Il fallimento del data journalism italiano: quali sono le cause?
Andrea Nelson Mauro
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Credo che le motivazioni siano più profonde di quelle, certamente vere, che hai citato, tutte inerenti l’offerta (investimenti e finanziamenti degli editori; sperimentazione, formazione, competenze dei creatori, giornalisti e sviluppatori).

Io penso invece alla domanda: se i lettori chiedessero a gran voce di fruire più contenuti analitici (long forms, data visualization, simulazioni, ecc..), gli editori magicamente troverebbero i fondi per fornire quei contenuti.

Perchè non avviene?

Per me, le ragioni sono prima di tutto politiche: se i numeri possono evidenziare fallimenti, incongruenze, assurdità delle politiche attuate, è naturale che ci sia poco interesse, se non addirittura ritrosìa, a fornirli (posto che siano stati raccolti). Penso alla situazione degli Open Data italiani (certi numeri per loro natura devono essere forniti dalle amministrazioni pubbliche).
La classe “dirigente” (vilmente) insinua il disinteresse per il dato.

Ci sono ragioni culturali: i numeri, la matematica, la geometria, la statistica, sono difficili per la maggior parte dei lettori, vengono percepiti come di nicchia (chi ci capisce è considerato “nerd” anzichè “smart”).

Ci sono ragioni legate alla difficoltà di percezione del dato:

  • i dati più complessi vanno rappresentati astraendo le forme e mappando scale di valori su scale di lunghezza, area, colore, opacità, velocità, ecc, e non sempre i lettori hanno tempo o forma mentis per interpretare livelli di astrazione stratificati;
  • information overflow: specie nei lavori esplorativi, il lettore non può percepire tutti i dati e mentalmente scappa (“troppa roba, boh”, o alla meglio “bello ma adesso non ho tempo, bookmarko”).

Ci sono ragioni psicologiche:

  • lavori troppo complessi possono far sentire l’utente inadeguato alla fruizione, con conseguente fuga o magari sentimento di antipatìa (mi viene in mente questo articolo sul consumo etico);
  • deficit di attenzione dilagante: l’utente moderno fruisce contenuti online in qualche secondo e quasi riesce a percepire solo il design grafico (bello = sharo, brutto = salto).

Ci sono ragioni pragmatiche: se l’argomento è quasi-astratto (PIL nazionale, migranti, pena di morte, ecc) non è ovvio che l’utente trovi la motivazione di leggere un long form, quindi non ne chiederà ancora, magari sottoscrivendo l’abbonamento al giornale o al sito.

In questo senso secondo me il data journalism in Italia dovrebbe dedicarsi in un primo lungo periodo ad insinuare l’utilità del dato: alfabetizzare i lettori mostrando cose meno “alte” e più utili, fare “giornalismo di servizio” e spiegare in modo coinvolgente e divertente cause ed effetti dei fenomeni che ci interessano da vicino: mostrando cause e responsabilità di un’inondazione o frana che ha colpito un piccolo comune, in quali alimenti e confezioni si trova lo PFAS, ecc…

Contestualmente, fornire i contatti dove protestare o magari congratularsi e ringraziare chi innova.

Come se il data journalism fosse una app :)