8 Marzo, gara di stiraggio camicie?

8 marzo 2099

Non so come mai mi sia tornata in mente ‘sta cosa di molti anni fa.
Devo essermela sognata la notte scorsa.
Era più o meno il periodo di Despacito e del primo governo Salvini, sarà stato il 2020 o giù di lì, a occhio e croce.

Ecco, mi è tornata in mente ‘sta cosa di cui si parlava compulsivamente, in ogni agenzia e nei salotti bene.

Tutti si riempivano la bocca di diversity.
Era una parola magica che indicava il bisogno di includere tutto ciò che c’era di diverso, nell’enorme catalogo dell’umanità.
Che poi diverso da cosa era tutto da capire, ma se ne parlava molto, tra noi professionisti creativi.

“Dobbiamo trovare un modo per far sì che maschi, femmine, nèmaschinèfemmine, pastafariani e vegani abbiano il loro posto in azienda e non si sentano discriminati. Però senza dirlo troppo forte, che potrebbe sortire effetto contrario. Ma mi raccomando, non dobbiamo dirlo nemmeno troppo piano, che poi viene fuori che escludiamo” dicevano i responsabili HR della nostra azienda.

Ecco, ci riempivamo le giornate a parlare di queste cose, cercando di compensare dipendenti con l’hijab e coi capelli colorati, induisti e naturisti.

Oggi, 8 marzo 2099, mi è tornata in mente ‘sta cosa dell’8 marzo.
All’epoca si festeggiava la donna, che era una categoria a sé, addirittura da tutelare.

Non solo esistevano ancora le pensioni e i ghiacciai, ma sopravviveva la discriminazione di genere.
Le donne erano considerate diverse dagli uomini, non trovavano lavoro facilmente quanto gli uomini, non venivano pagate tanto quanto gli uomini e spesso non venivano prese sul serio quanto gli uomini.

Cioè, so che vi sembrerà pazzesco, ma vi giuro che era così.

Ci facevamo ‘ste pippe mentali, ma alla fine la diversity rimaneva un mero obiettivo e non una conseguenza naturale del nostro comportamento.
Ci complicavamo la vita, addirittura vietandoci di scherzare sulle simpatiche differenze tra generi e razze e religioni.

Cioè, quella gag dello scorso anno, ve la ricordate?
La gara di “chi stira più camicie” organizzata dagli uomini del reparto design che avevano coinvolto tutte le donne dell’ufficio. Ecco, anni fa sarebbe stata vietatissima.
Un sacrilegio verso santa Diversity.

Non si poteva proprio scherzare su certe cose.
E il motivo era che nel mondo c’era ancora chi sosteneva che le donne servissero per stirare, partorire e stare mute.
Cioè, non si poteva scherzare perché non era un modo per esorcizzare dei ricordi lontani, ma la rappresentazione di una triste realtà, che creava imbarazzo e, quindi, censura.

Ci eravamo illusi che si potesse sconfiggere la disuguaglianza col politically correct, incasinandoci da soli.
Insomma, avevamo privato froci, femmine e zingari del diritto di essere presi per il culo allo stesso modo di maschi, bianchi e eterosessuali. Assurdo.
Battute sugli ebrei? Vietate!
E sui trans? Oddio, che orrore!

Avete presente gli stereotipi?
Quei divertenti modi di rappresentare una realtà che oggi nessuno crede sia vera, ma che forniscono un’idea di come le cose potrebbero essere se fossero semplicissime e private di ciò che le rende reali?
Ecco, un tempo erano appannaggio degli ignoranti, di chi non capiva la realtà e aveva bisogno di vedersela raccontata semplice semplice, per poterla comprendere.
È per quello che erano vietati: perché ancora c’era chi li utilizzava come lenti per semplificare (e quindi comprendere) il mondo.

Ci eravamo imposti le quote rosa e si iniziava a dire “sindaca”, “assessora” e “ministra”.
Oggi sorrido, ma era il modo naif che ci eravamo inventati per combattere la discriminazione.

E poi, a un certo punto, noi che facevamo roba su internet e ci sentivamo intelligenti, ci siamo stancati e abbiamo cominciato a ribellarci.
Abbiamo messo insieme femmine, maschi, ebrei, tatuati, sbattezzati, catechisti e abbiamo bandito il politically correct, prendendoci per il culo reciprocamente grazie a due semplicissime regole non scritte: rispetto e intelligenza.

Ad un tratto, avevamo reso nuovamente legittimi gli stereotipi e ci potevamo sbizzarrire con un catalogo tutto nuovo di battute.
Scherzavamo sulla realtà, ridendo del fatto che raccontarla con idee semplici fosse di per sé un divertente esercizio di stile e non un triste modo di renderla comprensibile.
Ci sentivamo invincibili, includevamo senza usare le parole diversity e quote rosa.

Combattevamo la discriminazione dando a tutti la possibilità di scherzare su ogni cosa, usando finalmente l’intelligenza e non il politically correct.
Avevamo scelto un’arma nuova per combattere un nemico secolare e sembrava che le cose iniziassero a girare in modo diverso.

Noi maschi alfa (che di alfa avevamo ben poco e che ci ostinavamo a perdere alle gare di rutti contro le femmine) ci eravamo trovati in minoranza, ma senza nemmeno accorgercene. 
Era successo non con le fantomatiche quote rosa, ma grazie a quelle che poi avremmo ironicamente soprannominato quote cervello.

Ecco più o meno com’è andata sta cosa dell’8 marzo ed ecco perché oggi suona come una cosa di secoli fa.

Chissà se ancora, da qualche parte, si usi dirlo. Spero di no, ma in ogni caso buona festa della donna.