Stayin’ Alive

michele orti manara
Apr 4, 2016 · 5 min read

E insomma un sabato mattina, da bravo padre coscienzioso, son andato al Corso di pronto soccorso pediatrico e manovre di disostruzione. La cosa interessante di tutti i corsi che non fanno parte del percorso scolastico/universitario/formativo è che nel giro di pochissimi secondi fanno riemergere le stesse dinamiche e le stesse maschere del percorso scolastico/universitario/formativo. E quindi abbiamo il saputello che vuol dimostrare di sapere già tutto (e ti fa venir la voglia di prenderlo per un orecchio e dirgli “Senti, te, ma andare a far una passeggiata invece di star qui a stracciar le balle a tutti?”), quello che alza la mano per far una domanda ma poi la voce gli esce pigolante perché è troppo timido per parlare in pubblico, quello che prende appunti come un ossesso e trascrive tutto tutto tutto anche gli hhh quando il docente riprende fiato, quello che sta seduto sempre in ultima fila (nella fattispecie: io), e così via. La cosa peculiare di un corso come questo è invece che trattando di argomenti seri, di manovre che posson salvare una vita, anche quello che al liceo stava seduto in ultima fila e se ne impipava della poetica di Esiodo qui invece ci tiene a dimostrare — nelle successive due ore di pratica su dei bambolotti di gomma — che è stato attento e può far bene, impressionando positivamente i docenti. Docenti che, aperta parentesi, qui sono dei volontari che si son svegliati di sabato mattina per venir a spiegare a una mandria di apprensivi cosa fare quando l’incubo bussa alla loro porta, e sono per questo meritevoli di tutto il mio rispetto, chiusa parentesi.

E insomma eccoci qua, quaranta potenziali salvatori seduti su delle seggioline in plastica rossa: future mamme (le riconosci dalla pancia), neogenitori (li riconosci dal bimbo al seguito o dalle occhiaie), più qualche signora dall’età difficilmente incasellabile e su cui è meglio non indagare (chiedere “Lei è nonna?” e sentirsi rispondere “Veramente sono mamma” è una cosa per cui poi ti verrebbe voglia di soffocarti da solo, e senza nessuno che ti presti il primo soccorso). Eccoci qua; abbiamo paura di molte cose: tappi delle penne a sfera, pomodori pachino, caramelle dure, monete, bottoni, sassi, cubetti di ghiaccio, ce li immaginiamo tutti smaniosi di infilarsi nella gola del nostro pargolo e siamo qui per capire cosa fare se questo dovesse accadere. Ma c’è una cosa che ci spaventa ancora di più, il fantasma che aleggia nella stanza e che fa sentire un brivido freddo anche ai più ottimisti di noi, un nemico imprevedibile contro cui non esiste cura o vaccino: la sindrome della morte in culla, o SIDS.

La SIDS non ha nulla a che fare con le manovre di disostruzione, quindi non ci sarebbe motivo per parlarne al corso. Ma siccome è lo spauracchio di tutti la Croce Rossa mostra alcune slide con le norme per far dormire il bambino in sicurezza e limitare i rischi. Ed è allora che scopriamo di esserci sbagliati. La SIDS non è lo spauracchio di tutti tutti, lo capiamo quando appare la prima slide e una mamma con in braccio il figlio di qualche mese balza in piedi ed esala uno straziante “OMMIODDIO!”. Segno tangibile che lei, questa sindrome qua, non l’aveva mai sentita nominare prima di oggi. Ora, fermiamoci un secondo, stringiamoci in un simbolico abbraccio attorno a questa povera donna e cerchiamo di condividere anche solo idealmente con lei le notti che l’aspettano, scandite da cicli di sonno e veglia di cinque minuti al massimo. Fatto? Bene.

Nel frattempo, il corso è andato avanti. Siamo stati divisi in gruppi. Ogni gruppo ha in dotazione due bambolotti, uno grande come un lattante e l’altro come un bambino di quattro o cinque anni. Son ben fatti, questo bisogna ammetterlo, con dei tubicini che mettono in comunicazione naso, bocca e polmoni, in modo che quando gli fai la respirazione artificiale il bambolotto si gonfia e si sgonfia. Purtroppo mi ricordano i bambolotti di un agghiacciante racconto di Palahniuk, a cui cerco tenacemente di non pensare. Non funziona, ho un filo di nausea. Anche perché è vero che il bambolotto viene disinfettato dopo ogni utilizzo e che ci sono dei panni da appoggiargli sulla bocca per evitare il contatto diretto ma in ogni caso, quando ci soffi dentro, l’aria che ti risputazza in faccia è composta in parte dall’alito di quello che ha fatto pratica prima di te. Non bellissimo, diciamocelo. A migliorare l’atmosfera interviene la mia vicina, una maestra d’asilo in vena di confidenze. “Sapete” dice “non per spaventarvi, ma anche se nei bagni degli asili ci sono le mattonelle antiscivolo poi i bambini pisciano in giro, il pavimento diventa scivoloso, è un attimo che qualcuno cada a sbatta la testa”. Avete presente quella pubblicità in cui un poeta esclamava “L’ottimismo è il profumo della vita?”. Avete presente cosa aggiungeva il poeta nel fuori onda? Ecco.

Comunque, un po’ alla volta stiamo tutti prendendo confidenza con i bambolotti e le procedure. Per chiarire ancora meglio quale sia il ritmo da applicare durante il massaggio cardiaco la crocerossina ci svela una tattica infallibile. Dice che dopo lunghe elucubrazioni un gruppo di luminari (sic) ha stabilito che il ritmo perfetto si ottiene seguendo quello di Stayin’ Alive dei Bee Gees. Mette il palmo della mano sul petto del bambolotto, inizia a premere con gagliardia e intona a tempo Ah-Ah-Ah-Stayin’Alive-Stayin’Alive. “Capisco che in un momento di emergenza magari non vi verrà da cantare” aggiunge “ma magari vi potrebbe aiutare a tener sotto controllo lo stress, chissà”. La comicità intrinseca nel cantare Stayin’ Alive mentre cerchi di rianimare qualcuno, a quanto pare, le sfugge.

Ebbene, siamo qui tra da tre ore. Abbiamo imparato procedure che ci auguriamo di non dover mai applicare. Ci salutiamo con dei gran sorrisi, ma come spesso succede con le esperienze stressanti quando son passate ti auguri di non rivedere più quelli con cui le hai condivise. Me ne vado, ma c’è un’ultima cosa che mi pare degna di nota. In una saletta laterale c’è un ragazzo con il figlio in braccio. Si guarda attorno, poi con fare cospiratorio prende suo figlio, se lo appoggia sul ginocchio come ha fatto pochi minuti prima con il bambolotto e inizia a far pratica su un essere vivente. Questo ragazzo è insomma il corrispettivo di quello che ai tempi della scuola appena arrivato a casa ripassava la lezione del mattino. A scuola quelli come lui di solito prendevano voti altissimi, ma andatelo a spiegare a suo figlio, che non sembra affatto felice di far da cavia per le manovre di distruzione, pur non essendo per nulla ostruito.

    michele orti manara

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    “Il vizio di smettere” per @raccontiEd, social media per @adelphiedizioni, sommelier d’ansie

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