La prima volta che ho incontrato Obama (nel novembre 2006)

Un comizio di Obama a Columbia, in South Carolina, durante le primarie del 2008

Barack Obama è una figura importante nella storia per mille ragioni. E lo è nella mia personale. Nel 2006, un po’ per caso (la maternità di una collega), mi sono ritrovato a scrivere di Stati Uniti e a essere inviato a seguire la prima campagna elettorale che segnava la riscossa dei democratici dopo l’era Bush — quella del midterm 2006. Non conoscevo il modo di funzionare della politica Usa, inseguivo il senatore Sherrod Brown per l’Ohio, da solo, in auto e senza avere una vera idea delle distanze da coprire. Cercavo interviste con le persone sbagliate e cercavo di racontare i meccanismi. Quell’esercizio, allora e nella elezioni successive mi veniva bene: quando uno non conosce a memoria e deve cercare di capire è anche migliore nel far capire e non dare nulla per scontato. Un giorno, durante quella permanenza a New York, mi resi conto che il senatore che aveva aperto la convention del 2004 presentava il suo nuovo libro. E decisi di andare. Non sapevo che quell’incontro mi avrebbe cambiato la vita: da allora ho seguito con costanza la politica Usa, ho scritto due libri su di essa, conosciuto americanisti, colleghi bravi con cui ho viaggiato e mi sono scambiato idee per anni, persone ospitali e generose a Chicago, letto libri interessanti, vissuto anni in America, dove sono diventato padre e marito. E nutrito una passione sviscerata per il presidente Obama e per il suo modo di fare politica — più che per le sue scelte specifiche. Quel giorno, dopo aver visto Obama ho scritto l’articolo qui sotto. C’era quasi scritto che sarebbe diventato presidente. Da allora, fino alla previsione sbagliatissima sulle presidenziali del 2016, avevo azzeccato ogni previsione.

La libraia è visibilmente emozionata. Parla da un palchetto davanti a una platea di centinaia di persone spiegando che “Ci siamo quasi”. Pochi minuti prima una troupe televisiva che si muoveva in fretta aveva fatto scattare in piedi i 200 che sono arrivati così presto da essersi guadagnati un posto a sedere e girare tutti gli altri. Mentre l’impiegata della grande libreria Barnes&Noble di Union square sta ancora parlando alla platea in attesa, dal fondo della sala cominciano a scrosciare gli applausi e le grida. Obama è arrivato, stringe la mano a chiunque gliela tenda, sorride. E’ sottile, elegante e bello. Diverso dalle figure tipiche della politica americana anche nel fisico, sul quale non si vede la polvere del potere, dell’appartenenza a una dinastia di qualche stato. “Potrebbe portare una ventata di aria fresca a Washington”, come commenta una studentessa con in mano tre copie del suo ultimo libro, Audacity of hope (l’Audacia della speranza). Un ragazzo con gli occhiali che ha gli stessi problemi di relazione con gli umani di quelli di Woody Allen gli stringe la mano e quando la ritrae è emozionato. Non avrà toccato il presidente, ma un candidato credibile di sicuro si.

Joe Biden nella sua Scranton, nella prima uscita assieme a Hillary e Bill Clinton pro Obama

Barack Obama è senatore dell’Illinois da soli due anni e tutti lo danno per futuro presidente degli Stati Uniti, ha 45 anni ed è figlio di un keniota e di un’antropologa, vive a Chicago ed è in tour per presentare il suo libro e sostenere i democratici in corsa per il Senato e la Camera dei rappresentanti del prossimo 7 novembre. Certo, essere ai primi posti delle classifiche dei libri in pochi giorni, andare allo show di due superconduttori Tv con un pubblico completamente diverso l’uno dall’altro come Oprah Winfrey e Larry King nel giro di due sere è più che campagna elettorale. Senza aver annunciato se correrà o meno per le primarie democratiche per la presidenza, Obama sta lavorando per questo o per qualcosa di simile. E Oprah (e con lei l’attrice Hale Berry, due delle voci più famose dell’America nera) gli hanno chiesto pubblicamente di correre.

Election night, Chicago, Bryant park, 2008

“Sono felice di lasciare il microfono al senatore, non prima di avervi detto che il suo vecchio libro è attualmente quarto in classifica nelle nostre librerie e on-line e quello di cui ci parla oggi è al numero uno”. “Obama is number one” grida un omone nero con degli spessi occhiali e la sala viene giù di nuovo. Il senatore sorride e comincia a parlare. Come spesso gli capita nei suoi libri comincia con i ricordi: “New York è come il primo amore che non hai sposato, quando la incontri ti emozioni, qui ho vissuto tre anni prima di andare a Chicago a fare lavoro comunitario in una zona in pessime condizioni sociali”. Poi spiega il titolo del libro, dice che è una frase del discorso che lo ha reso famoso, quello con cui ha emozionato la stanca convention democratica del 2004, quello che lo ha reso famoso. “Audacia è quella di cui parlava un pastore nel quartiere di Chicago dove lavoravo. All’epoca la città andava male, le industrie locali licenziavano e lui diceva che ce ne vuole di audacia ad avere fede in un mondo così. Io dico che ce ne vuole anche per avere speranza nel futuro degli Stati Uniti per come sono messi e guidati oggi>”. Poi nomina crisi energetica, competizione mondiale e terrorismo per spiegare che “mettendosi assieme in maniera non ideologica si può tornare ad avere speranza”. Riferendosi all’ideologia, Obama parla dell’Iraq e spiega che la risposta ideologica al terrorismo non ha fatto che aggravare la minaccia. Lui ha votato contro la guerra ed è tra i pochi senatori democratici che si possa permettere di usare toni aspri senza che nessuno gli rinfacci di averceli mandati anche lui i figli dell’America a morire. Senza dire nulla di eclatante, nel capitolo sulla politica estera del libro che presenta, Obama comincia più o meno così: “L’Indonesia — dove ha vissuto cinque anni con la madre, il padre lo ha lasciato quando ne aveva due — è il quarto Paese al mondo per popolazione, il primo musulmano, e gli Stati Uniti ne hanno determinato i destini durante tutto il dopoguerra. Eppure la maggior parte degli americani non saprebbe trovarla su una cartina geografica”. Un modo per parlare del ruolo degli Usa nel mondo con un punto di vista diverso, almeno a parole.

Election night 2008, Chicago, la festa

Il discorso sull’ideologia è di quelli che porta consensi al giovane senatore: se c’è una cosa di cui gli americani sembrano essere stanchi sono gli insulti che i due schieramenti si scambiano — senza essere poi divisi da un abisso di contenuti reale. E’ anche questa l’aria fresca di cui parlava la studentessa. E poi, come spiegano due ragazzi bianchi e un uomo di mezza età che faranno una fila di un’ora per farsi firmare una copia del libro, “Quest’uomo ha un passato differente dalla media dei politici democratici, ha fatto cose diverse”; “Rappresenta l’America che sarà, non è immigrato ma quasi e pur essendo nero non è legato alla comunità, può essere espressione di tante americhe diverse”; “E poi l’ho visto da Oprah l’altra sera e lei ha detto che quando lui è andato in Africa lei le aveva offerto il suo aereo privato e Obama ha preferito il volo di linea”, aggiunge una signora che dice di venire dal Bronx. La sua amica con la maglietta “Obama is good” dice che è diverso <Non è come quei politici che hanno dimenticato i valori del Paese e tendono solo a dire quello che la gente vuole sentirsi dire>. Tutti in fila, tutti li ad aspettare per avere in mano un libro con autografo che se tutto va come sperano, tra un paio d’anni potrebbe valere qualcosa. Non tutit sono sicuri che correrà alle primarie <Magari la prossima volta>, dice uno dei due ragazzi. E il signore di mezza età, che ha meno tempo davanti, <Ma se nel 2008 vince un democratico poi quanto dovrebbeaspettare?>. Si accorderanno per una possibile vicepresidenza.

Il libro di Obama non è bello come il primo, in cui parla di suo padre e della sua storia. Quello era molto denso e ben scritto “E non ha venduto niente prima del mio discorso alla convention del 2004” scherza il senatore durante il suo breve discorso. Forse era semplicemente più sincero, essendo scritto per piacere e non per fare carriera. In questo si parla di politica, senza sbilanciarsi troppo, si dice che bisogna cercare di fare più cose assieme e non la si spara grossa quasi mai. Però nell’introduzione c’è scritto: “Credo nell’evoluzione, mi preoccupa il riscaldamento globale e mi oppongo a una politica che favorisce i ricchi e potenti a danno di dell’americano medio”. Detto con una battuta “Preferisco le analisi e gli editoriali del New York Times a quelli del Wall street journal e credo che il governo debba avere un ruolo importante nel promuovere le opportunità di tutti”. Se ci si aggiunge il voto sull’Iraq è quanto meno un quadro confortante su tutti i temi che hanno scaldato la politica americana degli ultimi anni e sui quali la presidenza Bush è passata come uno schiacciasassi. Certo, poi nel libro il capitolo sulla fede c’è, e un’anziana newyorchese di quelle intellettuali, benestanti ma molto laiche se lo legge già in libreria “Non vorrei trovarmi nelle mani di un altro esaltato religioso” ride. Non dovrebbe essere così, il capitolo, anticipato dal settimanale Time della scorsa settimana spiega che l’educazione di Obama è laica, che diventa credente da adulto e che, comunque, è pro-choice — che vuol dire che se una donna vuole abortire sta a lei scegliere di farlo.

Attenzione però, Barack Obama non è di sinistra: in una mappa del partito democratico pubblicata tempo fa dal New York Times era collocato al centro. Tranne sull’Iraq non si è mai particolarmente distinto, se non su una legge che aumenta la trasparenza delle spese del Congresso (che sono spesso oggetto di scandalo per come vengono fatte, da entrambi i partiti). La sua novità sta nell’essere diverso da una politica che, lo dicono i sondaggi che si moltiplicano in vista del voto di medio termine, ha stancato la gente per la sua distanza dalla realtà. Washington è lontana dall’America profonda e questo senatore dalla strana storia personale, che racchiude tante americhe diverse in una sola figura (e che è tanto bravo a vendere questa peculiarità) sembra rispondere al bisogno di una politica nuova. Se poi i corridoi di Washington ne corromperanno la moralità e ne faranno ammuffire l’immagine lo vedremo presto. Dopo il 7 novembre comincia la lunga corsa per le presidenziali.

Chicago, election night 2008, me stesso
One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.