Sulla “Brexit” un accordo “lose-lose”?

Salvo sorprese, il Consiglio Europeo oggi dovrebbe trovare un’intesa che conceda alla Gran Bretagna significativi vantaggi rispetto agli altri paesi dell’Ue.

La tempistica pare obbligata, perché in questo modo il premier David Cameron avrebbe il tempo di organizzare una campagna politica per affossare il referendum sulla c.d. Brexit, tornando in patria con risultati concreti da mostrare ai britannici.

Si tratta, in pratica, di scegliere se tenere il Regno Unito con un piede e mezzo fuori dall’Unione, come sarebbe se ottenesse le concessioni richieste, oppure con entrambi i piedi fuori, come accadrebbe nel caso di vittoria del si al referendum.

E’ un terreno pericoloso, perché riguarda un paese che da sempre ha un rapporto complicato con il continente europeo e con l’Unione Europea, ma si tratta pur sempre del secondo paese dell’Unione per importanza economica, e il primo per capacità militari e influenza politica. Senza dimenticare il “rapporto speciale” che ha, per motivi naturali, con gli Stati Uniti.

Il rischio è però che, comunque vada, sia un accordo a perdere per l’Unione Europea, intesa come processo di integrazione politica e istituzione.

Il dilemma, infatti, è di non semplice soluzione. Da un lato, c’è la convinzione, coltivata dall’Italia ma anche dalla maggior parte dei paesi europei, che convenga in ogni caso tenere legata la Gran Bretagna al destino europeo, costi quel che costi.

Tusk cita Amleto

I sacrifici economici e politici di un’uscita inglese sarebbero troppo alti per poter essere sopportati e, in definitiva, non ci guadagnerebbe nessuno.

Dall’altro lato, tutti si rendono conto che concedere quanto richiesto da Cameron creerebbe un pericolo precedente ed esporrebbe l’Unione a continue richieste al ribasso da parte di tutti i paesi, con buona pace dell’integrazione politica.

Nulla impedirebbe, peraltro, al Governo Inglese di tornare alla carica, dopo il referendum, chiedendo nuove concessioni migliorative, forte di un mandato popolare in tal senso.

La realtà è che la devastante crisi economica degli ultimi anni ha indebolito il processo di integrazione europea e la fiducia nell’Unione.

Quelli che fino a pochi anni fa erano considerati tabù, oggi non lo sono più, ad iniziare dall’irreversibilità dell’unione fino alla moneta unica.

L’Europa a diverse velocità, con diversi gradi di integrazione è sempre più una realtà, come dimostra la crisi dei migranti, con l’ipotesi di passare dall’attuale accordo di Schengen ad una mini-Schengen ristretta ai soli paesi centrali, tagliando fuori i paesi mediterranei.

Su queste basi, si inserisce la destra xenofoba che cavalca le crisi e le contraddizioni europee per minarne alle fondamenta il progetto, in nome di un ritorno al nazionalismo.

A ciò si contrappone, o meglio dovrebbe contrapporsi, il partito socialista europeo, il quale però da troppo tempo è subalterno, culturalmente prima ancora che politicamente, alle politiche dei partiti popolari.

Il rischio che, comunque vada, accordo o referendum, ci si trovi di fronte al de profundis dell’unione europea, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, è molto alto.

D’altro canto, l’esperimento di integrazione europea rappresenta un unicum in molti sensi, e ha dimostrato più volte di saper trovare equilibri politici nuovi, laddove tutti pensavano che fosse impossibile trovarli.

Il “caso Brexit” può diventare un accordo “a perdere” per l’Unione, oppure può segnare il cambio di pagina tra un periodo di crisi del processo di integrazione e uno di ripresa dello stesso in altre forme.

Resta però da capire se sarà con o senza la Gran Bretagna e se sarà tutti insieme oppure a velocità diverse.

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