Eight Days a Week: my two cents

Il documentario di Ron Howard è bello, come non può non essere una storia che ripercorre gli anni migliori della bromance meglio riuscita dell’epoca documentabile. Quando ci sono i Beatles sullo schermo e le loro canzoncine accattivanti è difficile che le cose vadano male.

Niente di introspettivo ma una bella narrazione del periodo che va dalla formazione della band al 1966, anno dell’ultimo tour. Al centro c’è il rapporto dei quattro con il successo e la transizione nella metà degli anni ’60 da gruppo di ventenni che scrivevano canzoni sulle ragazze a giovani adulti con gli occhi del mondo addosso. E come ogni volta è una gioia vedere i Beatles interagire, scherzare, ridere, prendersi gioco dei giornalisti, rendersi conto delle loro capacità musicali e autoriali album dopo album. Crescere. Fino a ritrovarsi stanchi di quel carrozzone che erano diventati e reagire in studio con la stagione più bella che la musica pop ricordi.

La parte migliore però sono le immagini provenienti dagli archivi di mezzo mondo (sì, ci sono anche quelle di Peppino di Capri al Vigorelli), alcune già viste, altre no, ma tutte restaurate e portate a uno splendore inedito. Una gioia per gli occhi è stata l’ultima mezz’ora dedicata al concerto allo Shea Stadium (quello famoso in cui erano vestiti da sceriffi, per intenderci). Con la rimasterizzazione in 4K sullo schermo di un cinema, in alcune inquadrature, sembrava di averli davanti.

P.S. Il biglietto per lo spettacolo all’U.C.I. Cinema è costato 14€, che per meno di due ore di intrattenimento mi sembrano francamente un’indecenza.

Like what you read? Give Michele Di Maio a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.