El 22


Un passo di danza.
Al tempo giusto.

Perché il tempo giusto è la chiave di tutto.
Il secondo goal di Diego Alberto Milito al Bayern Monaco nella finale di Coppa dei Campioni 2010 tra Internazionale Football Club Milano e Bayern Monaco, appunto, è un passo di danza.

Il piede destro che si apre verso l’interno del campo. Suggerisce quel movimento a tutti quelli che guardano, da lontano, in tv, sugli spalti, e da vicino. Nello specifico, il povero difensore che in quel momento capisce di essere di fronte all’abisso.

Ma lo capisce, come sempre accade quando si è di fronte all’abisso, con un istante di ritardo.

E allora quel piede che suggeriva di aprirsi verso il centro del campo concretizza la menzogna. Con fare femmineo accarezza la palla portandola — pare — verso il centro e aprendo l’infinito ventaglio di possibilità che un movimento di quel tipo può suggerire: si accentra per tirare di destro.

No, vuole passarla ad Eto’o, Samuel Eto’o, che è là, verso il secondo palo, anche piuttosto solo.
No, vuole aprire verso il centrocampista che sta arrivando dalla retrovie.
No.
No, Caro il mio difensore tedesco. Lascia che te lo dica, non hai capito niente.

Sei di fronte a una perfetta menzogna: qui tutto sembra quel che non è, qui tutto suggerisce quel che in realtà non succederà mai.
Perché Diego Alberto Milito ha grandi progetti per quel pallone, ne vuole fare IL pallone, ne vuole fare la chiave ultima di una serata magica, ne vuole fare qualcosa di cui si parlerà anche in futuro e non solo al bar dello sport.
Diego Alberto Milito in quel momento mi vuole regalare una storia da raccontare. E lo fa.

Accarezzando la palla con l’interno del destro e sospingendola verso il centro del campo, come incollata al collo del piede, apre il braccio destro, portando il polso quasi sopra la linea delle spalle. Mente.
Mente anche stavolta.
Sembra che stia per tirare: “sì, certo, è chiaro” — pensa il difensore — “ora tira, meglio che io allarghi la gamba per respingere il pallone quando si staccherà velocemente dal suo piede”. Ma non lo farà, non tirerà.

Con un tocco veloce, con la gamba destra che come un compasso ruota attorno al perno della sinistra ben piantata a terra, quel pallone torna verso l’esterno del campo, in pratica non devia dalla sua linea di traiettoria, va dritto verso l’area di rigore, dritto verso il portiere. Era tutto finto. Era tutta una menzogna.
Che bugiardo, Diego Alberto Milito.

Il difensore vede la palla scorrere dietro alla sua schiena, lui che si era ormai quasi completamente proteso verso il centro del campo per respingere quello che sembrava essere un tiro sicuro fino a pochi istanti prima; inciampa quasi, goffo, di fronte a quell’eleganza incredibile.
Lo odia, si sente che lo odia in quel momento.

“Se segna” — pensa — “tutti si ricorderanno del grandissimo goal di Diego Alberto Milito e della figuraccia immonda che ho fatto io abboccando come un allocco al suo gioco”.
Lo odia, è evidente.
E un po’ anche comprensibile.

Diego Alberto Milito sa bene cosa sta facendo. Sa bene che la storia è a un passo da lui, e che la sta scrivendo con quella finta. Sa bene che sarà l’eleganza di un inganno a consegnarlo alla storia.

Non segna mai goal banali, Diego Alberto Milito. Sono sempre belli i suoi goal, eleganti, usa due piedi, Diego Alberto Milito, non sono in tanti a saperlo fare. E poi, tira sempre al momento giusto, Diego Alberto Milito.
Mai un secondo prima, mai un secondo dopo. Lui piega il tempo alle sue esigenze.
Corre, Diego Alberto Milito, corre. Piccoli passi, veloci, quasi sulle punte dei piedi, alla ricerca della coordinazione perfetta, del momento migliore in cui colpire. E lo trova.

Il portiere gli si fa un po’ incontro, non sa bene dove stare perché tutto quel mentire là, fuori dall’area di rigore, lo ha un po’ confuso e questa cosa non lo mette di buon umore. “Come si fa” — si chiede tra sè e sé — “qui mi gioco la faccia pure io. Come si fa a farlo sulla base di una menzogna continua?”
Ma Diego Alberto Milito è come la vita, non dà certezze. E allora adesso sì, adesso tira.

Apre il piede, sempre lo stesso, quel destro così educato. Il portiere ha capito. È sicuro. Il modus operandi è ormai chiaro: aprire il piede, far finta di rivolgersi al palo più lontano, e poi colpire invece sul più vicino. Ha capito.

Diego Alberto Milito tira.
Di piatto, con l’interno del piede, come fa chi sa quel che sta facendo.
Tira, proprio là dove aveva orientato il piede, sul palo lontano, questa volta non mente.
E così facendo mente una seconda volta.
Una seconda, splendida, bugia.
Tira là, dove il portiere non c’è più. Mette un segno a margine della sua scelta sbagliata. Che spietato, Diego Alberto Milito.

Danza, un passo dopo l’altro, la sequenza già bene in testa. Una milonga, una bossanova, un doppio passo e una veronica. I passi, provati e riprovati, improvvisati sull’aria e i profumi di quel momento, bene chiari in testa. Nella sua, certo. Gli altri devono accontentarsi, non possono conoscere in anticipo le sue intenzioni, gli altri sono relegati a pubblico, spettatori semplici, soldati.

Chi decide il momento di sferrare l’attacco, chi ha le insegne del comando, è lui. Il Principe del Bernal, così lo chiamano, Diego Alberto Milito.
Spietato.

No, non è spietato, il 22.

È un attore, quella sera anzi, è il protagonista. E per il suo ruolo da protagonista se la gioca completamente, rischiando sempre, ogni volta che può. E allora mente, spergiura, inganna, smette di essere Principe e diventa malfattore. Fa tutto quello che agli altri fa più male per essere, alla fine, un eroe.

Ha scelto di essere finto, Diego Alberto Milito, lo ha scelto per il gusto, sublime, di una gioia vera.