La Libia secondo Minniti (la sicurezza, le migrazioni, i diritti umani, l’Africa e l’Ue ad Abidjan)

Un incontro allo IAI e un resoconto annotato il meno livoroso possibile

Se fossimo un Paese attento a quel che capita nel medio periodo, alle cose che ci riguardano davvero e seriamente, in queste settimane, in questi mesi non faremmo che parlare di Libia cercando di capire cosa succede, perché e perché ci riguarda. O parleremmo della conferenza Ue/Africa di Abidjan prima e dopo di essa, a lungo. Le ragioni sono molte e non hanno solo a che vedere con i maledetti barconi. Il ministro degli Interni Minniti ha partecipato alla presentazione di un volumetto prezioso State-building in Lybia, Integrating diversities, traditions and citizenship edito da Reset Doc che è scaricabile in pdf qui. Un’occasione utile per ascoltare il suo punto di vista espresso con calma e davanti a una platea ristretta e selezionata di giornalisti e addetti ai lavori come quelle che normalmente si incontrano nei think-tank d’Europa e d’America. Un’occasione rara a Roma dove i think-tank quasi non ci sono o quando ci sono, come ha scritto molte volte Mattia Diletti, autore di Think-tank per le edizioni de Il Mulino, sono delle macchine collegate alla politica o diretta emanazione di qualcuno. Non dei centri di studi e analisi policy oriented, insomma. Lo IAI è una rara eccezione ed è proprio nella sede dell’Istituto Affari Internazionali, che Minniti parlava. È il Viminale il titolare della questione libica, Paese confinante, partner storico, luogo di interessi economici, sembra essere il ministro della polizia e non l’inquilino della Farnesina. È importante sottolineare questo aspetto perché ci dice quali siano oggi le priorità — migrazioni, intelligence.

Di seguito una sintesi del lungo intervento del ministro e qualche chiosa molto critica ma con toni pacati. Con una premessa: la fragile situazione libica, in continua e rapida evoluzione e con partner internazionali che sembrano ciascuno giocare una partita (la Francia, la Russia in primis e poi la semi-latitanza americana), rende il lavoro del governo italiano difficile. Questo non rende migliori alcune scelte fatte da Minniti e sostenute dalla maggioranza. Ciò detto, come si legge nel libro di Reset e come ha detto Arturo Varvelli (il curatore) allo IAI, la Libia ha una storia istituzionale breve, fragile e debole e una molteplicità di attori sociali e politic (dalle milizie, alle tribù, dalle municipalità nascenti, alle entità istituzionali cresciute nel dopo Gheddafi), da rendere la costruzione del puzzle statuale molto complicata.

Minniti parla sostanzialmente di tre cose importanti per l’Italia: sicurezza, flussi demografici e questione umanitaria. Per queste ragioni, oltre che per la partnership economico-energetica, una Libia stabile, con uno Stato funzionante (il tema del libro di Reset) è interesse italiano. Nel discorso di Minniti le questioni si intrecciano, come è naturale. A volte lo fanno perché ci sono oggettivi incroci di questioni (lo sviluppo dell’Africa, la sua demografia, i flussi migratori), in altri casi il ministro pone l’accento in maniera tale da giustificare e rendere oggettive delle scelte politiche quali quella di far gestire alla guardia costiera di quel Paese la drammatica vicenda del traffico di esseri umani diretti verso le coste italiane.

1. La sicurezza

Il ministro degli Interni parla della caduta di Raqqa, vittoria contro l’entità statuale Califfato, che libera però energie per un soggetto che è stato allo stesso tempo un attore para-istituzionale (il Califfato) e un attore che fa una guerra terroristica. La maggior parte dei foreign fighters che hanno combattuto per al Baghdadi tra Siria e Iraq venivano da Nord Africa e Balcani e, oggi, si trovano sconfitti, soli e in fuga verso casa (o verso l’Europa dove vogliono proseguire la loro guerra con altri mezzi, quelli terroristici). Viaggiano da soli o in gruppi e la via più semplice per viaggiare è quella di confondersi, sparire, nei flussi migratori. La Libia, così, diviene luogo di transito o rifugio sicuro e potenziale piattaforma per la preparazione di attacchi in Europa. Minniti cita l’attentato alla moschea sufi di Bir al-Abed in Sinai — perché sa che lo hanno organizzato estremisti di ritorno? O per collegare punti non necessariamente collegati tra loro in maniera da dare sostanza al proprio ragionamento? Ci sono informazioni che il ministro ha e noi no, ma l’insistenza su questa diaspora dell’Isis pronta a salire sui barconi, quando abbiamo visto come in molti siano rientrati in aereo dalla Siria e sappiamo che le organizzazioni terroristiche hanno loro reti, producono documenti falsi, ecc. suona un po’ come una giustificazione. Tra l’altro i pericoli per noi non giustificano la morte, le sevizie e gli stupri ai danni di altre persone.

La provenienza dei foreign fighters in Siria

La conseguenza logica del ragionamento di Minniti è: per stare sicuri dobbiamo controllare meglio e di più, arginare i flussi, espletare le pratiche burocratiche relative ai richiedenti asilo in Libia. Ovvero fare le scelte che il governo italiano ha fatto. Minniti cita con aria grave i morti egiziani, così come i morti per liberare Sirte dall’Isis parlando dei “giovani morti di Misurata, la piccola Sparta” come per dire: anche quelli sono morti come i migranti, non sono un mostro e I care. Ciò detto, il tema della stabilizzazione della Libia, lo abbiamo visto in Iraq, Afghanistan, Siria, dovrebbe essere un tema centrale per la comunità internazionale, mentre non tutti remano in quella direzione.

2. I flussi demografici

Il ministro parla di disattenzione storica nei confronti dell’Africa, offre qualche dato su povertà, tendenze demografiche africane e ricorda come gli sbarchi dalla Libia non riguardino i libici e come il 90% degli sbarchi abbia provenienza libica. Per questo, Minniti spiega, la conferenza di Abidjan è tanto importante. Minniti, in buona compagnia, omette che i gruppi dirigenti africani con cui ci si relaziona sono troppo spesso esportatori di capitali, violatori dei diritti umani, corrotti e poco attenti al benessere dei cittadini che governano.

Non è un tema indifferente se si parla di flussi migratori: Sud Sudan, Sudan, Eritrea, Etiopia, ma anche Camerun (per fare esempi di cui so qualcosa) sono luoghi in cui il confine tra rifugiato politico e migrante economico si toccano e dove la repressione frena anche lo sviluppo. Al contempo, e a proposito di gestire la burocrazie in loco anziché a sbarco avvenuto, Filippo Grandi, Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, ha detto in Consiglio di sicurezza due cose che si sintetizzano così: non state facendo abbastanza e non avete abbastanza attenzione per la crisi umanitaria, i maltrattamenti che decine di migliaia di persone subiscono.

Minniti ha sottolineato come l’apertura di un centro come quelli a cui fa riferimento Grandi sia un grande passo e che la stabilizzazione della Libia è importante anche perché il trafico di essere umani — unica vera economica per molte parti delal Libia oggi - è florido laddove non ci sono istituzioni. Le affermazioni di Grandi ci ricordano però quanto sia grave la disattenzione al tema delle violenze subite dai migranti. Minniti ha ragione quando dice che Ue deve contribuire allo sviluppo locale per sostituire le economie del traffico. Il ministro sottolinea anche come siano in diminuzione gli arrivi da Sud grazie agli accordi con i paese confinanti e con le tribù libiche. Ci piacerebbe sapere cosa ne è delle persone che arrivano in quei Paesi.

3. La questione umanitaria

Minniti si limita più o meno a un in Libia “vanno rispettati i diritti umani” e aggiunge che il Paese, che non ha mai ratificato la convenzione di Ginevra, è porto di partenza da almeno 15 anni. Il ministro degli Interni sembra dunque dire: “Dove eravate fino a ieri?”. La verità è che in molti già denunciarono gli accordi tra i governi di centrodestra e Gheddafi in materia di contenumento dell’immigrazione. Il ministro riconosce che l’immigrazione africana non è cancellabile ma che va regolata e che lo si fa solo stroncando il traffico. Solo poi potremo avere corridoi umanitari e governo legale dei flussi. Nei due tempi, la dignità delle persone arriva sempre nel secondo tempo.

Tra le cose che Minniti ha detto, sulle colpe occidentali in Libia, c’è quella di non avere avuto un piano sul dopo intervento armato e caduta di Gheddafi. Giusto. È accaduto lo stesso in Afghanistan e Iraq. Attenzione però: il ministro si rammarica della situazione dei diritti umani dopo aver scelto di usare la guardia costiera a attori non istituzionali X per frenare le partenze verso l’Italia fa qualcosa di simile a quanto fatto dalle potenze occidentali. Prima fa una scelta politica dettata da ragioni di politica interna, poi corregge il tiro per il backlash di immagine tra una parte del suo elettorato e perché arrivano le testimonianze, i video della Cnn ecc. Ma delle condizioni disumane nei centri di detenzione e transito sapevamo già tutti — compresi qui media che prima hanno più o meno elogiatola scelta, salvo poi scoprire cosa succede alle persone migranti in Libia. La scelta di Minniti e del governo è stata fatta per rispondere alla pressione e al mercato politico italiani e non ha a che vedere con i pericoli legati al terrorismo. Che poi in questo gioco al rinvio e al male minore (in termini di consensi elettorali) il governo italiano non sia solo e abbia come complice tutta l’Unione europea, non è una giustificazione, rende solo tutto più triste.