Il tempo delle pere
Questo racconto è incluso nella raccolta C A L D O, uscita su Finzioni e che potete scaricare gratuitamente qui.
Anche quella notte le avevo sognate. Sognavo di staccarle tenendole ben salde, con un colpo deciso all’insù, attenta a non spezzare il picciolo. Prima e seconda, prima e seconda, con la nonna che mi controllava.
Suonava la sveglia e sentivo mia madre muoversi nella stanza accanto. Sarebbe passata dal bagno e da lì a pochi minuti sarebbe venuta a svegliarci. Io e mia sorella rimanevamo ferme nel nostro letto, in silenzio, con l’orecchio teso nella speranza di sentire il rumore regolare della pioggia sul tetto. Pioggia, si sapeva, voleva dire niente pere. O almeno qualche ora in più per dormire.
Mamma piove?
No cocca, mi dispiace. Ti tocca.
Scendevo dal letto e cominciava la vestizione. Io e mia sorella lo facevamo al buio, non avevamo bisogno di luce per vedere il colore dei nostri pensieri. Un intero cassetto del comò era dedicato ai vestiti da ginnastica e da pere. Pantaloni di felpa al ginocchio e magliette portate dai numerosi viaggi di mia zia, sempre due identiche per me e mia sorella. Ne ricordo una delle Seychelles con dei pesci tropicali rosa e verdi e una con la scritta San Diego is good for your soul. Niente colazione, perché quando hai sedici anni ti sembra una perdita di tempo, e perché la nonna era già sulla sua Panda senza aria condizionata che ci aspettava a motore acceso. Per arrivare al Dogaro ci volevano pochi minuti, nei quali la nonna tirava la sua bagnarola fino ai 70/80 all’ora.
Di solito quando arrivavamo al fienile, quello vicino al frutteto nuovo, i vecchi erano già tutti lì. Qualcuno spegneva l’ultima paglia, altri caricavano di acqua il frigo portatile. I giovani invece arrivavano alla spicciolata, assonnati, mollando bici e motorini sull’erba.
La squadra era composta dai vecchi e dai giovani. Tra i vecchi c’era ovviamente la nonna, chiamata da tutti gli altri vecchi la Sgnòra, perché era la padrona del frutteto. Poi c’erano i miei nonni materni, Gaetano detto Mario e Iliana; lavoratori instancabili, poco amati dal resto del gruppo perché si sapeva che tenevano gli occhi addosso a tutti, pronti a fare la spia con la nonna.
C’era Balboni, uno degli operai di lunga data; noi giovani non sapevamo il suo nome né la sua età, ai miei occhi poteva avere tra i settanta e i cento anni. Magrissimo, scuro come il tabacco, fumava una sigaretta dietro l’altra, smadonnando sonoramente ad ogni buona occasione. Si rivolgeva a noi in dialetto e mia cugina di Roma mi chiedeva ogni volta che cosa aveva detto. Ma io non ne avevo idea. Quando si rivolgeva al Signore però, non avevamo bisogno di traduzioni. Tartarini, anche lui senza nome, che guidava il muletto per spostare i bancali di casse quando erano pieni. E c’era la Franca, moglie di Franco, della quale ricordo solo che parlava di quando faceva l’amore con suo marito — fu così che scoprii che anche i vecchi fanno sesso — dicendo che era così grasso che toccava sempre a lei stare sopra. E Alcide e la Santina, una coppia di sessantenni malconci, che in due mettevano insieme il numero di denti di una persona sana e avevano una figlia, Karen, che secondo la nonna era una lesbica perché a trent’anni non era ancora sposata. Poi c’eravamo noi giovani. Io e mia sorella Betta; nostra cugina Clarì, che veniva ogni agosto da Roma perché i suoi le dicevano che un mese di lavoro in campagna le avrebbe fatto bene; la mia migliore amica, la Benny, e mia cugina nonché seconda migliore amica Chicca. E Davide, il nipote di Balboni, detto Pugnetta, non fatemi spiegare perché.
La raccolta iniziava alle 8, con pausa pranzo dalle 12 alle 14 e rientro fino alle 18. Le giornate erano così lunghe che io e mia cugina Clarì avevamo preso l’abitudine, di anno in anno, di non raccontarci nulla durante l’inverno per avere più argomenti per la stagione delle pere. Ancora non lo sapevamo, che annoiarsi è un privilegio. La Clarì, che aveva due anni meno di me, mi raccontava di Giampaolo, conosciuto al Club Med di Cefalù, che l’aveva baciata con la lingua su un muretto fuori dalla camera che divideva con i suoi, la sera prima di partire. Poi non si era più fatto sentire. Secondo me si poteva dire che stessero insieme?
Io la aggiornavo sulle mie amiche, mentre raccoglievamo a piedi dietro al carro e loro erano sopra e con il rumore del motore non ci potevano sentire. Quando il carro si fermava per la raccolta, noi cambiavamo argomento. La Benny aveva limonato con Checco, era successo alla Sagra di giugno. Io c’ero rimasta male perché piaceva anche a me, ma la Benny era più bella, e poi erano alti uguali, stavano bene insieme. Io lo superavo di una spanna, difficilmente si sarebbe messo con me. La Chicca stava ancora con Tommi, non l’avevano ancora fatto ma lui le aveva messo le mani nelle mutande. Lo sapevamo dalla Gibba perché la Chicca a noi non lo raccontava, sapeva che ci saremmo scandalizzate. La Gibba faceva ancora tira e molla con Gianlu, la solita storia. E io ero da sola come sempre, avevo troppe balle, così mi dicevano le mie amiche.
Se non chiacchieravamo, ascoltavo il walkman. Eravamo nella nostra fase poser, quando fingevamo di amare l’hip hop perché a Mirandola impazzava la Bassa Clan e noi eravamo innamorate più o meno di ogni componente. Mentre Neffa cantava di cani sciolti nella strada, nelle città, ero io a sciogliermi tra i filari. Faceva così caldo che le manichette — ricavate da maniche di vecchie camicie tagliate al gomito e tenute ferme da un elastico — mi si attaccavano alla pelle per il sudore. L’alternativa era toglierle e accettare di avere le braccia coperte di graffi, da sfoggiare con le canotte aderenti la sera, quando saremmo andate al Fandango a Poggio Rusco, cercando di farci offrire da bere da Checco. Ero orgogliosa di quelle mie braccia rovinate dal lavoro, mi facevano sembrare meno figlia di papà. L’importante era non avere più il prurito, quello ci veniva a raccogliere le pesche pelose, ma da quell’anno io e mia sorella non l’avremmo più fatto. La mamma si era imposta con il papà: le mie figlie a raccogliere le pesche non ci vanno più, dillo a tua madre. Tanto sono solo pochi filari.
A metà mattina la nonna Iliana tirava fuori la merenda, pizza o gnocco. Visto che la portava solo per le sue nipoti, io e mia sorella la dividevamo con le altre, ben attente a non farci vedere da lei. Quello era il segnale che almeno un paio d’ore erano passate e ne mancavano due alla pausa pranzo. Un altro metodo per calcolare il tempo, se non volevi guardare l’orologio, era vedere quando finiva il nastro che stavi ascoltando. Passavi al lato B e sapevi che mezz’ora se n’era andata.
Toglievo gli Articolo 31, mettevo gli ATPC. Da un lato Chief & Soci, dall’altro i Colle Der Fomento. Click, cassetta finita.
Per un attimo mi dimentico di essere al Dogaro e muovo i fianchi, fuori tempo e sgraziata. Sono sempre io, la spilungona che ai saggi di danza finiva in ultima fila. Scaccio il pensiero. E mentre Neffa aspetta il sole che lo scaldi, io aspetto la pioggia che mi liberi.
Le giornate tutte uguali, le annate pure.
La psilla, le malattie delle pere, la paura della grandine, l’assicurazione sulla grandine, poi la grandine.
Le Williams che erano pronte prima di Ferragosto, le Decana dalla polpa dolce, le agognate Conference, a chiudere la stagione.
La pere belle in prima, quelle con i difetti in seconda, gli scarti.
Le cassette buone solo per gli amici. Le cassette piene, puoi cambiare la cassetta.
Vediamoci dal frutteto vecchio, spostiamoci al frutteto nuovo.
I compiti da fare la sera, i compiti che potevi farli prima.
La pausa di Ferragosto, il falò in spiaggia a Ferragosto, la vodka alla pesca, il malessere del giorno dopo.
Le pere per terra, la spigolatura. La mosca mangia-carne, i graffi sulla pelle. Metti le manichette, togli le manichette.
La speranza, poi il senso di colpa. “Sei sciocca cocca, questa è anche roba tua e se piove per un giorno, rimane tutto a terra”.
Il primo conflitto di classe.
Una cosa ci consolava: il pensiero che non eravamo le sole a soffrire. Moltissimi dei nostri coetanei andavano a pere, era il lavoro estivo per eccellenza nella Bassa. Ma da mia nonna eri privilegiato, perché eri pagato come gli operai adulti e ti dava anche i contributi. La sera in piazza, sedute su panchine di cemento ancora calde di sole, cercando di rinfrescarci a granite con la panna, ci raccontavamo delle storie sulle giornate a pere. La Carlotta, la mia seconda migliore amica a pari merito con la Chicca, andava a pere da Botti, che era famoso per pagare poco. Ci diceva che l’Eleonora e la Sara erano tirate anche in campagna, andavano con la stessa minigonna di jeans che si mettevano poi la sera in baracchina. Con lei c’erano anche due ragazzi carini, che però scoprimmo che andavano a cagare nei fossi, liberandosi così di molto del loro appeal. Nei filari dei Previati, invece, dove c’erano Marino e i suoi amici a fare la raccolta, le birre giravano già dopo pranzo e la giornata finiva presto. Secondo la nonna non avrebbero fatto in tempo a finire e gli sarebbe rimasto tutto a terra.
La pausa pranzo era terribile, anche peggio della sveglia del mattino. Avevo il tempo di buttare giù un piatto di pasta controvoglia e mettermi a dormire sul divano. Mi appisolavo con l’inquietudine di chi sa che il tempo è poco, l’odore della campagna addosso come memento mori. Ricordo che mio padre guardava un programma Rai con degli sketch di Totò e quando partiva la sigla — votantoniovotantoniovontantonio — sapevo che stava arrivando la nonna. Nessuna scusa, nessuna lacrima, nessun mal di testa o versione di latino l’avrebbe mossa a pietà.
Alle due del pomeriggio il caldo era insopportabile. Saliva dal motore acceso per accanirsi su di noi. Le gocce di sudore mi scendevano sulle tempie, il cotone del mio cappellino con la visiera si scuriva intorno all’attaccatura dei capelli.
Le ore trascorrevano ancora più lente, tecnicamente erano sempre quattro, ma il mio tempo interno diceva tutt’altro. Solo verso sera mi concedevo di guardare l’orologio. Mi ero inventata questa tecnica: ogni volta che il carro si fermava per permetterci di raccogliere, io staccavo una foglia e me la mettevo in tasca. Quando le foglie erano cinque, potevo guardare l’ora. La nonna Iliana mi urlava dietro di non farlo, che se continuavo così non sarebbe mai arrivata sera. Io lo facevo lo stesso. Il mio Scuba segnava che erano passati pochi minuti, la nonna aveva ragione e io per la rabbia non le parlavo per il resto del pomeriggio.
Se solo un adulto, in quelle calde giornate tra i filari, mi avesse detto quanto violenta sarebbe stata la nostalgia. Dei nonni, dei sedici anni, della noia.

