Che probabilità ci sono che la vostra casa venga distrutta da un terremoto?

francesca modena
Aug 24, 2017 · 6 min read
Foto di Chiara Forti

Questo racconto è originariamente apparso su Abbiamo le prove.

Il 29 maggio 2012 sono salita in ufficio, che allora si trovava all’ottavo piano di un palazzo anni ’70 nella prima periferia di Modena, alle 8:50, in anticipo di almeno dieci minuti rispetto al mio solito orario. Per questo quando l’edificio ha iniziato a ballare eravamo solo io, due miei colleghi e un cane, Rocco, e ci siamo abbracciati sotto allo stipite di una porta. Rocco era il più spaventato dei quattro e non ne voleva sapere di scendere le scale, quando tutto è finito. Io ho avuto paura, ma credo di essere stata lucida perché per i 18 secondi che è durata la scossa ho pensato a una sola cosa: se qui a Modena trema così forte, cosa sarà successo a San Felice?

Se non siete insider della bassa modenese, forse questo è il momento per una piccola digressione: San Felice sul Panaro è una paese di poco più di diecimila abitanti che si trova 35 km a nord di Modena, ed è il paese dove sono cresciuta e dove abita ancora la mia famiglia. Il 20 maggio 2012 San Felice è stata scossa da un terremoto di magnitudo 5.9 con epicentro nel vicino paese di Finale Emilia; un fenomeno del tutto inatteso per un territorio che per secoli si era dovuto difendere solo dalla nebbia. Il 29 maggio, alle 09:00:03, una seconda scossa di grado 5.8 ha fatto tremare nuovamente il mio paese insieme ad altri piccoli comuni della bassa modenese, ferrarese, bolognese e mantovana, provocando diciannove vittime nell’immediato e tre nei giorni successivi, che si sono aggiunte alle sette della prima scossa, e contravvenendo a una regola mai scritta in base alla quale a una grande scossa non dovrebbe seguire una seconda grande scossa a pochi giorni di distanza.

Tornando a quel 29 maggio, vi raccontavo di come il mio pensiero mentre ballavo sia andato subito, nell’ordine, alla mia famiglia e alla mia casa. Raggiungere telefonicamente i miei è stato impossibile, così come arrivare velocemente al mio paese: quando si verifica un terremoto, la gente si attacca al telefono e si mette in macchina, spesso fa entrambe le cose contemporaneamente, mandando in tilt il traffico telefonico e quello stradale. Ci ho messo più di un’ora a uscire dalla città e arrivare a San Felice, un’ora passata a fare zapping tra le radio locali, che cercavano di dare aggiornamenti sull’entità del disastro attraverso collegamenti telefonici da tutte le zone coinvolte.
A una decina di km da casa ho ricevuto questo messaggio da mia madre: noi stiamo tutti bene, ma stavolta la casa non ce l’ha fatta.

Quando ricevi un messaggio del genere, ti senti sollevata o ti disperi?
Beh, provi un attimo di sollievo, forse qualcosa di più di un attimo, e poi ti disperi. Magari è da ingrati, ma mentirei se dicessi il contrario.

Appena sono arrivata a San Felice, ho parcheggiato a casa dei miei nonni, che abitano fuori dal centro storico. Dopo essermi accertata che stavano bene, ho iniziato a correre per il paese diretta a casa mia, che sta proprio in centro, di fronte alla piazza del mercato. Correvo e piangevo, ma nessuno si sarebbe stupito del mio comportamento: dopo eventi del genere, saltano le convenzioni che normalmente regolano la vita sociale. La gente esce per strada in pigiama, in ciabatte, struccata e spettinata; piange seduta in mezzo alle aiuole o nel giardino di qualche vicino, ci si abbraccia tra sconosciuti e si consolano persone con le quali prima ci si scambiava giusto un saluto se capitava di incrociarsi dal fornaio.

Quando ho raggiunto la mia casa, tutta la mia famiglia era nel piazzale del mercato: i miei genitori, mia nonna e mia sorella Paola, queste ultime in pigiama; mia sorella Elisabetta, che vive a Finale Emilia e che era arrivata proprio durante la scossa ed era stata fermata dai vigili del fuoco che l’avevano trascinata via dal viale di ingresso tenendola per le braccia; mio zio e mio cugino, che venivano come me da Modena. La casa, che se ne stava lì dai primi del ’700, era ancora in piedi, ma il tetto era crollato interamente nel giardino in corrispondenza del corpo centrale, come se avesse vomitato le tegole. Chiunque poteva vedere dalla strada tutto quello che tenevamo in soffitta. La polvere provocata dalle pietre aveva coperto le piante e i fiori e per giorni è rimasto tutto grigio, nonostante la primavera. In piazza c’erano tante altre persone, ci trovavamo proprio dove la protezione civile aveva allestito le tende dopo la prima scossa; molti guardavano la nostra casa e sembravano sinceramente dispiaciuti per noi. A un certo punto è arrivato uno che in paese ha la fama di portare sfortuna — io non credo che porti sfortuna, è solo un ficcanaso — e si è messo a dare delle gran pacche sulle spalle di mio padre. Mia nonna ha fatto le corna per tutto il tempo in cui è rimasto con noi.

Il resto di quella giornata lo abbiamo passato in giardino a guardarci negli occhi. Mia nonna ha ripetuto per una buona ora che voleva la sua borsa, non aveva nemmeno gli occhiali e le scarpe, era tutto in cucina vicino al cassettone, bastava arrivare all’ingresso. La vedevamo confabulare con mio cugino di vent’anni e la sgridavamo perché avvicinarsi alla casa sarebbe stato troppo pericoloso. Nel corso della mattinata però, le scarpe sono comparse misteriosamente ai piedi della nonna. Abbiamo ricevuto tante visite di amici ma anche solo di conoscenti. Gli amici stavano seduti con noi a lungo, ci scambiavamo qualche parola. I conoscenti ci dicevano frasi fatte per rincuorarci: che lo stato ci avrebbe aiutati perché l’Emilia era una regione produttiva, che non ci potevano abbandonare. E soprattutto, che l’importante era che stessimo tutti bene. Quello lo sapevamo anche noi, e ce lo siamo ripetuti tante volte nei mesi seguenti: stavamo tutti bene, poteva andare molto peggio e per tante famiglie era stato così. Però ci chiedevamo anche se non avevamo diritto a piangerci addosso almeno un po’, perché era vero che non avevamo perso nessuno, ma non avevamo più la casa, a tanta altra gente era andata meglio. Alla fine abbiamo deciso che sì, anche noi eravamo stati sfortunati.

Verso ora di pranzo è arrivata mia zia da Modena con la sua amica Paola; avevano portato delle cose da mangiare, abbiamo steso una coperta per terra e abbiamo mangiato con appetito. Non avevamo lo stomaco chiuso, anzi una cosa che ricordo di quella giornata e di quelle successive è che ogni volta che qualcuno veniva a trovarci mio padre affettava un salame e apriva una bottiglia di lambrusco. Era anche un modo per far passare il tempo, che scorreva più lentamente del solito perché non avevamo molto da fare. Gli amici che venivano a trovarci portavano qualcosa e si mangiava insieme, osservando che almeno, per fortuna, la stagione era bella e ci permetteva di stare all’aperto durante il giorno e di dormire in tenda durante la notte. Nei giorni seguenti due nostri amici sono arrivati da Parma con una vecchia roulotte che abbiamo messo in giardino sotto al pergolato perché stesse all’ombra nelle ore più calde. Quando è arrivata non lo sapevamo, ma sarebbe stata la casa dei miei genitori fino a fine ottobre.

Da allora ho riflettuto tanto sulla vita che cambia in pochi secondi e su tante altre banalità, che quando le vivi sembrano un po’ meno scontate. La cosa ironica è che io avevo passato trent’anni della mia vita ad avere paura di tutto, dalle malattie alle aggressioni ai ladri agli incidenti agli squali a un elenco di cose che potrebbe andare avanti per una decina di righe. Ma al terremoto davvero non ci avevo mai pensato. Da questo una persona potrebbe trarre due insegnamenti opposti: il primo è che è inutile avere paura, che bisogna vivere alla giornata, con un certo fatalismo. Il secondo è che non si ha mai abbastanza paura, che le cose da temere sono di più di quelle che temi.
Indovinate quale lezione ho tratto io?
La seconda. Oggi, ogni volta che salgo in aereo terrorizzata e mio marito mi dice: che probabilità ci sono che cada? Io gli rispondo: le stesse che venisse un terremoto a San Felice e distruggesse la mia casa.

A distanza di quasi due anni da quella data, i miei genitori vivono in una ex legnaia di 60 mq riconvertita a abitazione. Mia nonna è in affitto in una villetta a schiera con una sua amica, hanno 162 anni in due. Abbiamo consegnato la richiesta di finanziamento per la ricostruzione e siamo in attesa di una risposta. L’unico che non è sopravvissuto è il nostro gatto Baghera, che non ne ha voluto sapere di cambiare le sue abitudini e ha continuato a vivere in casa; è morto qualche mese fa, probabilmente di vecchiaia, anche se mia mamma dice che è stata la malinconia.

*Nella foto, la famiglia Modena felice il 30 agosto 2012, giorno del sessantunesimo compleanno di mio padre, davanti alla roulotte dove i miei hanno vissuto fino a ottobre 2012.

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francesca modena

Written by

Nata a Modena, vive e lavora a Modena. Chiacchiera di libri su @Finzioni. Responsabile comunicazione @MoREmuseum.

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