Viva l’odio, abbasso l’amore. Sottotitolo: come non annoiare su internet e raggiungere la gloria eterna.
La disposofobia è il disturbo mentale di quei tizi che si riempiono casa di un sacco di oggetti, senza poi utilizzarli mai. Wikipedia dice che “provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali della vita domestica: mobilità, alimentazione, igiene (del corpo e degli spazi) e riposo”. Ci hanno pure fatto un programma televisivo, di quelli che guardi con una sensazione che si ferma appena sopra la gola, a metà tra la curiosità e la compassione.
Ecco, il nostro cervello è un po’ come l’appartamento di un accumulatore patologico seriale: portiamo a casa roba in continuazione e la accumuliamo, senza comprenderne la loro utilità. Accatastiamo informazioni che rimangono lì, dimenticate, spesso sommerse da altre nozioni, che si sa mai che ce ne possa essere bisogno un giorno. A me capita ad esempio che i testi dei Colle Der Fomento siano su quel tavolino dove tempo fa ho lasciato le formule per gli integrali doppi, a prendere polvere, proprio di fronte al Simposio di Platone. Ed ogni giorno, in questa patologica corsa all’accumulo, mi ritrovo a varcare la soglia di casa con qualcosa di nuovo. Raccolgo al semaforo, mentre cago, mentre guardo annoiato la tv. Raccolgo mentre i miei commensali parlano di quanto sia f-e-n-o-m-e-n-a-l-e il loro primogenito e raccolgo dal barbiere. Raccolgo prima di dormire, e mi ritrovo a rovesciare sacchettini e scatoloni sul pavimento, perché non c’è più spazio, vicino a cose di cui non so nemmeno che fare e altre che non ricordavo nemmeno di avere. Che poi la maggior parte dei contenuti rimangono dentro i contenitori, diluiti in un disperato tentativo di attirare la mia attenzione. Ci sono scatole con scritto “non crederai mai a cosa c’è in questo box”, sacchetti con sopra donne nude, che ti invitano ad aprirli, e persino oggetti consegnati dal mio più caro amico, con sopra un biglietto che recita “pazzesco questo, aprilo subito!”. A volte mi capita di aprire qualcosa, ma poi mi tocca tornare alla scrivania, a sfogliare le solite impolverate riviste, dimenticandomi ben presto di quanto ho visto.

Il nostro cervello è esattamente questo: un appartamento in cui internet continua a riversare roba, che si accumula disordinata e senza criterio. E finiamo quindi per confondere notizie vere e notizie false, senza cercare altro, senza scavare, rimanendo in superficie. Paradossalmente, nell’era dell’informazione, siamo finiti peggio informati di un tempo. Siamo cronicamente distratti, incapaci di orientarci tra gli scatoloni, inabili a concentrarci per più di qualche secondo e sempre più focalizzati sui nostri micro-interessi.
Ci sono, però, dei sentimenti che attirano la nostra attenzione: l’amore, la gioia e il divertimento, nella loro dimensione pura. Lo sanno bene le aziende, che sempre più spesso ricercano tali sentimenti per attirare l’attenzione sui propri brand. Il risultato? Robe spesso trite e ritrite, immagini sbiadite di sentimenti stereotipati, goffi tentativi di un’emozione che non esiste, milioni di contenuti a cui non facciamo più caso e che, anzi, spesso ci annoiano. E non c’è sentimento peggiore della noia, per un’azienda: si traduce in oblio, ed è l’oblio che si mangia tutti i suoi budget.
È riflettendo su questo, che noto che forse un sentimento puro, rimasto intaccato, e capace di attirare attenzione, esiste ancora: si chiama odio ed è lì, sopito ma pronto ad esplodere in qualsiasi momento.
Non si ricorda forse più facilmente un contenuto che suscita rabbia, rispetto ad uno smielato oggetto accalappia-amore? Mussolini, Bin Laden, Schettino, Moggi, Mattia Sangermano: forse qualcuno li ha dimenticati? Loro sì, sono memorabili, ben più della tua relazione fantastica, del tuo lavoro che ti dà un sacco di soddisfazioni e dei tuoi inutili consigli di vita. Ecco, tu che stai provando a farti amare, finirai per essere dimenticato, abbandonato all’oblio, destino dei perdenti. Se vorrai essere più facilmente ricordato, invece, dovrai generare odio in purezza.

Come fare? Ci ho pensato parecchio, non essendo io proprio un guru dell’odio, e credo che sia necessario partire identificando le nicchie positive, quelle universalmente riconosciute come intoccabili. Prendi ad esempio una minoranza che non ha mai fatto del male a nessuno, o un’usanza mai messa in discussione, perché riconosciuta da tutti come positiva. Va bene anche qualcosa che non abbia mai fatto alcun danno o che sia stata dimostrata come empiricamente “buona”. Ecco, prendi tutto ciò e criticalo, distruggilo, aggredisci senza pietà. Identifica i loro portavoce ed attaccali, senza dimenticare di fare nomi e cognomi. Prendi il buono e demonizzalo, magari inventando anche qualcosa di sana pianta, che sta sempre bene un po’ di pepe. Rispondi a tutti in modo seccato e deciso, senza evitare contraddizioni. Fai domande scomode, meglio se in caps lock, e non rispondere mai a chi prova ad incalzarti. Un’accortezza: cerca di essere coerente nel tuo tono di voce; quello dev’essere il tuo marchio di fabbrica, facilmente replicabile ed identificabile. Se decidi di essere democristiano, ad esempio, cerca di esserlo fino in fondo. Se invece propendi per il fascista, sii fascista. Usa slogan forti e non metterti mai in discussione: la verità è una ed è -ovviamente- la tua. E quando avrai una cospicua non-fan-base di gente che ti odia, gestisci il dialogo. Sarà proprio lì, tra le pieghe del dialogo, che nasceranno spontanee delle persone che la penseranno come te. Troverai amici, troverai qualcuno che ti supporta, qualcuno che addirittura ti ama, abbindolato dalla tua schietta coerenza e dalla tua capacità di andare contro la felicità imposta dai poteri forti.

Avrai generato amore, quello puro, e non quello stereotipato all’olio di palma delle merendine Mulino Bianco. Avrai aperto scatoloni di odio, in caotici appartamenti colmi di sterili scatoloni di amore preconfezionato, e ti scoprirai amato.
Vuoi essere ricordato? Genera odio e confusione. Non andrai in paradiso, ma avrai ottenuto una ben più pragmatica, terrena gloria eterna.