Quando l’azienda non paga gli stipendi

Qualche anno fa l’azienda per cui lavoravo ha attraversato un periodo di crisi e lo stipendio arrivava a singhiozzo (o peggio, non arrivava proprio). Lo ricordo come uno dei periodi più brutti della mia vita.

Per rispetto agli ex colleghi ancora coinvolti in questa vicenda, non voglio citare il nome dell’azienda che attualmente è in liquidazione; sappiate che ci sono persone che non hanno avuto la fortuna di trovare un altro lavoro, e altri che aspettano ancora i soldi dovuti.

I fatti

Sono stato assunto da un’azienda di consulenza e, come tutti i consulenti, sono stato mandato a lavorare presso un’altra azienda “madre”. Per i primi 3–4 mesi il lavoro è stato fantastico, ricordo soprattutto la spensieratezza di conoscere i nuovi colleghi e i progetti su cui dovevo lavorare.

Dopo i primi mesi, tuttavia, arrivarono le prime comunicazioni che lo stipendio sarebbe stato pagato in ritardo — prima 5 giorni, poi 10 giorni, poi 20 giorni… si fece dicembre e arrivò la comunicazione definitiva, “non sappiamo quando avremo modo di pagare la tredicesima e la mensilità”.

I miei giorni lavorativi scorrevano apparentemente normali, andavo a lavoro tutti i giorni e cercavo di dare il massimo come faccio sempre; era anche difficile parlare di queste cose con i colleghi e con i capi, perché tutti gli altri erano dipendenti dell’azienda madre quindi avevo pochi colleghi diretti. L’unica persona con cui potevo sfogarmi era mia moglie (quindi immaginatevi il clima a casa).

I tentativi di cambiare la mia situazione

La prima cosa che ho provato a fare è di trovare un altro lavoro, e in effetti l’ho anche trovato. Ho firmato una lettera di assunzione con un’altra azienda, e ho comunicato le dimissioni nei termini (45 giorni! caspita quanto ci vuole a licenziarsi quando manca l’ossigeno), ma cinque giorni prima delle dimissioni effettive mi chiama per ritrattare: “Michele, aspettavamo soldi dalla regione che non sono arrivati. Se puoi, se puoi resta dove sei.”

Mi è caduto il mondo addosso. Dopo aver trovato una via d’uscita, scopro che era un vicolo cieco e devo tornare indietro e rifare tutto da capo.

Con la testa bassa vado dal responsabile del progetto a cui lavoravo e gli chiedo se è disposto a riprendermi, ovviamente valutandomi per il mio lavoro e senza alcuna presunzione di essere “perdonato”. Voi cosa avreste fatto? Beh lui si è sbracciato per tenermi a lavoro, e a tre giorni dalle dimissioni ufficiali (con quintali di carte già spedite a INPS, consulenti del lavoro, etc) abbiamo ritirato tutto.

Contemporaneamente, la mia azienda di consulenza (quella che mi pagava lo stipendio) giurava e spergiurava di aver risolto i problemi finanziari, e quindi c’era da stare tranquilli. Ovviamente non era affatto così.

Dopo altri 3–4 mesi di pagamenti a singhiozzo, ritorno dal mio responsabile sul progetto — quello che mi aveva “ripreso” a seguito del casino delle dimissioni ritirate — e gli spiego per la prima volta come stanno le cose davvero. Gli dico che non ce la faccio più, che mi sembra di essere un cretino e che non so come gestire la situazione. A questo punto l’azienda “madre” mi aiuta a trovare un’altra società satellite dando di nuovo le dimissioni a 45 giorni con la determinazione che stavolta, anche a costo di rimanere senza lavoro, non avrei voluto avere più niente a che fare con un’azienda che non paga.

Me ne sono andato con un credito di 4500 €, e ad oggi restano solo 450€ ancora da avere (che forse non rivedrò mai più). Altri miei ex colleghi aspettano cifre più alte, dell’ordine di 10.000€ (TFR e arretrati).

Come ci si sente

La sensazione che ho avuto nei periodi più bui era che la colpa fosse mia. Ricordo in particolare il periodo di Natale, quando non potevo comprare nemmeno un regalino a mia moglie perché avevo 4,5€ sul conto! L’inconscio mi faceva apparire che non era l’azienda ad essere nel torto, ero io a non aver fatto la cosa giusta (quale, poi?!) al momento giusto.

E’ stata dura prendere qualsiasi decisione perché avevo sempre la sensazione di perderci qualcosa, ma non saprei dirvi cosa. E non vi parlo nemmeno della sensazione di irriconoscenza che ho avuto verso l’azienda “madre” del progetto, che mi hanno aiutato quando hanno potuto, e che ho provato a mollare un paio di volte. Insomma, una situazione psicologica debole.

Cosa si può fare per evitare tutto questo

A mente fredda è facile parlare, ma ci sono alcuni suggerimenti che posso darvi.

  1. Al primo accenno di stipendio pagato in ritardo o non pagato affatto, cercate un’alternativa. L’ideale è rassegnare le dimissioni “normali” così non perdete mensilità, TFR, e quanto altro. Non credete a chi vi dice che tutto si aggiusterà, a meno che non abbiate accesso a conti e contratti e possiate dire con tranquillità che le cose stiano davvero a posto.
  2. Se avete un buon gruzzolo messo da parte e potete permettervi uno-due mesi senza stipendio (che, pur restando in azienda, accadrà), e se siete a almeno 3 mensilità arretrate, vi conviene licenziarvi IMMEDIATAMENTE per giusta causa e fare domanda di disoccupazione all’INPS. In rete si trovano molti articoli a riguardo. E’ importante sapere che se vi licenziate “normalmente” non avete diritto a niente, ma il mancato stipendio è considerabile come giusta causa, purché dopo iniziate una causa civile contro il datore di lavoro per riavere i soldi indietro (altra condizione affinché l’INPS eroghi la disoccupazione).
  3. Restare in azienda e sperare di essere licenziati è una pessima idea. Psicologicamente subirete tutto voi ed è estenuante. Anzi, non è nemmeno una tattica: è come stare su una barca in pieno oceano col mare in tempesta — o con la calma piatta: state bene finché avete viveri.

Io spero che non vi accada mai nulla di tutto ciò, ma se vi è accaduto e volete provare a spiegare come vi siete sentiti e cosa avete fatto per uscirne, questo blog è a vostra disposizione. Non fate nomi di aziende perché io modero tutto e i commenti offensivi o diffamatori saranno immediatamente cancellati. Grazie per la comprensione.


Originally published at michelenasti.com on February 28, 2017.

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