Arrival, la parola di Villeneuve

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Non c’è arma più forte della parola. Mistero che nasconde l’intenzione all’atto, mitigandola tra le gesta di una cultura.
 Arrival è un film sul potere della parola come forza rivelatrice e unificatrice, essenza unica della verità, scevra di ogni contingente illusione. Il viaggio tra le galassie, a migliaia di anni luce di distanza per proiettare un’ombra interrogatoria sulle lande del nostro pianeta.
 Il corpo della nave degli alieni di Arrival è monolite come lo era il manufatto di Kubrick in 2001; forma imperscrutabile mistificatrice della conoscenza nel profondo dello spazio, ultima immagine di dio che l’uomo affamato può proiettare nell’infinito vuoto cosmico. La linea leggermente ricurva dello scafo che ricorda un punto interrogativo. Perché sono qui?

La linguista Louise Banks (Amy Adams) cerca di rispondere a questa domanda che vede tutte le cineprese e i cannoni del pianeta puntati contro le 12 monolitiche astronavi, improvvisamente comparse in svariati luoghi del globo. L’incredibile Amy Adams si avvicina lentamente alle creature che si nascondono nella nebbia dell’astronave, confinate al di là di un muro invisibile, fino a spogliarsi letteralmente di fronte a loro. La presenza inquietante degli alieni e il peso delle loro rivelazioni hanno reminiscenze dell’orrore cosmico di Lovecraft, ma al delirio e la schizofrenia prendono posto visioni di un altro tempo che rincorrono Louise nel sonno sempre più affannosamente, mano a mano che conosce gli alieni e impara a comunicare nella loro lingua. Una lingua di concetti, idee al di fuori del tempo e della violenta realtà dell’uomo. E mentre Louise prende tempo per apprendere il più possibile sui visitatori, Il generale Shang dell’esercito cinese decide di interagire con loro ponendoli di fronte una scacchiera. Gioco, rivalità, violenza. È questo il climax al cui apice giunge l’esercito del generale, per aver scambiato un’offerta con una minaccia.

I paesi dove sono apparsi i monoliti si disconnettono uno ad uno

I canali di comunicazione si chiudono e i cannoni si alzano al cielo, mentre i media trasmettono immagini d’orrore e violenza. Come i sogni per Louise, le immagini dei notiziari si fanno strada tra i sogni lucidi dei soldati, offuscandoli di violenta paranoia. Ma Louise è diventata immune alla lingua del terrore e quando l’astronave finalmente si muove, mutando in assetto da guerra, la linguista ascende per l’ultimo privato colloquio con gli alieni, dove verrà illuminata dalla verità sul potere della parola portata dai visitatori.
 Nuova luce è gettata sulle immagini del passato e sui sogni, che si mescolano al presente in una spirale che si stringe sempre di più fino al liberante epilogo.

Monoliti sconosciuti come una Stele di Rosetta intergalattica, per far crollare la Babele postmoderna dell’era della war on terror. È impossibile non pensare all’attuale presidenza Americana e i prossimi anni di politica estera. L’America di Trump erigerà muri di incomunicabilità e punterà i cannoni verso i cieli oltre l’oceano o sarà in grado di fare uso della parola come strumento di pace piuttosto che come arma?

Il monolite di Annie Lovejoy in ‘New Rosetta’

Ingiustificata l’assenza della Adams agli Academy 2017, dopo aver unito pubblico e critica nel plauso di una performance sottile e gentile, ma piena di sentimento e capace di immergere nella memoria attraverso lo sguardo, intimo e vicino allo spettatore. D’altro canto il film si porta comunque a casa 8 nomination. Meritatissima quella per la fotografia di Bradford Young che immortala i cieli mozzafiato dove si ergono i monoliti, come tramonti e albe tra i corridoi dell’astronave e del campo militare, apostrofati invece con simbolici contrasti e oniriche fluorescenze (anche merito del prezioso production design del duo Vermette-Hotte, anche questi candidati agli Oscar).

Villeneuve dimostra di riuscire a tenere in piedi un film di una scala di grandezza ben maggiore delle sue precedenti pellicole, grande prova registica per avvicinarsi con affermazione a Blade Runner 2049, sequel della serie caposaldo dello sci-fi distopico e hard-boiled. Arrival non ha altrettanto fumo e umidità, è limpido, come la visione del regista, che anche raccontando di mondi alieni riesce a riportare il conflitto (o la sua imminente minaccia) alle sensibilità dell’individuo, rappresentata da un puzzle di immagini che lo spettatore è chiamato ad assemblare. Siamo distanti dagli stati ansiogeni di Enemy (2013), ma la psicologia e il ruolo del significato nella memoria la fanno da padrone anche in questo primo racconto fantascientifico del regista.

Arrival è un’esperienza cinematografica intensa e gratificante che malgrado la radiosa e invadente presenza di La La Land agli Oscar, sarà in grado di portare a casa un discreto malloppo di statuette dorate. Merita di essere visto, ma soprattutto rivisto, per riassaporarne le immagini attraverso la nuova parola di Villeneuve.