Vittoria del popolo, sconfitta del popolo

Come una vittoria democratica porta ugualmente al problema di essere rappresentati.

Scrutini finali del Referendum Costituzionale. Fonte: http://elezioni.interno.it/referendum/scrutini/20161204/index.html

Comunque andasse l’esito del referendum costituzionale di ieri abbiamo assistito ad una campagna elettorale al limite dell’imbarazzante. Io credo fermamente che l’ampia partecipazione del popolo che ha portato ad una vittoria schiacciante del No non possa classificarsi esclusivamente come populista: il voto ha dimostrato il bisogno di tornare a dibattere, ad interessarsi e a mettersi in gioco in prima persona. Discorso diverso, ahimé, si deve fare nei confronti della campagna elettorale: sia “il sì” che “il no” hanno deciso di seguire una linea populista letteralmente trattando gli elettori come idioti.

Oggi è un giorno difficile. Ogni giorno successivo ad una votazione è sempre difficile. Come circa in ogni elezione che si sia tenuta in Italia anche questa volta hanno vinto tutti e non ha vinto nessuno. Ha perso Matteo Renzi ed il suo Partito Democratico, riuscendo comunque a vincere un consenso elettorale che con l’attuale legge garantirebbe una maggioranza. Ha perso il comitato del No dimostrandosi comunque un agglomerato di poche e confuse idee, dove la sinistra e l’ANPI si ritrovavano allo stesso corteo dei fascisti, dove una proposta comune non è maturata né potrà maturare.

I commenti post voto sono come i “ti amo” durante il sesso... Lasciano il tempo che trovano perché escono senza una vera riflessione.

Conscio di questa mia convinzione credo che sia necessaria una presa di coscienza da parte di tutti, nel tentativo di comprendere cosa stia succedendo e cercare di leggere un popolo sempre più diviso politicamente ma sempre più unito nell’odio e nella miseria.

La personalizzazione di Matteo Renzi: una questione di punti di vista

Partiamo dall’analisi primaria su cui tutti si associano e dissociano contemporaneamente: Matteo Renzi ha fatto bene a personalizzare il referendum o è stato l’errore madornale che lo ha portato a perdere una grande occasione? A mio avviso la questione è piuttosto semplice: la personalizzazione di Renzi non ha cambiato nulla. L’azione di rendere il referendum una sorta di conferma del governo e non solo della nuova proposta costituzionale sarebbe avvenuta con o senza il Presidente del Consiglio. Siamo sinceri: se Matteo Renzi non avesse annunciato in primis le dimissioni in caso di non conferma ci avrebbero pensato Beppe Grillo e Matteo Salvini. La politica in Italia funziona in maniera da non valorizzare i risultati ma il ritorno elettorale dei singoli, non sarebbe stato certo questo referendum costituzionale a cambiare le solite modalità. Matteo Renzi ha semplicemente cercato di anticipare la mossa dell’opposizione nel tentativo di minimizzare i danni, un salto nel vuoto finito miseramente. La vera responsabilità, piuttosto, era di noi elettori: il voto doveva essere solo nel merito e non per mandarlo a casa, nel caso di sconfitta le sue dimissioni sono comunque la conseguenza più giusta. Sarebbe stato bello fosse successo questo. I No, purtroppo, raggruppano comunque alcuni contrari al governo che la riforma probabilmente non l’hanno letta (non posso dire tanti né quanti per mancanza di dati quantitativi) ed hanno votato di pancia (come dice Grillo) o proprio per mandare a casa Renzi (ad esempio Lega Nord).

Il vero appunto da fare al fronte del Sì in toto, piuttosto, riguarda la qualità della campagna elettorale fatta. La riforma poteva essere l’opportunità di rimettere al centro l’elettore, di trattarlo come un essere umano consenziente e con il diritto di poter dire la sua. A dirla tutta dovrebbe essere solo così, sono i cittadini a votare i politici, ma in Italia questa cosa è andata sfumando nel corso della storia. Invece di mettere al centro il merito della riforma, gli stessi che hanno portato il termine “nel merito” ad essere iperinflazionato hanno preferito parlare per slogan, vendendo diminuzioni dei costi della politica invece della maggior efficacia del nuovo sistema parlamentare. Come se poi i costi della politica fossero da tagliare a livello costituzionale. Se fosse stata sfruttata l’opportunità di parlare alle persone invece di avere la presunzione di non ascoltare gli altri, il risultato sarebbe potuto essere diverso. Un’altra occasione sprecata, dallo stesso centrosinistra del partito che nel nome si definisce “democratico”.

La novità vera per il panorama politico italiano, invece, è un’altra. La grande innovazione, se di innovazione si può parlare, sta proprio nelle dimissioni di Matteo Renzi.

Qualcuno ricorda quale sia stato l’ultimo politico “visibile” ad assumersi pienamente le responsabilità di un errore, ancora di più di quanto meritasse, e a farsi da parte di conseguenza?
La risposta credo che sia “non ho alcun ricordo”.

Da anni ogni elezione decreta solo perdenti e la volontà di accettare l’evidenza è sempre mancata. Ho seguito il discorso del Presidente del Consiglio in cui annunciava le dimissioni ringraziando il popolo ed accettando a testa alta il voto: uno spessore del genere mancava da fin troppo tempo. Sul Governo Renzi ognuno può e deve esprimere la sua opinione ma il modo in cui si è assunto pienamente la colpa del fallimento è inequivocabile.

Una vittoria di tutti, una vittoria di nessuno

Il popolo sovrano si è espresso contrariamente a queste modifiche proposte alla Carta Costituzionale. Io non credo che il 40% degli Italiani, chi ha votato No tra gli aventi diritto al voto, possa classificarsi totalmente come ignorante, disinformato, populista e “indegno di votare”. Certo, dei chiari esempi si sono visti anche questa volta — tra articoli bufala su schede con voti del sì già segnati e complottismi vari che meriterebbero delle conseguenze penali — ma classificare in questo modo un numero così alto di cittadini che scelgono di andare a votare e di dire la loro opinione sulla carta fondante del nostro Paese mi sembra irrispettoso e soprattutto terribilmente arrogante.

Vogliamo pensare realmente che il 40% degli italiani si accontenti di lasciare le cose come sono? Sono sicuro che l’Italia voglia cambiare, il populismo è solo la peggiore di queste rivendicazioni di svolta da parte delle istituzioni. Il problema è da cercare oltre. Io ho votato Sì e rimango convinto della mia scelta, penso che la nuova Costituzione avrebbe avuto molti punti migliori anche se qualcuno era molto borderline (se siete interessati ai motivi ho scritto un articolo a proposito). Vogliamo però chiederci cosa veramente sia stato bocciato dalla maggioranza dei cittadini? Ciò che è stato bocciato, personalmente, non credo che sia stato il governo Renzi ma il fatto che la Costituzione non si possa cambiare con parti poco chiare perché scritte male, frettolosamente ed in maniera incongruente nel tentativo di trovare un compromesso. Ma allora al compromesso come giungiamo?

Una riforma che non vedrà luce

È ormai da trent’anni che ogni singolo partito si schiera a favore del superamento del bicameralismo perfetto. È da anni anche che i partiti si turnano sul sostegno ad una riforma elettorale che dia un vincitore certo senza passare per le larghe intese. Le carte, per ora, restano uguali a prima: sorvolando su questa fase finale di legislatura dove il Governo potrebbe essere tenuto anche da una persona a caso per sbirgare le pratiche amministrative — ma non così tanto considerando che abbiamo una legge di stabilità da approvare entro l’anno — la vera questione si volge verso il nuovo voto con una legge che lascerà la proporzionalità al senato. Ogni cittadino dovrebbe fare un vero esame di coscienza e chiedersi se preferisca un premio di maggioranza che dia spazio di governo al vero vincitore oppure continuare sulla strada proporzionale che significa unicamente larghe intese.

Questa storia del volere due cose contemporaneamente ed incompatibilmente mi ricorda la generale, sempre costante nel tempo, critica ai governi che “non aumentano occupazione e salari contemporaneamente”, come se fossero due cose matematicamente compatibili con un mercato fermo.

Il Movimento 5 Stelle vuole una legge proporzionale, quella votata dal Blog, ma poi si rifiuta di fare alleanze con gli altri partiti per la maturissima idea per cui “tutti sono venduti”. Sotto questo aspetto una novità comunque c’è: durante la conferenza stampa alla Camera di ieri il M5S ha affermato di non voler più essere etichettato come antipolitico, implicando quindi direttamente che intendono governare al costo di non farlo da soli. Con chi si alleerà quindi M5s? Con il “piddì mafioso e sporco”? Non credo. Forse l’unico partito vicino alle loro tematiche, aldilà dell’immigrazione, è la Lega Nord.

Apriti o cielo.

Le proposte che non esistono

La minoranza del Partito Democratico, con tanta felicità del buon Civati, sarà contenta del risultato del Referendum in cui ha votato No nonostante il Sì durante la votazione parlamentare. La vittoria politica è indiscutibile, anche io vorrei vedere un PD più di sinistra e meno complice alla destra, ma la permanenza al proporzionale non farà altro che portare comunque il PD a cercare alleanze extra partito. Se non ci sta M5S, e mai ci starà nonostante fosse dal principio la scelta forse più saggia, non rimane molta altra scelta.

Con il proporzionale non si decreta un vincitore, si assegnano i pesi con cui sedersi al tavolo dei perdenti.
A cercare compromessi.
Ed un compromesso si deve trovare.

Oggi è l’ennesimo esempio di come il Popolo sia stufo dei giochetti e si voglia dimostrare superiore ai propri politici che ancora credono di poter usare la Costituzione a scopo elettorale. Questo No non è un No a Renzi. Questo No è un No a tutti i partiti che da trent’anni non hanno il coraggio di sedersi ad un tavolo e scrivere una riforma condivisa e totalmente condivisibile che sia fino in fondo all’altezza della Costituzione Italiana.

Renzi ci ha provato, ha portato la sua idea che è stata poi modificata cercando un compromesso con gli altri partiti, salvo poi la fuga collettiva a danno fatto.
Una fuga motivata dal voler far dimettere Renzi.

Renzi ha subito la sua arroganza ma “l’accozzaglia” da lui citata non potrà che definirsi tale finché destra, M5s e soprattutto la Sinistra non si preoccuperanno di produrre proposte serie invece di lamentele. Specifichiamo una cosa: produrre idee significa stendere un programma con idee che funzionino, non lanciare proposte come fossero dolci della befana ignorando le conseguenze a cui porteranno e la compatibilità tra un proposta e quella della riga successiva. Un pensiero politico deve essere economicamente sostenibile, non perché “lebbanke sono kattive11!!!1” ma perché viviamo in un mondo interconnesso, lo Stato ha un bilancio e noi non mangiamo cibo caduto dal cielo per grazia divina.

Ed ora? Cosa facciamo?

Ora non abbiamo più scuse. Non le avevamo nemmeno prima ma ora è ancora più chiaro. Non possiamo giocare a tessere la tela di giorno e disfarla di notte: sembra ed ormai è tutto un gioco malato dove ognuno sa cosa debba essere fatto ma nessuno lo fa per i ricatti degli altri. Sono trent’anni che parliamo di cosa dovremmo fare e come dovremmo farlo, mai una volta che si sappia giungere ad un accordo accettando che per una modifica costituzionale un accordo debba necessariamente esistere.

Oggi è il momento in cui non si deve sprecare questo ritorno alla coscienza politica. Oggi è il giorno in cui non ci possiamo più permetterci di guardare la partita da lontano e lamentarci dei giocatori. Oggi è il giorno in cui tutti quanti, dal primo all’ultimo, dobbiamo scendere in campo e combattere determinati per l’Italia che vogliamo.

Oggi i giornali devono tornare ad interpretare il Paese perché ha ragione Marco Travaglio a sfogarsi in diretta da Mentana, quasi urlando, dicendo “se i cartellini gialli e rossi non li alziamo noi, chi li alza?”. Non è che Marco Travaglio sia esattamente il mio idolo ma ha pieno motivo di dire che la stampa, forse, non sta interpretando fedelmente il paese.

Il problema, comunque, non sono i giornali che rimangono tuttavia fonti di notizie bene o male certe (lasciando perdere casi come Libero ed i suoi sondaggi al limite dell’inimmaginabile). Il problema è formarsi, studiare, Informarsi con la I maiuscola facendo fact-checking e senza credere alle quintalate di bufale presenti in rete. Il problema è migliorarsi di giorno in giorno e continuare a cercare una soluzione comune che sicuramente esiste.

Se questo voto non è populista alziamo la testa, urliamo di essere al mondo e pretendiamo l’ascolto. Questa volta però dicendo cose sensate.

La strada sarà lunga, sarà faticosa, ma ce la possiamo fare.

Peace.