Mamma Africa mi porta in Africa
Milioni e milioni di chiacchierate fa mia nonna esclamò cosi d’un tratto “Bella di nonna ma sarà che ti ho mischiato questa specie di malattia per l’Africa e Gerusalemme? Sono preoccupata perchè tu questa voglia di scoprire la stai portando all’estremo e rischi la vita ogni volta che ci vai. Io mi sento responsabile”. Le sorrisi e non andammo oltre, continuammo a fumare bevendo caffè lasciando andare i nostri pensieri lontani. Mia nonna era una donna curiosa, avventurosa, tenace, caparbia, senza paura per se stessa ma sempre preoccupata e in pena per gli altri. Mia nonna un giorno partì per l’Africa e ci andò da nonna mica da ragazza. I suoi grandi occhi blu abbracciarono il Kenya e portarono a casa tante, tante, tantissime istantanee di persone incontrate laggiù che l’hanno amata per la sua immensa bontà. Mia nonna contribuì a donare un pezzo di felicità a chi la vita l’aveva negata e in compenso da quella felicità donata ricevette in cambio un amore così grande che tutti la chiamavano Mamma Andreina. Mia nonna in Africa mi ci ha mandata per la prima volta e poi dopo qualche anno mi ci ha anche portata. Stesso orfanotrofio, stesso villaggio, stesse baracche, stessi bambini che da piccoli diventavano grandi, donne e uomini che lei stessa ha aiutato a crescere, mangiare, studiare, diventare qualcuno. Erano ragazzi ambiziosi i suoi figli d’Africa. Chi studiava medicina, chi voleva fare il pilota d’aerei, chi l’ingegnere.
Un giorno di mesi diversi di anni lontani tra loro partimmo. Lei per prima e io dopo. Il mio primo viaggio in Africa. Avevo 23 anni. Ero sola con il mio zaino pieno di inquietudine, malinconia, solitudine e confusione. Ricordo il rumore di una bicicletta che lenta lenta mi passava davanti mentre aspettavo di lasciare la capitale per andare in fondo, nel profondo dell’Africa nera. Laggiù nel bush dove i contatti con l’esterno si perdono, dove le acacie disegnano linee lunghe lunghe che coprono l’orizzonte sotto un cielo basso azzurro pieno di nuvole che poi diventa nero nero pieno di stelle che se allunghi un dito sembra che riesci quasi a toccarle. Laggiù dove la terra è rossa e l’aria sa di legna bagnata bruciata. Nel cuore di un villaggio nascosto nella foresta circondato da capanne di fango c’è un cancello verde che quando lo apri fa un rumore terribile di ferro arruginito. Oltre quella ferraglia c’è un mondo di cui il nostro mondo è all’oscuro, non se ne cura, l’ignora. Ci sono dei bambini soli che vivono tra le galline e le pecore. Ogni mattina percorrono chilometri a piedi su scarpette di gomma ricavate dai copertoni delle ruote per andare a scuola. Una divisa verde lercia, rotta, strappata, sempre la stessa. Una scuola ricavata tra le lamiere sulla terra arsa dal sole. Una lavagna logora. Un maestro sorridente. Quelle vocine che urlano in coro lettere e numeri. Il futuro dell’Africa. Il futuro di una qualsiasi famiglia africana che non sa nemmeno se questo futuro finirà la sera stessa visto che da mangiare non ce n’è sempre per tutti. E le zanzare e la malaria, ma non ci sono zanzariere nè medicinali. E tutte quelle piccole malattie o infezioni che laggiù nel bush sono invalidanti, croniche, sanno di morte, puzzano di ingiustizia.
Il mio primo viaggio da sola è stato là nella foresta di Meru, in Kenya. Il mio primo viaggio in Africa è stato dolcissimo, pieno di baci e di abbracci gratuiti ricevuti da quei bambini che mi stavano attaccati come mosche. E si sa che le mosche africane sanno essere molto appiccicose. Ho ricevuto così tanti baci e così tante manine nere mi hanno stretta che alla sera ero nera anche io. Alcuni di loro per l’emozione di essere presi in braccio per la prima volta nella loro vita mi facevano la pipì addosso. Ebbene si! Ricambiavano un mio abbraccio con una buona dose di pipì talmente gialla da risultare corrosiva perchè non c’era acqua da bere per loro e nemmeno per me per lavarmi la loro pipì dai vestiti. Ma ci feci l’abitudine e non appena per me risultò normale loro smisero di farlo. Si abituarono a ricevere abbracci e l’emozione iniziale lasciò il posto alla presenza, alla costanza di esserci, al desiderio di giocare insieme. Non ci si capiva con le parole ma riuscivamo ad usare bene gli occhi e il cuore.
Il mio primo viaggio in Africa potrebbe iniziare col classico C’era una volta delle fiabe. E’ stato come vivere una favola perchè ho vissuto quel mondo, quell’altro mondo agli antipodi dal nostro ignorandone la violenza, la guerra, le atrocità delle milizie, la povertà nera che puzza di morte perchè la guerra ti insegue come il mirino di un cecchino che non ha mai sbagliato un tiro. Ancora non sapevo che avrei ricordato quel primo viaggio come una delle milioni di vite fa perchè non immaginavo lontanamente che di Afriche ne avrei viste tante negli anni a venire e tutte facevano a gara a chi sapeva più di tragedia. Milioni di vite fa non sapevo ancora che mi aspettavano dietro l’angolo milioni di vite da vivere ancora, di persone da incontrare, di strade sterrate da percorrere, di scarpe da consumare, di lacrime da versare e da ingoiare quando era meglio non lasciarne cadere nemmeno una per paura di non riuscire a fermarle più.
