Perché, alla fine, voterò sì al referendum costituzionale

Tra i mille pro e contro, i sei punti per cui è meglio accettare la nuova riforma

Siamo sinceri: questa campagna referendaria avrà anche riportato la politica tra gli argomenti di discussione del “cittadino medio” ma il livello della discussione è stato mediamente di una povertà sconcertante. Le modalità di discussione, gli argomenti portati e le modalità di dibattito non sono altro che la dimostrazione di quanto il populismo stia distruggendo ogni forma di discussione. Il dialogo non esiste più. La prima necessità per dialogare è una base comune di discussione e questa base è stata definitivamente smantellata dalla cosiddetta post-verità: i fatti non contano più, non esiste pensiero scientifico che tenga e tutte le informazioni non vengono analizzate per i loro contenuti ma solo per i sentimenti che suscitano nell’ascoltatore. Questa modalità di confronto è la principale convergenza di entrambi gli schieramenti e chiunque avesse voluto informarsi seriamente avrebbe fatto meglio a spegnere la televisione, disconnettersi da Facebook e provare a stilare un resoconto personale di pregi e difetti della riforma, delle conseguenze politiche ed economiche del cambiamento e della conservazione di questo meccanismo imperfetto definito perfetto che ci caratterizza.

Prima di analizzare il perché infine credo sia meglio accettare la nuova riforma tengo a specificare una cosa: non sono un giurista, sono un cittadino appassionato di politica, “progressista” e studente di finanza che cerca di comprendere il mondo arricchendosi il più possibile di strumenti di analisi da differenti punti di vista. La mia analisi è semplicemente il mio punto di vista, non pretendo che tutti la vedano come me e rispetto le opinioni altrui, soprattutto se provenienti da diverse sensibilità.

Le mie motivazioni si articolano in diversi punti e l’articolo è suddiviso in maniera da risultare più leggibile ed analizzabile. I principali passi sono:

  • Finanza e riforma costituzionale
  • Potere tra governo e parlamento
  • Riforma e democrazia
  • Italia ed Europa
  • Stato e Regioni (Titolo V)
  • “Si poteva fare meglio”

Finanza e riforma costituzionale

Al termine della scorsa settimana ho scritto un articolo intitolato “Incolpare la finanza per spostare voti, prendendosi gioco degli elettori”, col tentativo di analizzare il rapporto tra finanza, riforma ed informazione. Sul tema si potrebbe discutere molto e per ore, per riassumere ciò che penso posso dire che:

  • il problema di JP Morgan che ci stimola a migliorare il nostro iter legislativo non è tanto che “lebbanke ci vogliono komandare!!1!” quanto più che siamo dovuti arrivare ad avere pure una banca d’affari che ci faccia notare quanto il nostro bicameralismo perfetto sia problematico nelle tempistiche di approvazione di una legge. Per una legge non sempre l’unica cosa importante è che sia giusta, talvolta è altrettanto importante che sia approvata nelle giuste tempistiche.
  • non è vero che l’economia funziona meglio se è essa stessa a governare: per un corretto funzionamento del sistema economico è indispensabile una controparte politica che regoli il tutto secondo criteri sociali. Questo non lo dico io che sono un ignorante, lo dicono le teorie economiche stesse. Per prendere un esempio basta pensare alla Banca Centrale Europea che non funziona a dovere per la mancanza della controparte politica, ossia di un governo europeo che funzioni e che regoli in maniera più parallela e meno impugnabile l’apparato fiscale.

La complessa e principale domanda che ci si pone da anni infatti è “come superare il bicameralismo perfetto ed essere più funzionali?”. Nessuno schieramento politico afferma che il bicameralismo perfetto debba essere conservato, non vedo perché dovremmo prendercela con la finanza se esprime lo stesso parere.

Potere tra governo e parlamento

In Italia il termine “potere” ha sempre portato con sé uno spettro di paura. Siamo tutti d’accordo sul fatto che troppo potere in mano ad un singolo (o ad un partito) non possa che essere un problema — la storia è maestra ed il fascismo si studia, o si dovrebbe studiare — quello che vogliamo far finta di non ammettere è che però il potere è fondamentale se si vuole regolare uno stato.

Il problema non sta nel potere ma nel suo bilanciamento e nella sua ponderazione.
fonte: http://www.faceofanation.co/index.html

Le immagini precedenti raffigurano tramite un ritratto i differenti primi ministri che si sono alternati ai governi dal 1966 ad oggi rispettivamente di Francia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti d’America e Cuba (prima o poi la “Sinistra” dovrà anche decidere se dichiararsi democratica o autarchica ma questo è un altro discorso). Se è vero che un’immagine talvolta vale più di mille parole già quest’infografia può aiutare a capire quanto poco governabile sia stata l’Italia nella sua storia repubblicana. Il problema della continua alternanza di governi è che, più o meno ogni volta, tanti dei lavori intrapresi si devono ricominciare da capo senza riuscire mai a concludere dei prodotti consistenti e coerenti con le motivazioni stesse del concepimento.

Questa riforma costituzione è un tentativo di superamento del bicameralismo perfetto e quindi della fiducia data da entrambe le camere (nel senato la maggioranza è sempre stata più ristretta) senza tuttavia togliere al parlamento la sua supremazia sul governo. La nuova costituzione infatti non dona particolari poteri maggiori al Governo risultando in contrasto netto con la riforma costituzionale promossa da Berlusconi nel 2006 e bocciata da referendum. Per citare la divergenza tra i poteri del Presidente del Consiglio nelle due riforme cito un articolo di Internazionale che a riguardo dice:

2006 Aumentavano i poteri del premier, che poteva nominare e revocare i ministri, dirigere la loro politica e non solo promuoverla e coordinarla, sciogliere le camere. Il governo non aveva l’obbligo di presentarsi davanti al parlamento nei dieci giorni successivi all’assunzione dell’incarico, ma doveva presentare il programma davanti alle camere. La camera dei deputati (non il senato) poteva presentare una mozione di sfiducia che doveva essere appoggiata da almeno un quinto dei deputati.
2016 Non è prevista alcuna modifica ai poteri del presidente del consiglio.

In questa riforma tuttavia Berlusconi voterà No poiché a suo avviso “esiste un rischio di deriva autoritaria”, rischio palesemente inferiore a quella da lui stesso presentata, mettendo nero su bianco quanto il discostamento di Forza Italia (oppure Centro Destra/Moderati/Berlusconi/Come vogliamo chiamare quell’agglomerato politico che sta a destra del Partito Democratico ma non è estrema destra) sia unicamente una mossa politica per non essere spodestati definitivamente dal potenziale ritorno al governo di questo paese.

Riforma e democrazia

Quando si affronta il tema della democrazia è importante avere in mente il significato che le si vuole attribuire. La nuova riforma costituzionale è considerata “meno democratica” essenzialmente per due motivi:

  • numero firme per leggi di iniziativa popolare
  • senato “non eletto”

Per quanto riguarda il primo punto la nuova riforma porta da 50.000 a 150.000 le firme necessarie per chiedere al parlamento di discutere una legge di iniziativa popolare ma inserisce l’obbligo di discussione della legge da parte del parlamento. Il passaggio da 50.000 a 150.000 firme, a mio avviso, non è sintomo di una minor democrazia ma di una crescita dal punto di vista democratico: innanzitutto la popolazione italiana è aumentata (anche se non del 300%) ma soprattutto è aumentata la velocità di circolazione dell’informazione. Nell’epoca dei social media, della pubblicità diffusa ovunque e delle petizioni online raccogliere 50.000 firme non è affatto impossibile e sposta la proposta di legge da essere rappresentativa di una determinata fascia di popolazione ad un’altra nettamente minore. Viviamo in una repubblica rappresentativa dove noi cittadini eleggiamo delle persone — in via teorica competenti — che ci rappresentino (ciò non lo dico io ma la stessa Costituzione più bella del mondo che sempre più spesso viene richiamata solo quando fa comodo) e personalmente valuto più democratico che siano discusse poche leggi con la richiesta di un considerabile numero di cittadini (150.000 firme sono comunque lo 0,2% della popolazione italiana attuale) rispetto ad ammucchiare leggi richieste da un numero minore di cittadini senza che esse abbiano l’obbligo di essere discusse. Altro punto riguardante la democrazia è che le firme necessarie per la richiesta di referendum restano 500mila, con il quorum di partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto. Nel caso in cui le firme raccolte dai promotori per la proposta di referendum siano almeno 800mila il quorum di partecipazione si abbassa alla maggioranza dei votanti dell’ultima tornata elettorale (Sole 24 Ore).

Relativamente al senato non eletto la situazione è un po’ più complessa di come è stata venduta da entrambi gli schieramenti. La modalità di elezione del Senato, in caso di vittoria del Sì, è rimandata ad una legge elettorale successiva poiché, giustamente, le modalità elettive sono materia elettorale e non costituzionale. L’attuale disegno di legge in discussione al Senato, il cosiddetto disegno di legge Chiti, prevede l’elezione diretta dei senatori ed è quindi sbagliato parlare di Senato non eletto. Sbaglia comunque anche il Comitato del Sì a darne per scontata l’approvazione poiché, come dice il comitato del No, è plausibile una modifica o addirittura cancellazione dello stesso. Si deve però notare che sia i parlamentari schierati per il Sì che per il No sono a favore dell’elezione dei senatori da parte del popolo, una garanzia al 100% della stessa però non può né potrebbe esistere.

Italia ed Europa

L’Italia, per scelta, fa parte dell’Unione Europea e con essa ha stretto dei trattati internazionali che vanno rispettati per la nostra stessa Costituzione già esistente. Nei vari trattati rettificati dal parlamento italiano con legge apposita ci sono i vari vincoli su obblighi e tempistiche delle rettifiche delle leggi europee ed anche il Patto di Stabilità e Crescita (PSC — rettificato con il Fiscal Compact). A mia opinione l’Unione Europea non mira in alcun modo a decidere per lo Stato Italiano in misura maggiore da quanto partuito nei vari organi decisionali comunitari, le preme piuttosto che le decisioni prese insieme vengano poi rispettate, per il funzionamento dello stesso apparato europeo. Nei giorni scorsi il ministro Schäuble, personaggio che personalmente non adoro e col quale mi trovo molto più in disaccordo che d’accordo, ha annunciato che se fosse italiano voterebbe sì. Il suo endorsement ha scatenando di conseguenza, nuovamente, tutta la polemica euroscettica con tanto di affermazioni come “la Germania ci vuole togliere la sovranità popolare”. In primo luogo noto che se fossi in politica ed un giornalista mi chiedesse cosa pensi sia politicamente più utile ad un’organizzazione di cui faccio parte probabilmente esprimerei anche io un’opinione. In secondo luogo non posso non constatare che i cosiddetti “diktat” europei diminuirebbero sensibilmente se ci dimostrassimo in grado di governarci invece di limitarci a parlare di come sarebbe meglio farlo. Una volta che in sede europea è stata presa una decisione non possiamo decidere di tirarci indietro per gli stessi trattati che abbiamo firmato.

Per fare un parallelismo finale, un esponente della Germania che si esprime sull’Italia sentendosi dire letteralmente “fatti i cazzi tuoi” non è poi particolarmente differente da un rappresentante di una regione italiana che si esprime sulle problematiche di un’altra regione portandoci quindi al punto successivo.

Stato e Regioni (Titolo V)

Il rapporto tra stato e regioni è una questione davvero complessa sulla quale non mi dilungherò se non facendo due brevi constatazioni. La riforma del Titolo V del 2001 ha spostato l’ago della bilancia verso un maggiore federalismo mentre la nuova riforma tende ad un bilanciamento più statalista. Bisogna quindi cercare di comprendere il perché di una marcia indietro sulla decisione.

La prima apparente ragione di questo ribilanciamento sta nel fatto che, a differenza di un esempio come il Trentino Alto Adige (a statuto speciale) che negli anni ha fatto tesoro delle competenze migliorandosi, le altre regioni non sembrano aver sfruttato ampliamente le nuove potestà, portandole a gravare come nuove responsabilità da cui discolparsi dando la colpa a Roma piuttosto che come nuove possibilità di miglioramento. Risultato: ancora più differenza tra le varie regioni italiane.

Il secondo punto importante, quello toccato essenzialmente dalla “clausola di supremazia dello Stato”, gioca sul fatto che se vogliamo essere uno stato funzionale non è possibile che le regioni boicottino ogni piano governativo, rendendoci ancora più ingovernabili di quanto già siamo. Una clausola di supremazia potrà non piacere per i diretti interessi ma non è altro che una necessità, il tutto starà in base a come verrà usata.

“Si poteva fare meglio”

Tutti i parlamentari di tutti gli schieramenti politici sono d’accordo sul fatto che la legge potesse fatta meglio e forse il motivo per cui lo pensano tutti sta proprio nel fatto che una riforma costituzionale non potrà mai accontentare tutti quanti allo stesso modo. Una riforma costituzionale va pensata e discussa con un’amplia condivisione politica che comprenda più schieramenti possibili, cosa che tra l’altro è stata pure fatta fino al ritiro di Berlusconi per i motivi sopra descritti (con tanto di critiche della sinistra perché Berlusconi a loro avviso non doveva essere coinvolto). Da ormai almeno trent’anni tutti i partiti politici sono favorevoli al superamento del bicameralismo perfetto ma nessuna riforma è stata approvata in tal senso. I motivi sono plurimi, dal fatto che non fare nulla e mantenere una scusa per discolparsi dell’incapacità di governare è comodo al fatto che nessun partito è davvero disposto a mettere le carte in tavola e modificare la Carta Costituzionale senza utilizzare la cosa a proprio tornaconto politico. Se fino ad oggi nulla è stato realmente fatto e ci troviamo tra i piedi un meccanismo imperfetto come il bicameralismo perfetto dubito seriamente che una riforma migliore possa prendere piede se non tra almeno dieci o quindici anni, risultando poi con enorme probabilità altrettanto “migliorabile” quanto quella attuale.

Conclusione

Trovo doverosa una riflessione sulla qualità della democrazia, osservando come funzioni l’informazione attualmente dei cittadini italiani (e non). Oltre al già allarmante 47% di analfabetismo funzionale che posiziona l’Italia in testa alla classifica mondiale dell’ignoranza, l’umanità sta entrando in una spirale autodistruttiva dove l’informazione non viene cercata parallelamente da più fonti attendibili ma solo all’interno della stessa stretta cerchia selezionata in base al proprio credo politico: un ottimo modo per non vedere nulla aldià del naso, con un gigantesco paraocchi come garanzia. Per quanti vogliano approfondire il tema consiglio l’articolo di Vice Italia dello scorso Ottobre intitolato “Mi sono informato solo tramite pagine Facebook grilline per una settimana”.

Io spero vivamente che venga approvata la nuova riforma costituzionale dando nuovamente credibilità all’Italia come paese che si assume le proprie responsabilità, togliendo al parlamento la scusa dell’ostruzionismo gigantesco e dei ricatti dei partiti che con il 2% dei voti influenzano l’immobilismo di un’intera nazione (il problema maggiore dell’ostruzionismo sta al senato dove la maggioranza è molto ridotta se non quasi inesistente).

Renzi non è né sarà mai un dittatore. I problemi della deriva autoritaria dovrebbero derivare piuttosto dalle estreme destre e dai populismi di Lega Nord e Movimento 5 Stelle, tutti quanti convogliati nel Comitato del No che sente il timore di una deriva autoritaria opponendosi ad essa. Se tutti sono contro ad un abuso di potere della maggioranza dove starebbe il problema? Soprattutto, come siamo calcolati noi cittadini italiani? Se io voto un partito e questo in una legislatura comincia a comportarsi in maniera autarchica, senza trovare quindi una maggioranza per approvare leggi di revisione costituzionale (altrimenti se sono tutti d’accordo siamo comunque in braghe di tela), come potrei votarlo nuovamente? Un voto popolare in nome di un’autarchia sarebbe una giustificazione democratica della stessa, vale quindi anche qui la democrazia?

La nostra Costituzione è stata concepita con delle enormi garanzie anti autoritarie perché più di altri abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il significato di dittatura. Credo tuttavia che una totale garanzia non sia utile se ci porta ad auto implodere rendendo impossibile impostare un lavoro legislativo ed un lavoro di governo.

Forse io rimango troppo un visionario ma non riesco ancora a cancellare la speranza che questo paese sappia riprendersi. Smettere di credere in noi non farà altro che condannarci definitivamente. La nuova costituzione può finalmente concederci una dignità che da troppo ci facciamo mancare quanto aumentare le probabilità di disastri a livello legislativo se non venisse eletto qualcuno di capace grazie al voto popolare (e la storia sarebbe identica se il senato fosse integralmente cancellato come vuole buona parte del No). Bocciare la nuova Costituzione per una mancanza di coraggio può lasciare le cose come stanno — e non stanno messe bene — quanto condannare comunque il paese ad essere conquistato dai partiti populisti e di estrema destra che raccolgono la grande maggioranza delle votazioni per il no. Per chiudere definitivamente, apprezzo con cuore le motivazioni di chi è garantista della nostra attuale Costituzione e dei limiti da essa imposti ma si deve riconoscere che essi rappresentano solo una ristretta minoranza del voto contrario: una vittoria del No rafforzerà gli estremismi di destra ed i populismi, non aiuterà certo la sinistra a riconquistare un ruolo più centrale.


Non ho pensato questo articolo come campagna elettorale. Ho pensato questo articolo come un invito alla riflessione anche quando si sarà chiusa questa parentesi di ritorno alla discussione e tutto tornerà come prima. La politica funziona se viene vissuta ogni giorno, se ognuno si preoccupa di migliorare ciò che incontra nella vita quotidiana. Se vogliamo evitare un’altra crisi politica ed il conseguente distaccamento generale dalle istituzione la strada è una sola: tornare a fare politica quotidianamente, in prima persona, arricchendosi in ogni istante cercando di ampliare la propria visione della vita e del mondo.