La visita di Rouhani ha messo a nudo il nostro provincialismo

La sintesi perfetta l’ha trovata in 140 caratteri il giornalista Giorgio Bernardelli: “Renzi va a Riyad e parliamo di Rolex. Rouhani viene a Roma e parliamo di nudi. Delle loro responsabilità nelle guerre in Siria e Yemen mai”.

Riporto questa considerazione non per sminuire il dibattito nato attorno alla decisione, che giudico quanto mai imbarazzante, di coprire le statue dei musei capitolini per evitare di infastidire l’illustre ospite; una scelta apparentemente più di sottomissione culturale che di rispetto.

Premesso questo mi sembra però di cogliere nei commenti alla visita di Rouhani, un esempio emblematico della difficoltà dell’opinione pubblica italiana di comprendere il contesto internazionale odierno. In poche parole di capire realmente, distratti dalle urla e dalla propaganda di questa o di quella parte politica, il mondo in cui stiamo vivendo.

Perché non si può ridurre la visita di Rouhani a questa figuraccia ne, tanto meno, ai suoi risvolti economici. Certo, il tour del presidente iraniano, che ha interessato anche la Francia, aveva principalmente finalità economiche: sul piatto commesse del valore di miliardi di euro per le aziende europee pronte a rituffarsi in un Paese ricco di risorse energetiche e affamato di investimenti, tecnologie e infrastrutture. Ma come non comprendere la portata storica della visita che segue un lungo processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Iran e, soprattutto, il ruolo che — volenti o nolenti — l’Iran gioca negli infuocati equilibri mediorientali?

In Europa il dibattito politico è da giorni monopolizzato dai flussi migratori e dalle ricadute sulla mobilità nell’area Schengen.

Del milione di migranti arrivati in Europa nel corso del 2015, 856 mila (dati UNHRC) sono passati dalla rotta balcanica. Di questi il 56%, più della metà, proveniva dalla Siria, il 25% dall’Afghanistan, il 10% dall’Iraq. In poche parole da una regione in cui l’Iran gioca un ruolo chiave.

Lo spiega bene Ennio Di Nolfo, Professore Emerito dell’Università degli Studi di Firenze, in un articolo pubblicato dall’Ispi nel dossier “Medio Oriente: rebus geopolitico senza soluzione?”.

La normalizzazione delle relazioni economiche e diplomatiche con l’Iran, sbloccatesi con il compromesso sul nucleare “investe tutta l’Asia centrale, una delle aree strategicamente più importanti per il futuro degli scenari internazionali. È sufficiente, per giustificare questa interpretazione, guardare alla posizione geopolitica dell’Iran per rendersene conto. Infatti l’Iran si trova al centro di una costellazione di paesi rispetto ai quali esso, normalizzata la situazione, diviene il fulcro di tensioni, ambizioni, speranze o timori. L’elenco di questi paesi è di per sé eloquente poiché va dall’Iraq alla Turchia, all’Armenia, all’Azerbaijan, alla Russia, al Turkmenistan, all’Afghanistan, al Pakistan e, sul mare, al Golfo Persico e all’Oceano Indiano”.

E’ di fronte a questo dato di fatto che avremmo dovuto compiacerci della possibilità data all’Italia di accogliere Rouhani e chiedere conto al presidente del Consiglio Renzi dei passi fatti per cercare di capire le intenzioni iraniane circa il futuro di Assad e della Siria, così come della guerra in Yemen e più in generale degli equilibri regionali.

Quali pressioni sono state fatte sulla leadership iraniana in questo senso? E nella precedente visita di Renzi in Arabia Saudita?

Domande decisamente più pesanti rispetto ai fogli di compensato calati sulle nudità dei musei capitolini. A maggior ragione perché si era alla vigilia del nuovo round di negoziati sulla Siria che si sono aperti oggi, senza troppe aspettative, a Ginevra.

Dalla risposta a queste domande passa l’avvenire di milioni di persone in Medio Oriente e, dalla nostra prospettiva, anche un pezzettino del domani di Schengen e di quello che sarà l’Europa.

Questo avremmo dovuto chiedere a Rouhani e ai nostri politici; il resto sono solo chiacchiere da bar (ovviamente senza alcolici).