L’illusione di aver sconfitto il tempo

Il capitalismo e il progresso tecnologico non sono sempre rose e fiori. Hanno i loro svantaggi. Uno di questi è la nostra illusione che — con la tecnologia — si possa sconfiggere il tempo. Il mantra della corsa all’efficienza è fare sempre di più in meno tempo.

Andiamo da Roma a Milano in meno di tre ore senza staccarci da terra. Ci andremo in 25 minuti se costruiranno il sistema postale pneumatico per spedire persone, lo chiamano Hyperloop. La cover dell’iPhone arriva a casa domani con Prime, in due ore con Prime Now, in un’ora con Prime Now e qualche euro extra. Ti scarichi un film in 15 secondi, con la 300 megabit. Il conto in banca lo fai con l’app, in qualche minuto. L’azienda te la apri online con una manciata di clic. Sei solo e vuoi conoscere qualcuno? Apri Tinder.

Tutto bellissimo.

Il problema dov’è? La velocità con cui raggiungiamo l’obiettivo (sempre che la meta sia l’obiettivo) ci illude che il viaggio sia semplice. Crediamo che le cose difficili siano diventate facili solo perché ci vuole meno tempo a farle. Tutto sembra lì vicino, a portata.

Quanto ci vuole per andare a letto con qualcuno che non conosci? Qualche battuta, un drink o due, dipende.
Quanto per aprire un’azienda? Qualche mese, due soldi e pronti via, siamo tutti startuppari.
Quanto per cambiare di nuovo idea? Solo un altro messaggio, un impegno inventato, la qualunque.

Però ci stupiamo che le cose non durano, che niente di quello che in quattro e quattr’otto costruiamo sta in piedi. Solo perché possiamo farlo spesso sembra che dobbiamo, altrimenti che occasione persa! Siamo diventati velocissimi a pensare, a scrivere, ad amare, a costruire. E tutto quello che così velocemente costruiamo con altrettanta fretta, alla prima folata di vento, sparisce.

Abbiamo perso la pazienza perché la tecnologia e la distanza dalla natura ci hanno illuso che della pazienza si possa fare a meno. Ma non si può, perché ci vuole sempre un anno prima che si possa vendemmiare di nuovo, ci vogliono ancora 9 mesi per fare un bambino, diverse vite per fare un’azienda, anni per scrivere una poesia, migliaia di ore per conoscere qualcuno.

Proviamo a costruire perché ci girano le palle che moriremo. Vogliamo trovare un senso che spesso viene dal fare cose che rimarranno dopo che ce ne saremo andati: un figlio, una canzone, un’azienda, un quadro. Ma nella fretta di costruire continuiamo solo ad abbozzare. Perché non sappiamo su cosa scommettere, su quale relazione investire. Non abbiamo tempo da perdere, noi. Quindi lo buttiamo via tutto, per diversificare il rischio.

Invece, forse, dobbiamo rallentare. Tanto. Perché bisogna andare piano per fare bene. Nell’illusione di aver sconfitto il tempo ci stiamo sconfiggendo da soli. Dedichiamo milioni di nevrotiche frazioni di tempo a costruire cose che si disfano nel momento in cui ci giriamo dall’altra parte e viviamo nel terrore di voltarci e non vedere nemmeno le nostre impronte.

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