IL MARMO KOWALSKI,

Migliorini Andrea
Nov 7 · 14 min read

OVVERO SULLA MENZOGNA DEL MOTO.

Conoscere? Al momento, non è necessario.

Epistemologia, gnoseologia, significanti: che differenza fa?

Meriterebbe un discorso più articolato ed ampio, la questione.

L’assenza delle forme è il requisito. La sconfitta della conoscenza è il risultato. L’unica possibilità rimanente consiste nella fatica minuziosa del particolare, con il conseguente abbandono dell’universale.

L’arte consola? Può dirlo forte, caro interlocutore casuale: soltanto l’Arte, consola. “Un Adriano — proseguiva Nickola Kowalski, nell’atto di rivolgersi all’ultimo dei suoi interlocutori casuali — d’evidente ascendenza romana. Pare Traiano, da questa visuale. E come non notare il magistero assoluto della Colonna? Lo si evince, e lo posso affermare con chiarezza, dalla apollineità dei tratti: dalla struttura di per sé, nel suo complesso”. Una spiegazione retorica soddisfatta, che s’appoggiava sempre sui medesimi materiali narrativi; un canovaccio composto da tre pilastri, enunciati con tanto di scansione chiropratica: semplicità dei tratti, indice; leggerezza, medio; fierezza, anulare. Una spiegazione retorica carica, fluviale: che correva ammaliante fino a giungere, prima dell’improvvisazione conclusiva, al dettaglio erudito, d’occhio antiquario: che di sicuro l’interlocutore casuale non aveva notato, che “non mancano, in realtà, nemmeno i primi segnali del rinnovato classicismo: la vedete, qui, proprio qui — e non s’asteneva dal toccare santommasico, Nickola Kowalski: bisognava stabilire un contatto didattico con l’oggetto dei discorsi — qui, esatto, questa soffice torsione del collo, e la pelle: la pelle, che cosa dire di questa levigatezza epidermica?”, e, coerente con le sue teorie da divulgatore improvvisato, ne carezzava una guancia con il dorso delle prime dita. Le palpebre cadevano senza recitazione nell’apparenza del deliquio, proiettandolo nella dimenticanza delle contingenze e delle cose necessarie. La mente ricostruiva dalla profondità dei percettori tattili la diacronia compositiva della statua: la capacità poietica del cervello s’impegnava fino al punto di ricrearlo, il busto d’Adriano; ed al termine del processo gli pareva fosse opera sua e non di mani d’un tempo che fu: ciò che fino a pochi secondi prima, chiusi gli occhi, non era che un semplice blocco di marmo, d’un tratto diveniva silenziosa opera sua, di Nickola Kowalski. Il volto d’Adriano rispondeva senza parole e senza azioni al cambio di prospettiva autoriale: muto e fermo seguitava nella missione indicibile dello sguardo, fuori dalla storia e dal variegato mondo delle percezioni. Ad indicare con le pupille bianche un implicito gioco — domanda e risposta, risposta e domanda — di possibili piani cinematografici, in attesa di montaggio. Una massa di capelli insieme informe ed ordinata: un casco d’eleganza fine e discreta il cui profilo s’univa, all’altezza delle mascelle, col territorio d’una barba che conteneva la propria espansione come un’edera poggiata con grazia sul bordo d’una finestra: una barba “più che estetica — concludeva Nickola Kowalski, dopo l’ennesima similitudine — allusiva e metaforica, carica di sensi e gravità”. Nonostante la descrizione e l’esegesi puntuale d’ogni aspetto stilistico, all’interlocutore casuale rimaneva, nel silenzio estatico dell’osservazione, un coagulo d’impressioni confuse: fors’era il colore, già, il colore, il bianco d’un marmo ormai tendente al grigio che sembrerebbe privo d’ogni tutela e del primitivo slancio cromatico; per non parlare del restauro assente. Un modo della cura che si definirebbe coi nomi di pigrizia e abbandono; non fosse, certe volte, per una forma spasmodica d’attenzione — ignota agli interlocutori casuali — che Nickola Kowalski esprimeva negli atti di pulizie schizofreniche, amorosi intenti ossessici, convulsioni tattili e visive: come la sorgente d’un impulso, una passione estemporanea tesa, nell’essenza, più verso la vita nell’arte che verso l’arte stessa.

Dopo la visita al busto d’Adriano, ci si sedeva in salotto: immersi nei pendoli e nelle lancette, gli interlocutori casuali erano invitati ad accomodarsi non senza preghiere sui divani rossi, Nickola Kowalski si scostava con umiltà sulla sedia in legno, gonfia di cuoio, posta di fronte alla scrivania da poco cerata. Seguiva un rituale preciso nel sedersi, innaturale: le ginocchia si piegano anticipando la parte superiore del corpo, e sembrano comandare, prima ancora della mente, l’azione complessiva. L’interlocutore casuale più attento s’accorge di questa stranezza, senza tuttavia considerarla degna di nota: comincerà a darle peso, in senso psicologico — nell’ottica del giudizio — solo prima d’alzarsi dal divano, con l’idea di andarsene o fuggire.

Dopo pochi minuti i discorsi, dapprima generali e senz’altro divertiti, ricadevano con seriosa gravità sulla celeberrima questione-del-tempo: capitava spesso che alla pronuncia d’affermazioni tipicamente kowalskiane, quale la definizione dell’essere umano come macchinario cronofobico, seguiva l’inevitabile richiesta di chiarificazione, sotto forma di perché, cui il padrone di casa rispondeva con un tono non tanto deciso quanto categorico, nel quale non mancava un tintinnio d’insolenza intellettuale: un suono ipovocalico duro e fastidioso, sebbene non privo d’un procedere, alla nascita, tanto melodico quanto persuasivo, “senta, ripeteva Nickola Kowalski, la questione è semplice: il tempo è la nostra negatività, mio caro interlocutore casuale. E noi dobbiamo fuggire il tempo: non ci resta che questo, dal momento che ogni tentativo di ricondurre questa dimensione alla nostra interiorità si rivela un improduttivo fallimento. Non basta affermarne la relatività o la plasticità per esorcizzarlo, il Tempo: mi segue?, non basta affatto alcuna azione umana per annullarne la potenza distruttrice, sovra-umana.” L’interlocutore annuiva, il più attento tornava con il pensiero alle ginocchia del padrone di casa nell’atto di sedersi. “Il Tempo, proseguiva Nickola Kowalski, è come la carta moneta: una creazione, un prodotto umano che è necessario in prima istanza per il consumo. Un ur-prodotto, archetipico e ormai fattosi mito invisibile della società contemporanea. Il Tempo ci divora, crea la morte.” Lasciava cadere le pause in maniera secca e decisa, senza che in esse vi fosse la possibilità sonora d’una risonanza antidialettica per la parola altrui: ogni pensiero che non fosse kowalskiano non poteva permettersi d’espandersi e prendere materia, tant’erano possenti i concetti espressi. “Ogni eroe fallisce — ricominciava Nickola kowalski con lo stesso tono — anche qualora vinca; pensi a Goethe, ad Omero, pensi alle narrazioni più favolose dell’umanità: l’eroe fallisce per il semplice fatto che il vero nemico non è la sua nemesi fattuale, presente. E non è nemmeno la banalizzazione freudiana della nemesi, sia essa l’inconscio nella forma del sé e nell’immagine dello specchio, oppure il multiforme e magmatico caos del cosmo che riemerge e lo inghiottisce. L’eroe — che Nickola Kowalski indica, ripreso il fiato, con le dita aperte e tese, come a sorreggere un peso — agisce nel prima e nel dopo: ogni atto è posto lungo una linea da cui discende l’etica, la morale, il giusto. Lei ci pensa mai a che cosa sarebbe l’etica se abolissimo il movimento? Ma aspetti, aspetti, adesso ci arriviamo al movimento. Torniamo all’eroe. L’eroe proietta , si proietta e, oltre le ombre, è salvifico. Ma lui, l’eroe, non è mai salvo. Contribuire alla conservazione della vita altrui non restituisce la pienezza della propria esperienza e questo, mio caro interlocutore casuale, è il dilemma. All’eroe resta sempre il confronto con il Tempo entro il quale si dispiega la sua avventura, il suo viaggio.” Il discorso, ormai monologico, proseguiva senza interruzioni fino all’epigrafe recitante, con vuota teatralità “Il nemico dell’eroe, d’ogni eroe: è il Tempo”. Alla quale seguiva una seconda porzione di ragionamento, dapprima volta ad una specificazione semantica della lapidaria espressione “Il nemico, è il Tempo”, volta a chiarificarne il referente: “non si intende ora la paura del divenire, ovvero del conflitto fra la forma e il suo passaggio. Non s’intende ciò che banalmente rappresentiamo con il deperimento, l’invecchiamento, la noiosità organica dei nostri corpi”. Si riferiva, Nickola Kowalski, a ben altro: all’immagine del Tempo, della cui inesistenza ontologica non si poteva dubitare in alcun modo. Ma lo sapeva, l’interlocutore casuale, qual era l’alleato primo del Tempo? Che poi era anche il vero motore immobile del discorso stesso. Era il movimento, caro interlocutore casuale. Adesso se ne poteva parlare. Il Movimento.

Gli interlocutori casuali passavano dall’abitazione signorile di via Blebsky 31 attratti dalla possibilità d’interagire con un nobile esponente dell’intellighenzia polacca, uno che, si vociferava, teneva i marmi dell’antica Roma in salotto, e lampade sempre accese, e i libri, e i gioielli e le altre cose che ti fanno ricco e nobile. E le reazioni successive al primo incontro, tuttavia, seguivano sempre uno schema preciso di non-ritorno: gli interlocutori trovavano in lui per l’intanto un conforto indeciso — specie durante la visita al busto d’Adriano — trascolorante dopo breve discorrere in pronta sicurezza: un sentimento progressivo che si consolidava ad ogni sostantivo, ad ogni verbo, ad ogni enfatica cesura. La sensazione cominciava ad aggrovigliarsi durante il dibattito sulla questione-del-tempo. E quando, sotto forma di perché, gli venivano poste questioni riguardanti i motivi delle sue strambe idee — innanzitutto, per l’appunto, la questione-del-tempo — Nickola Kowalski riusciva sempre a ricondurre ogni evento particolare, anche il più infimo e seccante, ad un sistema di valori più ampio, culminante in un’unica ipotesi di fondo. Sovente, l’ultima parte del monologo si concludeva con una frase che può sembrare apodittica — qualora la si riporti così, avulsa dal contesto — ma bisogna immaginare non lo fosse affatto nel flusso continuo del discorso filosofico: “soltanto ciò che è immobile è conoscibile e conosce”. E valeva a cascata: per l’amore, per il sangue, per le oche; le donne, gli uomini e i bambini; per l’acqua, il cibo e, se non altro, almeno per il sistema respiratorio; e poi per Cristo, Giove, Chronos; per l’ebraismo, e, infine, per Dio: era consequenziale, logico. Bastava aprire le braccia per esplicitare catene implicite di nozioni interrelate. “Perchè leggo la Torah?” La risposta non poteva ridursi al biografismo: del genere, perché mio padre era rabbino, com’era naturale che fosse. “Perché soltanto ciò che è immobile è conoscibile e conosce”, rispondeva Nickola Kowalski. Questa sicurezza sulla vita, condita d’una generale e diffusa parvenza di razionalismo, annichiliva il super-io cognitivo degli interlocutori casuali. Questa passione analitica per le spiegazioni causa-effetto si fregiava d’una potenza infondata in apparenza, la cui aurea si dipanava come ghiaia calpestata perfino nell’eloquio e nell’incesso del conte Nickola, sul quale era innegabile che agisse, inoltre, il profilo marcato e intimidatorio della nobiltà ereditaria dei Kowalski: la realizzazione dell’anomala presenza di queste superfici sopra un solo individuo conduceva i casuali interlocutori ad un cambiamento d’intenti che acuiva il fastidio percettivo dell’altro: un trauma gerarchico-subordinante li colpiva come un cancro, s’irradiava per metastasi in tutto il corpo a partire da un singolo arto. Verso colui che da Sig. Kowalski — non privo d’incipitari egregio, carissimo, e felicissimo e importantissimo — diveniva d’un tratto il vecchio-stronzo-Kowalski. Così, l’iniziale moto di conforto e sicurezza scompariva per lasciare posto ad un nuovo sentore: una novità psicologica che s’instillava nell’interlocutore casuale proprio a partire dal diaframma; un principio atavico di risentimento che si faceva sottocutaneo; che costruiva, con lentezza paziente di sguardi, un’architettura altrettanto coerente e giusta: pronta, al termine del processo, a divenire disprezzo totalizzante.

Nickola Kowalski immaginava i pensieri dei suoi interlocutori casuali dopo che questi, per vari motivi, lo salutavano d’un tratto: perché era tardi o perché era presto, perché la moglie li aspettava a casa o perché dovevano fare delle commissioni urgentissime, assolutamente inderogabili, e allora s’alzavano veloci sulle ginocchia e gli porgevano la mano: ritta e indefettibile; gli stringevano le dita con una forza che doveva essere più virile della sua: è normale, Nickola Kowalski rifletteva su questo gesto, che quando gli uomini si sentono in pericolo pensino di poter rimediare mostrandosi più uomini di ciò che in realtà sono; in questo caso specifico: più uomini di lui, Nickola Kowalski — che forse, non senza umorismo, iniziava ad intravedere nell’essere-meno-uomo una possibile via d’uscita alla sofferenza e al dramma del tempo nei modi della sua questione. E li immaginava poi, i suoi interlocutori casuali, che s’incontravano per strada, nei negozi di cappotti; nei bar del quartiere, seduti davanti al fumo ozioso delle tazze; e in chiesa, chi in ginocchio chi in piedi, chi in silenzio chi in preghiera: giochi di pupille e parole. Discutevano del più e del meno, esordivano dunque con dialoghi che muovevano dal comune universo di confortevolezza, onde evitare di scivolare su terreni impervi e friabili — com’è d’uopo fare quando ci si incontra così, per casualità. Dalla situazione climatica “Bello oggi, non è vero?” “Non pare nemmeno d’essere in Polonia”, alle persone odiate dai più “Chi, il vecchio-stronzo-Kowalski?” il passo è breve: “E di cosa ti ha parlato oggi?” “Lasciamo stare, non penso ci tornerò mai più, da quel saccentone” “Spiacevole, non è vero?” “Assolutamente, assolutamente”, “Ha mostrato anche a te quella statua, di chi è, poi, Auguusto?” “Mah, per me è una copia, un falso: chiunque sia, non mi interessa”, “Forse ti ha introdotto alle visioni delle sue diavolerie erotiche?” Non le avrebbe di certo difinite così, Nickola Kowalski, le sue teorie sulla masturbazione e sulla vacuità dei sensi, metafore con le quali tendeva, ligio alle leggi tradizionali della retorica, tramite luoghi tratti dall’immaginario collettivo a presentare l’impossibilità intellettiva di conoscere il piacere: il quale, per l’appunto, essendo fuggitivo, contraddice il noto assunto di base delle teorie kowalskiane sulla questione-del-tempo, da cui derivava, in ultima analisi, la radice gnoseologica del tutto. “Soltanto ciò che è immobile è conoscibile e conosce”.

Ma a Nickola Kowalski interessava ormai così poco d’avere un pubblico ed un seguito, o, come si suol dire in questi casi, un circolo, che non se ne curava più in alcun modo. Anzi: se possibile, contribuiva ad alimentare quell’immagine di sé che gli altri seguitavano a costruire con l’arte banale dei giudizi sintetici a priori, che nulla aggiungono all’oggetto della conoscenza. “Oggi mi masturberò pensando a te”, disse un giorno, sorridendo con labbra sincere, ad uno dei suoi ultimi interlocutori casuali, mentre verso il tardo pomeriggio rientrava nel portone ornato e barocco della dimora signorile di proprietà — così recitava il cartello — da più d’un secolo dei conti Kowalski di Cracovia: via Blebsky 31, sotto l’arco della luce più astratta della città, oltre le piazze più vuote.

Nessuno si recava più al suo citofono, e nel salotto vagava un silenzio amaro e portatore di contemplazione. Nicola Kowalski sedeva nel centro della sala, secondo il rituale prestabilito. Appoggiava lo zigomo sul palmo della mano, talvolta chiudeva gli occhi assonnato. La solitudine venutasi a creare lo portò ad arrangiarsi: convinto con Platone che la filosofia non potesse nascere se non da un confronto, si trovò costretto ad inventarsi lui stesso un’alterità con cui dialogare, una figura che s’adattasse alla sua visione delle cose e dei fenomeni. Non poteva scegliere una persona, e, sebbene ci avesse pensato, non erano affatto ripercorribili le strade intraprese dal genio di Mary Shelley. Bisognava rovistare fra la vastissima materialità del mondo: lì si celava il mistero e il segreto di ciò che non ha moto. La natura ama nascondersi, del resto. La precisa dialettica — tutta interna al soggetto — che indusse Nickola Kowalski alla scelta particolare d’uno specifico oggetto, non vi è tempo né modo di ripercorrerla: basti sapere che lo sguardo, una volta sedutosi in salotto, si poggiò sugli oggetti con la frenesia naturale e ingiustificata dei pettirossi in autunno, privo solo del cinguettio dei volatili; fuggì da destra a sinistra, dai bicchieri alle stoviglie rilucenti; corse con affanno dagli orologi — indugiando con fare mimetico sull’oscillazione del pendolo d’alcuni — ai vergognosi comodini ammuffiti. Non si fermò finché non trovò un supporto stabile, una casa gelosa e finale, un monumento che fosse adatto a farsi nido del novello intelletto. Quando lo trovò — o meglio la, trovò — si calmò, come si entra in un mare di acque temperate. E dire che gli era sempre stata vicina, quella statua, esposta com’era nell’androne di rappresentanza, nota non solo a lui ma a tutti gli interlocutori casuali che aveva ammesso oltre la soglia; Adriano fissava ancora un punto fuori dalla storia, e, come per attirarne l’attenzione, Nickola Kowalski s’alzò dalla sedia e decise di togliergli il naso con uno scalpello: forse, a ben pensarci, una punizione per la tardiva epifania; forse la rabbia di chi comprende ma non sa comunicare; o forse, come è più probabile, perché l’ossigeno si muove troppo e contraddice perciò il noto assunto di base delle teorie kowalskiane: “soltanto ciò che è immobile è conoscibile e conosce”, pensò di nuovo prima di colpire.

Quando vennero a cercarlo, nei giorni più freddi del ’40 — era gennaio — posero subito all’anima della città una domanda specifica: Wo ist er hingegangen? E specificarono con urla grevi che era necessario trovarlo subito, il Kowalski, prima che fuggisse. Individuati, in seguito a brevi ricerche, i suoi interlocutori casuali, li radunarono e li interrogarono: fu un compito facile, convincerli: chi, il vecchio-stronzo-Kowalski?, venite, prego, venite! A dire il vero, non avevano nemmeno espresso parola — uomini d’onore — gli interlocutori casuali. Per indicare la strada che portava a via Blebsky 31 s’erano limitati, con umile assenso, ad accompagnarli sul posto, come una squadra silenziosa e giusta, indicando, una volta giunti, il citofono e la targhetta con un dito complice, nonché soddisfatto di umanissime catarsi. E fu loro disappunto — sempre nel silenzio — poco dopo, vedere i tedeschi uscire a mani vuote, parlare tra loro agitati, Wo ist er hingegangen?, coi cappelli duri d’ansia e le mani al gelo, senza guanti. Non lo trovarono, infatti, Nickola Kowalski. All’inizio bussarono con crescente delirio, i tedeschi: come i cani abbaiano. Non sazi di questa sonora violenza, si diedero all’azione fattiva: abbattuto prima il portone e poi la porta d’ingresso, trovarono soltanto un panorama di abbandono casalingo; le luci spente, la cucina ferma, gli orologi e i pendoli; vuoto di parole il luogo in cui un tempo il Sig. Kowalski era solito discorrere con i suoi interlocutori casuali, il suo circolo. Il camino senza fumi, i mobili, il candelabro: la sedia ricordava ancora con nostalgica passione le forme di chi usava poggiarvi il peso, uso ad accumularsi nelle natiche, delle stanchezze quotidiane. Uno degli interlocutori casuali s’avvicinò al gruppo di soldati, voleva notizie più precise sulla situazione, per poter essere, diceva, maggiormente d’aiuto. Aveva colpe Nickola Kowalski? Certo, come tutti gli ebrei polacchi, anche Nickola Kowalski aveva le sue colpe.

Wo ist er hingegangen? Ripetevano ancora con la durezza secca dei ghiacciai alpini.

Lo trovarono ugualmente, più tardi, alla guida d’una macchina che, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettati, pareva camminare pensosa piuttosto che correre impaurita verso gli ultimi metri di libertà e possesso. Andava verso la prospettiva declinante d’una strada desolata, lungo i bordi della quale gli altissimi alberi, ignari del tempo, sopportavano a stento il peso della neve appena giunta. Dal centro dell’abitacolo i rami parevano danzare al ritmo d’un vento assente, e brillavano d’un bianco muscoloso che agli occhi di Nickola Kowalski, ancora capaci di sinestetico stupore, risuonava come il peso del piombo. Due berretti scuri, due canne di fucile, un autocarro: non appena li vide — e riconobbe — nello specchietto retrovisore, poggiò il piede sul pedale del freno con la pazienza di Sisifo. Avanzare ancora: che senso avrebbe avuto? Non voleva certo morire da eroe; anzi, l’eroe rappresentava tutto ciò che Nickola Kowalski non aveva mai voluto essere: il movimento eterno; ma fuggire, fuggire?, fuggire nemmeno era possibile: non era un modo come un altro dell’eroismo, la fuga? E poi significava muoversi, perfino fuggire. Nello specchietto retrovisore le immagini si avvicinano, s’ingrandiscono. Al suo fianco l’unico oggetto immobile, l’unico vero portatore della conoscenza: chissà che ne avrebbero fatto, i crucchi — Nickola Kowalski sorrise a questo pensiero, fra gli ultimi — l’avrebbero rotto, spezzato, rubato, maciullato, dipinto. Ma la conoscenza era immobile: il resto, accidente. Era una statua, in fondo: qualcosa sarebbe rimasto, anche solo tasselli da comporre, materiale per gli archeologi del futuro. Nessuno avrebbe mai compreso il significato tanto metafisico quanto empirico di quest’oggetto che gli sedeva a fianco, ora con trasporto ora con assenza. Almeno così, senza naso — si consolò con l’ironia dei condannati — non avrebbe potuto sentire l’odore di letame della guerra. La macchina ormai, se non ferma, girava prossima all’arresto. Nickola Kowalski ritornò a fissare la strada, in avanti: un ultimo gesto romantico. E gli pareva d’avvertire la gravità sotto le piante dei piedi: questo pensiero — l’ultimissimo, per la verità — lo distolse dai rumori affannosi del cosmo mai sazio. Non s’accorse nemmeno del momento esatto in cui le ruote, complici del destino, smisero di rallentare. Così come i polmoni, il cuore, l’anima.

Ma aveva ragione, Nickola Kowalski. Forse — come capita spesso, ai più grandi — sbagliava il linguaggio, le parole; ma aveva pienamente ragione. Il Tempo.

La Storia, l’Amore, la Vita: possiamo conoscere soltanto ciò che si ferma.

    Migliorini Andrea

    Written by

    Mai stato bravo a presentarmi. Iconoclasta. Fonte di paradossi.

    Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
    Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
    Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade