ODD17 Imola: gli Open Data dentro e fuori la PA

Matteo Fortini
5 min readApr 2, 2017

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In occasione dell’Open Data Day a Imola, grazie all’invito di Piersoft e dell’on. Mara Mucci, ho raccontato un po’ la mia esperienza con gli Open Data da un doppio punto di vista: quello da civic hacker che lavora “da fuori” della PA, e quello “dall’interno”, in virtù del mio recente impegno come assessore del mio Comune.

Una prima osservazione è che non troverete fra le mie deleghe la trasparenza e gli open data, ma “Controllo di Gestione, Servizi ai Cittadini, Servizio Sistemi Informativi, Comunicazione e Promozione Territorio”: non si tratta di un refuso, è semplicemente che tutto negli Enti va ricondotto a una norma o a un regolamento, perciò mi sono state attribuite le responsabilità che più riguardano questi temi.

Ho raccontato alcuni dei progetti che ho realizzato o ai quali ho contribuito come civic hacker:

  • la mappa degli edifici pubblici o aperti al pubblico che assieme ad Andrea Nelson Mauro abbiamo prima estratto dal PDF pubblicato da ARPA Emilia-Romagna e successivamente ho inserito in una mappa di Umap

Un’attività che invece è stata svolta prima esternamente alla Pubblica Amministrazione, ma che si è completata in questi mesi, è quella di AlboPOP, un progetto fondato da Andrea Borruso che si prefigge di rendere più aperti e fruibili gli albi pretori. In questo caso, infatti, oltre a pubblicare l’Albo Pretorio del mio Comune in modalità “Feed RSS”, ho anche ottenuto di inserire questo dettaglio all’interno del Regolamento che abbiamo approvato in Giunta. Uno di quei casi fortunati nei quali riesci a raggiungere il tuo obiettivo in un tempo irrisorio rispetto a quello che normalmente è necessario, siccome l’atto era già in preparazione e ho dovuto solo leggermente emendarlo.

Un progetto sugli open data tutto interno alla PA lo sto invece impostando grazie ai consigli che ho cercato e trovato sulla mailing list di Spaghetti Open Data (SOD), uno dei luoghi più interessanti per scambiarsi notizie, opinioni, ricette, insegnamenti sul mondo dei dati aperti. Alla mia richiesta su quale possa essere un percorso formale per aprire i dati dall’interno della PA, mi è stato proposto questo piano molto particolareggiato e anche molto impegnativo. Ho dovuto rassegnarmi al fatto che essere “dentro” non mi rende le cose più facili, mi dà solo opportunità in più, a patto che trovi mezzi, persone, richieste, tempo.

Purtroppo devo segnalare che non è possibile creare una PA digitale per editto: le competenze richieste non sono presenti, a volte non sono neppure creabili (e non si hanno i soldi e gli spazi di assunzione per acquisirle). “Digitale”, “open data”, “formati aperti”, sono parole vuote, quasi una lingua straniera, percepita come una complicazione e un dispendio di tempo e denaro, anziché una risorsa (allo stesso modo sono tutti espertissimi di “delibere”, “determine”, “titolo primo”, “avanzo”, parole che hanno effetto analogo sulle persone all’esterno). Come ebbe a dire Alessandra Poggiani in un incontro a Bologna, un processo non va digitalizzato palmo a palmo, occorre una revisione delle sue componenti per salvarne l’essenza, ripensandolo in ottica digitale. L’alternativa è creare un mostro di inefficienza incomprensibile.

Più che dei regolamenti che impongano di creare un “ufficio per il digitale” (creato arraffando personale che in qualche modo abbia un legame con la materia) occorrerebbero delle task force che visitino via via tutti gli enti per guidarne (e forzarne) il cambiamento.

Quando la PA si rivolge all’esterno spesso viene percepita come “gelosa” dei propri dati. Anche fra gli esperti si commenta spesso sulla mancata apertura di questo o quel dataset, attribuendo implicitamente la colpa a una sorta di mala fede degli enti, che non vogliono privarsi di un bene essenziale.

Ho capito che in generale le amministrazioni in realtà non sono padrone dei loro dati, che sono chiusi in archivi creati e gestiti dai software dei loro fornitori del momento, nei confronti dei quali hanno ridottissimi margini contrattuali, a maggior ragione nel caso in cui si vogliano ottenere risultati non necessari per ottemperare a qualche legge e pertanto interessanti potenzialmente per tutti i clienti. Aprire i dati non richiede solo buona volontà: richiede tempo, persone dedicate, e anche denaro. Tutto moltiplicato per gli adempimenti burocratici.

È fondamentale, inoltre, avere una domanda di dati che venga dall’esterno. L’intenzione di aprire uno o più dataset si bloccherà molto più facilmente nelle pieghe di tantissimi adempimenti più urgenti, se non ci sarà qualcuno che abbia richiesto una loro pubblicazione per qualche motivo.

Per questo, occorre anche diffondere la cultura dei dati aperti e in senso generale della filosofia che vi sta alla base: spesso gruppi di cittadini, associazioni, partiti, enti privati realizzano opere di ricerca producendo dati interessantissimi, che vengono purtroppo soltanto citati in occasione di qualche pubblicazione o conferenza stampa, restando ad ammuffire perché dimenticati in un hard disk, e non hanno neppure l’idea di richiedere dati alla pubblica amministrazione per fare ragionamenti.

Qui la presentazione che ho usato come traccia

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