Strada Provinciale Dancefloor

Che poi lì, in mezzo ai campi, mica ti aspetteresti una discoteca. Ci stava bene un laghetto con le trote, una cascina, una fabbrichétta, delle nigeriane in abiti succinti o perfino un deposito per il letame. Ma una discoteca… Mah, quella proprio no.
E invece è lì che giganteggia, con la sua grossa, vistosa e uber-chic insegna nera, puntinata di Swarovski. È lucida, come la fronte del parcheggiatore moldavo che ci indica il nostro posto nel piazzale. Siamo i primi, a quanto pare.
Le strisce del provinciale sono scolorite ed i lampioni balbuzienti, nel buio di questo temporale estivo.

Trascino le mie Converse bagnate su dei simil-persiani dorati, all’ingresso, salutando con un cenno di capo la cassiera, una ragazzina abbronzatissima e truccatissima che dispone in fila dei gettoni fluo, separando le monetine in piccole colonne ordinate. Descrive il pezzo sparato dal subwoofer con delle rapide scosse del capo, curvando il collo, tipo gli struzzi quando corrono, ma con uno sguardo decisamente più sexy.
I buttafuori ci salutano cortesi, con le loro spalle larghe e gli avambracci tatuati, indicandoci la via per il dancefloor ancora vuoto.

Dentro, una ragazza in top e shorts di jeans pulisce il pavimento a ritmo di chewing gum. Facciamo attenzione a non calpestare il linoleum bagnato e scorriamo verso l’esterno, dove la nostra tavolata ci aspetta imbandita per l’apericena. Al bancone, ci viene servito del prosecco, accompagnato da quei salatini surgelati che ti lasciano le dita unte ed il palato riarso.
Sorseggio le bollicine dorate, prima di sedermi a tavola e godermi i salumi misti, il risotto con gli asparagi ed un arrosto dal retrogusto di mensa scolastica. Neanche il tempo di caffè e amari, che comincia a palesarsi un po’ di gente, accompagnata da classici italiani come Mia Martini e Celentano.

I primi ad arrivare sono dei ragazzini brufolosi, che festeggiano il diciottesimo di un’amica. Tirano le loro sigarette con ostentazione, bevono grossi bicchieri alla goccia e fissano i loro telefoni Android, forse in caccia di Pokemon.
Ovviamente qualcuno della mia tavolata prova ad abbordare la festeggiata, che goffamente schiva i complimenti andando verso il bagno con la sua gonna corta.

Mi chiedo cosa ci sia che non va in un trentenne sudato, agli occhi di una teenager scosciata.

Nel locale, poltrone simil barocche e divanetti simil bianchi galleggiano tra brocche di vodka orange, Gordon’s e hit estive. Il volume si alza.

Era parecchio che non mettevo piede in discoteca, ma tutto sommato è identico a come lo ricordavo, in un clima tanto dichiaratamente familiare quanto velatamente inospitale: le bottiglie ai tavoli vengono ancora ostentate con stelle filanti e annunci dalla consolle, il ghiaccio è ancora lì, in grossi vasi di plastica bianca, e viene ancora infilato a tradimento nella schiena delle più carine, che rabbrividiscono. E poi ancora su le mani, ancora ciuffi pettinati, ancora occhi sgranati e ancora nasi satinati. Un sospiro di sollievo: è tutto identico a come lo ricordavo.

Vado al bancone, scambiando il mio deca con un Long Island: l’acidulo del drink mi pettina lo stomaco, mentre il fresco del bicchiere mi scivola tra le dita.
Un tizio di un quintale abbraccia un amico, con una dimostrazione d’affetto che mi sa tanto di supporto al suo equilibrio precario. Un tipo sbronzo abbraccia una tizia dal capello ossigenato, urlandole in faccia sillabe confuse. Le stringe la testa, avvicinando le labbra alle sue, con la lingua pronta all’azione come un Vietcong tra le risaie. Lei ci sta, ma poi lo allontana con un colpo di scena, correndo da un’amica divertita. La prende per mano, ridono, si disperdono tra commesse in tacchi alti, bancari in camicie ben stirate e mamme giovanili, che probabilmente hanno parcheggiato i figli dai nonni per sfoggiare la messa in piega ed i sacrifici di dieta e palestra.

Prendo aria, camminando verso il cesso. Puzza, col suo pavimento bagnato e sporco. Qualcuno pippa, qualcuno vomita, qualcuno sistema i capelli fuori posto, qualcuno commenta quella milfona che, incredibilmente, sembrava puntare proprio a lui. Qualcuno, forse, scoperà.

Intanto, in sala, una coppia di ballerini abbozza uno show, dal palco vicino all’ingresso. Lei ha un body bianco di simil-latex, mentre lui indossa un finto frac, aperto sul petto nudo. Mesi di lampade e palestra, prove e sorrisi forzati. Ballano, sudano, roteano, descrivono forme geometriche con le braccia tatuate. Ostentano complicità e narcisismo, affiatamento e fatica.

La platea trangugia cocktail e barcolla a ritmo di musica. La vocalist, alternando inglese e lombardo, saluta “gli amici dei paesi vicini” e “Barbara, che oggi compie 21 anni”. Intorno a me, la gente ulula, rispondendo ad ogni cenno lanciato dalla consolle, e mi ritrovo a saltare, perché “chi non salta non fa l’amore” e a inarcare la schiena perché a quanto pare si fa così, con quel pezzo che parla di un “trattore in tangenziale”.
Vedo volti divertiti e trasformati, sudati e sfocati.

Le milf sono ancora lì, col loro tavolo, a fingere di annoiarsi. Gli adolescenti, poco sotto, le osservano sognanti, fingendo di divertirsi.

E intanto, “il cielo è sempre più blu”.
Le luci si accendono ed il volume si abbassa.

Accompagnati all’uscita dai buttafuori, costeggiamo la piscina, illuminata da un neon fucsia.

Un bicchiere vuoto galleggia, procedendo lentamente verso il bordo.

Saliamo in auto, sul provinciale scolorito. L’acidulo del mio drink è ancora lì, a solleticarmi i villi e sussurrarmi nell’orecchio che il tempo è davvero un concetto relativo.
Basta un singulto, che il mio deca torna a farsi sentire, dalla bocca dello stomaco.
Tutto scorre, ma qualcosa resta immutato, sul provinciale.

[pubblicato su CTRLmagazine / Con un Deca / novembre 2016]

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