mondo a sfasciare i padiglioni auricolari dei fan che li amano incondizionatamente.
Il 23 aprile del 1996 io vidi i Napalm Death dal vivo per la prima volta della mia vita. All’epoca, il Circolo degli artisti stava a via La Marmora, una traversa di piazza Vittorio Emanuele. Io vivevo in un paese sperduto di provincia, dove il Metal era solo la rivista che aspettavo con ansia ogni settimana dall’unico edicolante che c’era, e le musicassette scambiate con quei pochi amici che condividevano questa passione con me — e la frequentazione delle scuole superiori mi diede una grande mano in questo. Molte volte queste riviste arrivavano in ritardo, o erano pubblicate in ritardo. Internet non c’era nelle case delle famiglie italiane, e se non vivevi a Roma, dove in qualche quartiere avresti potuto vedere la locandina del concerto, l’unica maniera per sapere che il gruppo di Birmingham avrebbe suonato nella Capitale era leggerlo per tempo su Metal Shock.
Feci in tempo, e mi affrettai a comprare il biglietto. Mio padre, romano trapiantatosi in provincia contro ogni logica culturale, faceva il pendolare. Era a Roma tutti i giorni lavorativi e passava vicino all’Esquilino, dove c’era Orbis, una biglietteria che vendeva senza pregiudizi i ticket per Ramazzotti o per i Rotting Christ. Non ricordo quanto costò il biglietto, venti mila lire se non ricordo male, ma lo feci acquistare e lo custodì gelosamente fino al giorno del concerto. Quel giorno, andai a Roma con il treno, nel pomeriggio, e prima di cena ero già davanti il locale assieme a tanti altri fan. Non ricordo che maglia avevo, ma sicuramente era una maglia metal e il mio zaino Alpine Invicta. Non avevo ancora una maglia dei Napalm Death: l’avrei comprata in serata con i soldi della paghetta messi da parte per l’occasione.
Il gruppo, nel 1996, aveva preso una strana deriva musicale. Alla violenza degli esordi espressa tramite la folle velocità dei loro ritmi ora preferivano una violenza ragionata, controllata e maggiormente dilatata nei ritmi. Conservavano sempre i loro suoni e la loro asprezza vocale — e a me tanto bastava non essendo, musicalmente, tipo dalla mentalità chiusa — ma si erano stufati di essere solo dei casinari dal vivo. Era l’epoca del Grunge, dei Nirvana, dei Metallica al top, e loro avevano inserito il groove nelle loro canzoni assieme a qualche linea vocale più orecchiabile. I suoni di “Diatribes”, l’album che stavano promuovendo nel loro tour europeo, erano più puliti, i ritmi erano più sincopati e le parti veloci che noi fan amiamo erano ridotte al minimo. A me quell’album era piaciuto, e comunque non me ne fregava nulla: per me sarebbe stata la prima volta dei Napalm Death dal vivo.
Io stavo scoprendo la Roma dei concerti all’epoca, ero ancora impegnato con le superiori per via di una delle mie tante bocciature, distratto com’ero, e i Napalm Death saranno stati il secondo o terzo concerto Metal della mia vita. Convalidato il biglietto all’ingresso entro nella sala dello show e cerco di guadagnare la prima fila. Ho una macchinetta fotografica, di quelle con il rullino e il flash automatico. Non ho idea di come si faccia una foto decente ma riguardandole oggi vedo che ne uscirono un paio accettabili. Do uno sguardo al merchandise e compro subito la maglietta, un longsleeve verde con la scritta Napalm Death bianca e sulle maniche, con il loro logo disegnato e un’altra scritta, “April 1996” sul cuore sotto le lettere N e D rosse. Guardo ancora oggi quella maglietta.

Ad aprire per i Napalm, come si chiamano abbreviandone il nome, c’era un’altra grandissima band, gli At The Gates. Erano svedesi, autori di un death metal dai suoni più delicati e ortodossi, con una venatura melodica che avrebbe fatto scuola di lì a poco con il loro seminale album “Slaughter Of The Soul”. Io avevo ascoltato l’album ma non ero stato particolarmente colpito, a differenza di 99 metal fan su 100.
Infilata la maglia appena acquistata nello zaino, ero andato subito sotto al palco per guadagnare l’agognata prima fila. E c’ero riuscito. Con i gomiti appoggiati sul palco difendevo il mio spazio e resistevo con forza alle spinte da dietro che volevano agevolare il ricambio in prima fila. Gli At The Gates salirono sul palco e iniziarono lo show con “Blinded By Fear”, una delle canzoni più famose di tutto il metal, non solo degli svedesi. Si scatenò il delirio dentro quella sala rettangolare senza uscite di sicurezza e confort di alcun tipo. Purtroppo per i fan del gruppo, il microfono non funzionò durante la canzone che tutti aspettavano. Ricordo benissimo le urla distinte di uno vicino a me che ripeteva ossessivamente: “Your voice is down, up your voice!”. Purtroppo la canzone finirà in maniera strumentale, anche se noi lì davanti ascoltavamo le parole del cantante, Thomas Lindberg.
Il concerto durò un quarantina di minuti. Sentivo l’emozione crescere dentro di me mentre i roadies preparavano il palco per l’entrata degli inglesi.
A un certo punto accadde: stavo guardando i Napalm Death suonare un metro davanti me. I colpi di batteria distinti e un riff di chitarra lacerante mi fecero drizzare tutti i peli, pochi, delle braccia. Il cantante, Barney Greenway, soprannominato “cane” per il suo modo di cantare, perchè lui non urla, abbaia, cominciò a vomitare tutta la rabbia della loro adolescenza in quella città operaia, l’odio verso le regole imposte dalla società per loro ingiusta attraverso i testi delle canzoni. E noi cominciammo ad agitarci, a rispondere fisicamente a quei suoni.

C’era gente che si arrampicava sul palco e si lanciava su di noi, il pogo sfrenato e le botte che arrivavano puntuali dietro la chiesa. Mi guardavo attorno e cercavo di difendermi, ma guardavo loro estasiato mentre ascoltavo la loro musica cambiare rispetto alla perfezione degli album.
Il batterista, Danny Herrera, dirigeva con i suoi colpi il traffico all’interno del pit dove i corpi dei fan si ammassavano, si incrociavano, si lasciavano e si ritrovavano seguendo come una scia il rullante del batterista che, da esperto nocchiero, governava la nave umana desiderosa di confrontarsi fisicamente. Io scattavo fotografie, senza la possibilità di vedere se sarebbero uscite decenti o meno, presi qualche calcio in faccia da qualche fan che si tuffava sulla folla per lo stage diving.
(Dieci anni da quel concerto, nel 2006, ero a Londra per vederli suonare: mi lanciai dal palco sulla folla nell’unica volta che ho fatto stage diving nella mia vita. Andò bene, fu fico)
Suonarono molte canzoni da “Diatribes”, col senno del poi dirò alcune convincenti altre meno. Fu un’ora e passa di concerto vissuto in maniera estasiata, con la contentezza a fine show come se avessi conquistato la cima della montagna. Quel concerto sarebbe stato il primo di tantissimi altri ma io non potevo saperlo.
Non ricordo come tornai a casa, quale casa poi. Credo che mia zia, che lavorava al cinema, passò a prendermi a piazza Vittorio dopo mezzanotte, dopo la fine dell’ultimo spettacolo. Ricordo che era contenta di vedermi — non ci vedevamo spesso — e che cercava di capire a che tipo di concerto ero stato, ma rinunciò ben presto a comprendere cosa univa me a quella massa di capelloni di nero vestiti con i gilet di jeans e le borchie che da via La Marmora stazionava su un lato di piazza Vittorio.
Le mie orecchie fischiavano, ero stordito, inebriato dalla gioia di aver visto per la prima volta la band che amo da oltre vent’anni, il gruppo che ho visto dal vivo più di tutti, almeno una volta l’anno (delle volte anche tre), che non mi stancherei mai di vedere dal vivo, quello del quale ho tutti gli album sul telefono, tutti i DVD, le videocassette, i CD. Quello che ho visto dal vivo al Wacken, un grande festival estivo all’aperto in Germania, alle 11 del mattino (dovetti mettere la sveglia), quello che ho visto a Londra quando nel loro tour non c’era spazio per l’Italia. Sarà che sposo anche la filosofia dietro i testi del gruppo, mai banali, ma io ho i Napalm Death nel cuore più di molti parenti.
Quella fu la prima volta in cui sentii le parole che aprono ogni loro concerto da anni: “We are Napalm Death from Birmingham, UK, at your fuckin’ service”. Fu un concerto allucinante, come lo sono gli show intensi di oggi, con i membri che hanno passato i 40 da un pezzo e qualcuno, come Jessie Pintado, morto per droga. Li vedrò ovunque, Italia ed Estero, nei locali e nei centri sociali, come al Forte Prenestino con ingresso a 5 euro con mille persone a farsi male sulla sabbia del pit.
A Bologna, un giorno, verrà ad ascoltarli anche quella che diventerà mia moglie, tanta era la curiosità che vedeva in me per questa band.
Scrisse all’epoca:
È una danza tribale. Sette. Sono sette le note musicali attraverso le quali è possibile creare e plasmare il suono. Quello che fanno i Napalm Death è questo: plasmare un suono e ridefinirne il perimetro come i contenuti. La manipolazione musicale è alla base della loro vena artistica: si prende una batteria e la si fa muovere attraverso vibrazioni vicine alla stonatura; si prende un vocalist e gli si esaspera l’ugola fino all’inverosimile, rendendola stridente e, paradossalmente, poetica. Nell’insieme coeso degli elementi di effettivamente poetico c’è ben poco, il volume e il ritmo diventano disturbanti e disallineati a una qualsiasi ritmica, sfondando i limiti consentiti di velocità e offrendo al pubblico la possibilità di vivere in maniera catartica una danza tribale e orgiastica dove la vicinanza del corpo al corpo diventa un duello, una sfida, un combattimento purificatore. Non c’è legge né diplomazia.
Dai corpi in movimento alla nota fracassona c’è un unico filo, un cordone ombelicale che lega e sancisce l’unione di chi strepita sul palco fino a giungere a chi freme nell’arena. Un genere, quello dei Napalm Death, strabordante e roboante, incapace di tralasciare alcunché, bulimico di note.
Non c’è il non luogo della pausa tipica della musica melodica, non esiste la parentesi cognitiva del “sto ascoltando e in questa pausa assimilo”. Non c’è tempo, perché il buco nero del team sul palco fagocita ogni virgola, ogni singola nota, rendendole parte di un immenso insieme unito di microtasselli resi inseparabili, imprescindibili gli uni dagli altri. La sensazione è che non ci sia tempo da perdere, o tempo per pensare. C’è il tempo per lottare, scontrarsi, emanciparsi, costruendo una sorta di ring all’interno del quale è vietato pensare ma assolutamente lecito toccarsi, preferibilmente,
violentemente. Nel buio di una sala dove gli odori si confondono e si mischiano, quattro attempati signori si elevano dettando le regole per questo momento iniziatico, dove il suono/frastuono contorce e sovverte le regole della musica, trasformando il pubblico in un unico corpo che vibra contorcendosi.
Quest’anno ancora non li ho visti, ma c’è ancora tempo, e io troverò tempo per loro sicuramente. Ricordo che un paio d’anni prima del concerto, nel 1994, ero a casa con una ragazza del paese. Eravamo da soli, e stavo creando le condizioni per un flirt heavy metal quando suonò il postino: un pacco per me. Era arrivato il nuovo album dei Napalm Death, “Fear Emptines and Dispair”, in versione musicassetta. La liquidai velocemente, dovevo ascoltare il nuovo album del gruppo più potente del mondo. Non diedi mai un bacio a quella ragazza neanche in seguito, ma avrei avuto i Napalm Death per sempre con me. E quindi sticazzi.