In varietate concordia

Perché l’Unione Europea è il nostro futuro

Bandiere dell’Unione Europea e degli stati nazionali, di fronte al Parlamento Europeo (Bruxelles)

Nel 1956, al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso, gli Stati Uniti d’America decidono di sostituire il motto nazionale del 1782 “E pluribus unum” (Dai molti uno), con il celebre “in God we trust” (in Dio noi confidiamo) contrapponendosi all’ateismo dell’Unione Sovietica e definendo così la propria visione del mondo.

I motti degli USA: “IN GOD WE TRUST”, “E PLURIBUS UNUM”

Il motto della nostra Unione Europea, “Uniti nella Diversità”, ne caratterizza e definisce l’obiettivo ultimo: creare una federazione di stati non per determinare la supremazia di un singolo, ma per garantire la convivenza pacifica e le peculiarità dei diversi popoli. La differenza intesa come apertura e aiuto reciproco, e non come compromesso verso il basso perché “ognuno è meglio degli altri”, contraddistingue quella “visione europea” dell’essere umano, dei diritti, del dialogo e dell’uguaglianza, in antitesi alle correnti nazionaliste che trovano nel concetto di “divisione” e “superiorità” la chiave di lettura del mondo.

Oggigiorno, la proposta di una federazione di stati non rimane solo un fine squisitamente filosofico per creare una società più giusta e pacifica, ma è divenuta l’unica soluzione effettivamente percorribile per affrontare i problemi attuali e futuri, senza compromettere la nostra posizione e la nostra visione dei diritti. Se esiste un sostantivo che ha riscosso successo nel passato 2017 è sicuramente “sovranità”: di punto in bianco, è spuntato come un fungo nel dibattito politico e quasi mai è stato usato in maniera adeguata. Cosa si intende realmente con sovranità? Si può attribuirvi lo stesso significato e funzione che aveva anni or sono? Se essere “stato sovrano” significa avere pieno controllo sullo stato, sull’economia, sul lavoro e sulla tecnologia comprendiamo immediatamente che l’unico esempio contemporaneo rimane la Corea del Nord. Una dittatura autarchica e senza il rispetto di qualsivoglia diritto: non proprio un bellissimo esempio. Governare uno stato nell’epoca della globalizzazione non è più una questione di “scelte chiuse” che guardano solo al proprio territorio, ma è divenuto il processo di scelta della propria posizione di equilibrio rispetto il resto del mondo. Un esempio pratico? Basti pensare che i nostri smartphone non sono prodotti in Italia (e nemmeno in Unione Europea); quindi, se volessimo giocare a chiudere le frontiere o resteremmo senza telefoni o li dovremmo pagare cinque stipendi mensili (e nessuno tocchi gli smartphone, ovviamente). Lo stesso, ovviamente, succede con l’inflazione. Nel momento in cui ci si domanda dove si possa trovare la forza per far valere la propria voce negli equilibri globali si comprende perché l’Unione Europea, da possibilità astratta, sia diventata l’unica risposta concreta e reale per dare un futuro ai nostri posteri.

Sfortunatamente, non basta dire “abbiamo bisogno di più Europa” per risolvere il gigantesco monte di problemi che ci si porta dietro dall’alba dei tempi. L’Europa che funziona, l’Europa che guarda al futuro, deve essere un progetto di unione e coesione degli stati, necessariamente federalista democratico e liberale. I media italiani, che si basano sul nostro carnevalesco dibattito politico, dipingono l’Unione come un progetto incompiuto, dannoso e delinquenziale, senza mai analizzare da cosa siano date le inefficienze e le difficoltà nel progresso. Approfondendo brevemente la situazione — non è questo spazio e luogo per potersi dilungare — si nota che, poiché il processo legislativo europeo parte dalla Commissione Europea e deve passare congiuntamente dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo (e solo i primi due organi sono rappresentanza dei cittadini a livello europeo, mentre l’ultimo rimane rappresentante gli Stati Membri), le decisioni per maggiore integrazione sono sempre boicottate da quegli stati che cercano di ottenere solo vantaggi, senza mai lavorare e cooperare per un bene comune. Per fare un esempio riguardante il contesto italiano, sarebbe come se governo e parlamento non potessero fare una legge perché il presidente della regione Molise è contrario: un’assurdità. Una tematica interessata da questo conflitto è l’immigrazione: Commissione e Parlamento cercano di lavorare ad una politica comune di gestione e redistribuzione dei migranti mentre gli stati dell’est rimangono contrari alla stessa e la boicottano a spese di quelli del sud europa, attualmente condannati a restare il porto d’arrivo e conseguente punto di gestione per un mero problema geografico (la decisione di accettare la gestione dei migranti nel paese d’approdo è stata del 2003, Governo Berlusconi, non esattamente la sinistra che oggi viene colpevolizzata per seguirne le regole). A fronte di ciò, ha senso dare colpa all’Unione Europea per quanto riguarda le (ir)responsabilità nazionali? E invece, ha senso nazionalizzare ogni volta i successi ottenuti dalle Istituzioni Europee?

La società attuale vive attanagliata in una fase di terrore, terrore non generato dallo stato autarchico che nega le libertà, ma dalla paura di non capire le dinamiche difficoltà del mondo di oggi. Questo panico, scaturito dal non sentirsi ascoltati, invece di stimolare a nuove forme di rappresentanza ha riportato in voga l’ottica dello struzzo: nascondere la testa sotto terra per non vedere i problemi e colpevolizzare “l’altro”, avendone paura ed usandolo come capro espiatorio. Per quanto possa risultare appagante l’ottica dei due popoli, dove “l’Italiano d’Italia” (e il “Francese di Francia”, ecc.) si contrappone all’immigrato ma soprattutto all’intellettuale (il vero soggetto colpevolizzato di tutto e per tutto e per il quale si nutre il peggior odio e la maggiore paura), non si può dire che sia altrettanto possibile che la suddetta ottica porti ad un riscontro positivo, ad un concetto di stato e di diritti che possano restare incontaminati sul piano nazionale, ma soprattutto nel contesto globale.

Per migliorare la nostra Europa serve farsi testimoni in prima persona, serve diffondere cultura per evitare di tornare alle armi nell’ennesimo futile conflitto dove tutti, spaesati, combattono contro tutti per non riuscire a garantirsi nulla. Se non sopportiamo di non avere presa sul nostro mondo, non ci resta che prendercene cura, tentare di capire, provare ad informarci ed informare la comunità, continuare a cercare di partorire delle buone politiche, per tutti e non per pochi.

Per essere testimone diretto di questo presente, per non dimenticare il recente passato, ho studiato e creato, tramite Associazione Social Catena e grazie al Tavolo Giovani della Destra Adige, “Progetto Europa”. Fino ad ora, questa iniziativa, ha accompagnato in un volo europeo venti ragazzi, dai 18 ai 27 anni, attraverso cinque critiche serate informative ed un viaggio a Bruxelles, per visitare le Istituzioni Europee, dal 3 al 6 Dicembre. Questo percorso si concluderà a marzo-aprile, con l’uscita in un magazine informativo, distribuito gratuitamente per parlare del nostro futuro.