Racconti dalla metropolitana: un #BackToTheFutureDay a marcia indietro

Oggi era il giorno del futuro, ma io sono tornata nel passato.

Se c’è una costante nel mio rapporto di amore e odio con Roma e i suoi mezzi pubblici è la frequenza con cui un’inedita combinazione di circostanze fa sì che, ciclicamente, io mi ritrovi a bordo di autobus mai presi prima su strade che non conosco, attraverso quartieri che nella mia mappa mentale della città non sono contemplati. E così oggi pomeriggio eccomi, sotto un cielo metallico, a bordo di un bus che gira per le lande desolate della Magliana, si affaccia frettoloso al Trullo nel caso qualcuno voglia salire a fare compagnia a me e agli altri due passeggeri (e invece niente) e fa a vuoto il giro di una piazza dove alcuni bambini fanno un girotondo disordinato e due dobermann giocano alla lotta, prima di approdare a una stazione che per me è stata fino a quel momento solo una voce di Wikipedia, dove un treno mi riporterà verso luoghi più familiari.

Stazione di Villa Bonelli

Scendo dal treno dopo un viaggio sottovuoto di poco più di un quarto d’ora, supero il quartetto di nullafacenti dall’aria poco rassicurante, pronti a fare l’aperitivo con le birre del discount lì accanto, e me lo trovo lì dove è sempre stato e dove sono passata mille volte senza prestarci particolare attenzione: il mio liceo.

Ci sono quelle volte che hai un po’ di malinconia senza capire bene perché, e allora cerchi qualcosa che te la stuzzichi un po’, come certe feritine lievi che non puoi fare a meno di andare a toccare per sentire quel po’ di fastidio che è quasi un piacere. In un attimo sono lì davanti: fuori è tutto uguale, tranne una vera targa con il nome della scuola e i tre indirizzi di studio e i manifesti di Lotta Studentesca sfacciatamente appiccicati al muro esterno. Ai miei tempi in quella scuola eravamo “comunisti”, col cavolo che i manifesti dei “fasci” potevano starsene lì indisturbati. Mi affaccio nel cortile e dalle vetrate esce una luce fortissima, quasi bianca, da quello che io ricordo come un antro buio: ora c’è una grande portineria al centro di un androne ridipinto con colori chiari e, a fare da guardia, una signora minuta che mi sta guardando con aria perplessa.

  • Buonasera… le dico la verità: io venivo a scuola qui e oggi che mi ci sono trovata avevo solo curiosità di vedere com’è adesso…
  • Guardi che su ai piani non si può salire… fa lei, diffidente.
  • Non si preoccupi, non voglio salire, era solo per affacciarmi. Ora è cambiato molto, si figuri, io mi sono diplomata nel ‘98.
  • Sì, è cambiato parecchio… — il tono è già più amichevole.
  • Sa, ho mia zia che insegna qui. — le faccio io, ricordandomene solo ora che lo sto dicendo a una sconosciuta.

Mi chiede il nome e, ascoltatolo, sorride e mi dice che allora devo tornare quando lei ha lezione, la mattina (“Eh, ma io lavoro purtroppo… o per fortuna, dipende dai punti di vista!”), anche il sabato, se è più comodo, così con la scusa di vedere mia zia posso farmi un giro per le classi. In realtà con mia zia i rapporti si sono interrotti già da qualche anno, ma non sento il bisogno di starglielo a spiegare; le dico che lo farò e poi aggiungo che lì ho conosciuto mio marito, che quello per me è davvero un luogo significativo.

Ci salutiamo cordialmente, esco dal cortile e mi avvio verso la metropolitana lungo quel percorso che da ragazzina ho fatto tutti i giorni per cinque anni. Un po’ mi bruciano gli occhi, ma alla fine restano asciutti. Posso tornare al futuro.

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