Starbucks minaccia il caffè italiano. Davvero?di Gabriele Rosso 19 ott 2015

Quello che attira l’attenzione di stampa, critica e opinione pubblica di fronte alla notizia del possibile sbarco dalle nostre parti della catena di caffetterie americane Starbucks, non è tanto la motivazione che starebbe per spingere la società a stelle e strisce a infrangere il tabù auto-inflitto del “ovunque ma non in Italia”.

Si è sempre detto e raccontato di come Howard Schultz, Presidente e Amministratore Delegato della multinazionale del caffè presente in quasi 60 Paesi con circa 20.000 punti vendita, abbia preso ispirazione proprio dal modello della caffetteria italiana e abbia a lungo ritenuto l’Italia una nazione inconquistabile, culturalmente troppo legata al bar e al rito dell’espresso al bancone. Ma nessuno o quasi, in queste ore, si sta interrogando sulle ragioni di questa presunta svolta.

Leggi anche ⇒ L’Italia del caffé

Tra infiammati discorsi che strizzano l’occhio a un certo antiamericanismo d’antan e difese sperticate e per partito preso all’unico, insostituibile e intoccabile caffè espresso all’italiana, buona parte dei detrattori di Starbucks sembrano voler spostare la discussione sul piano della rissa da bar, e l’immagine retorica in questo caso è assolutamente calzante. C’è anche chi, come Mauro Munafò su L’Espresso, tra dita puntate contro i “mentecatti da selfie con tazza”, messa all’indice del caffè da asporto e polemiche sul wi-fi “che tanto ormai c’è ovunque” (davvero?), ha pensato di intitolare il suo pezzo Dio ci salvi da Starbucks in Italia.

Una caffetteria Starbucks

Ora, non è mia intenzione fare il difensore d’ufficio della catena americana, anche perché di critiche da muoverle contro ce ne sarebbero. Mi chiedo piuttosto il perché di tanto livore quando:

  • il caffè è bevanda nata sugli altopiani etiopi e portata in giro per il mondo dai turchi prima e dagli europei poi: ogni cultura la consuma in modo diverso, e l’espresso italiano non è l’unica versione degna di considerazione;
  • ci sono migliaia di bar, qui da noi, che l’espresso italiano lo maltrattano quotidianamente;
  • l’usanza del caffè da asporto è già realtà;
  • le macchine del caffè in uffici e luoghi di lavoro il più delle volte andrebbero vietate per legge (si fa per dire): meglio l’asporto (vedi sopra);
  • in Italia il wi-fi libero, insieme all’atmosfera rilassata punto di forza delle caffetterie Starbucks in giro per il globo, checché se ne dica non è ancora così diffuso. A volte non c’è, a volte non funziona, a volte l’ambiente stesso non è adatto.

Da parte mia continuerò a cercare il buon espresso d’autore al bancone del bar. Raro trovarlo fatto a regola d’arte, però unico. Starbucks se aprirà in Italia verrà messo duramente alla prova dalla concorrenza, e non credo ci sia bisogno di campagne organizzate di protesta per demonizzarlo. Tuttavia la domanda che non posso fare a meno di pormi è: davvero è questa la minaccia più grande per il caffè all’italiana?


Originally published at piattoforte.tiscali.it.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated umberto gaetani’s story.