Piangere non serve

Beautiful Jungle // Diamante Beghetto

Il dolore è permaloso, se non l’ascolti rimane lì, sommerso dai pensieri più ingombranti, dalle frette, gli scompensi, le priorità. Poi arriva tutto insieme, quando sei distratto, più fragile, non concentrato. Solo allora ti farà lo sgambetto. Solo allora, quel
codardo, ti spezza, ti piega, ti accartoccia. Ti estirpa lacrime come erbacce, ti macella il sorriso senza nemmeno tu sappia bene perché. Aspetta in silenzio la sera quando tu, senza pensarci troppo, togli la corazza e pensi di essere al sicuro senza esserlo. Avrei dovuto saperlo, ma non ero preparata.

L’acqua della vasca entra piano, fa un rumore dolce, uno scroscio che mi accompagna i pensieri.
Ho preso le pastiglie, molte. Ma non le sento ancora.
Di là non c’è più nessuno. Siete venuti tutti e io vi salutati contenta.
Voi non sapete e avete sorriso e io ho fatto finta che non m’importasse, che tutto fosse risolvibile. Non lo è. Ho pulito tutti i piatti e li ho messi di fianco al lavello, ad asciugare. Rassettato la tavola. Piegato la tovaglia e ravvivato il volume dei cuscini del divano. Tutto in ordine, come sempre.
Tutto dev’essere sempre in ordine. Mi calma l’ordine.
Lui non è ancora rientrato “Scusati con tutti ma non riesco ad arrivare per cena” probabilmente starà con lei. Bionda, alta con quelle gambe così slanciate che per forza non poteva essere troppo intelligente. Lei sicuramente è fertile. Banale eh?
Quante pastiglie ho preso? Il blister è vuoto. Almeno 6. Anche questo blister è vuoto. Almeno 10. Comincio a non ricordare. Sono sempre più molle, svuotata, lontana.

L’acqua è tiepida, la mano mi scivola dentro affondando più del dovuto. Pesa molto e mi bagno il bordo del polsino della camicia. Bianca.
Non avrei potuto sopportare l’idea del sangue, non mi sono tagliata le vene per quello. Lui non tornerà a dormire, anche questa sera. Oramai non inventa nemmeno più scuse. Non si contano le notti in ho chiuso gli occhi più stretti, fingendo di dormire. Ho chiesto solo una volta e poi mai più. Ho sentito il profilo dei denti scheggiarsi quando la sua mano mi prese la faccia “Come potrei farti una cosa simile?”
E poi ancora Una, due, tre, quattro notti. Ho smesso di contarle e non ho mai avuto la forza di chiedere. Non potevo sopportare l’umiliazione, l’ennesima.
Ho sperato lo facesse lui: “Non ti amo più”
Ma non l’ha fatto.
E così ho dovuto reagire, fare qualcosa, schiava di quel silenzio qualcosa è andato fuori controllo.
Non sono più io a decidere, qui non ci posso più stare.

L’acqua scroscia. Il vapore ha appannato lo specchio sopra la vasca. Tolgo l’accappatoio, lo poggio sul lavandino mentre guardo il mio riflesso sfuocato. Allungo la mano verso la superficie imperlata. Mi fermo.
Vorrei guadarmi in faccia per l’ultima volta ma non lo farò. Non ho più la forza di sperare, non ho più voglia di cercare ancora una volta un motivo per non farlo, per poi ricominciare. Ancora e ancora, in un’ immobilità senza fine. Oggi ho deciso e non torno indietro.

L’acqua diventerà fredda, il mio corpo con lei.

Aprirà piano la porta, entrerà in casa in punta di piedi, attento a non svegliarmi senza che quel gesto significhi nulla di amorevole. Le scarpe in entrata, affianco alle mie, allineate sotto l’appendiabiti. Diretto in bagno per sciacquarsi via il suo profumo, eliminare le tracce di un delitto per cui non ho nemmeno più bisogno di prove. Solo allora si guarderà per l’ultima volta negli occhi.
Lo specchio sopra la vasca, quando entrerà, sarà pulito, il vapore a quel punto svanito.

Nuda e gelida, io. Mai più come prima, lui.

Tutti i miei racconti li trovate qui: http://www.perfectoast.it/category/le-parole-giuste/

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