Un 25 Aprile tra violenza ed emozioni.

Dire “qualcosa” nella giornata del 25 Aprile sembra essere un dovere etico e civile. La festività è ormai sbiadita non solo dal tempo, ma soprattutto dal fatto che nella scuola spesso nemmeno la si studia, ma ci si esercita nella modernità di mostre, audio, video. Un rituale discorso, in una qualche piazza, per dire da decenni che la Resistenza deve essere attuale, che il nemico può arrivare da un momento all’altro, che siamo prossimi alla Terza Guerra mondiale e che nulla è peggio della guerra, non manca mai.

Lo abbiamo capito… Lo abbiamo capito…

Capirlo, però, non basta. Averlo vissuto o vederlo negli occhi dei nonni non basta. Vederlo in tivù o sulla stampa, anche con insidiose e surrettizie immagini come il “Padre con Bambina”, non basta. Non bastano le scuse del Pontefice. Non basta la proposta di Gino Strada di abolire le guerre per legge. Almeno 30 anni di imponenti manifestazioni per la pace, come quelle di Assisi, non ci hanno aperto il cuore verso “l’alterità”. Anche qui i conti non tornano. Tutti vogliamo la pace, ma tutti siamo pronti alla guerra. E se non è proprio la “guerra guerreggiata” è comunque violenza talmente forte, diffusa e radicata che è difficile dichiarare sia meglio di una guerra.

È probabile che, invece, le cose stiano molto più semplicemente nella nostra natura umana che ha in sé enormi pulsioni ed emozioni verso la vita, ma altrettante verso la distruzione, l’aggressività e l’autodistruzione. Gli animali, tranne quelli anziani, sono aggressivi perché devono difendersi. E lo è anche l’uomo, ma qui l’Homo faber ha imparato a potenziare le proprie emozioni distruttive e autodistruttive, di porre se stesso al centro di tutto e quindi di sentirsi legittimato di fare qualsiasi cosa egli stimi utile.

Purtroppo, quando le emozioni non riescono a diventare “parole” o trasformarsi in “sentimenti” dobbiamo fare delle “azioni”. L’emozione che non trova le parole per uscire diventa ansia, angoscia, panico, paura. L’urgenza di uscire da tale stato diventa “azione” e l’azione che è spinta da emozioni spaventose non ha mai buoni propositi. Bullismo, stupro, femminicidio, migranti, Rom, case di riposo, bambini.

Mentre le emozioni ci appartengono come specie e le mie sono esattamente uguali a quelle di Einstein (spero non con le donne) i “sentimenti” si imparano e si imparano “sul campo”. Concretamente. Avendone esperienza.

Buona fortuna


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