Il terracantieremotocarroluce

poesia di memoria e sensazione


No, vede, in questa sera diversa, ulteriore,

lo sento, sa, come è inutile raccontare:

eppure non c’è altro da fare,

devo scrivere il tema, professoressa:

sono rimasto un momento questo pomeriggio

mezzo assopito sul letto e ho sognato di essere

nella strada su cui fuggiva il motocarro

arrugginito e a destra c’era la voragine

del cantiere e a sinistra l’asfalto, e in mezzo

un ciglio rado d’erba, qualche fiore minimo

e l’odore che lasciava il motocarro

aspro, di ferro e carburante bruciato

e l’erba, e tutto insieme

era da esplorare e respirare

(non c’era differenza fra esplorare e respirare):

anche allora la sera cominciava dalla terra

scoperta della buca che si faceva umida

e scura e rasa dalla luce scarsa

sulle scabrosità che si alzavano come pustole:

tutto era insieme, non è che fosse

umida e poi scura e poi rasa dalla luce,

era qualcosa che è questo insieme indivisibile,

professoressa, è per questo che nei temi

non uso gli aggettivi, lei mi rimprovera,

ma gli aggettivi sono talmente generici:

umida e scura e rasa ma veramente

non era nessuna di queste cose, no,

era quello che sentivo nella bocca passando,

so benissimo com’era:

tornavo a casa agitato e i miei «cosa hai fatto?»

e io «niente» e passavo per un bambino scorbutico

ma non era per cattiveria era perché

non c’erano le parole per dirlo

e non ci sono neanche adesso, signora,

e soprattutto gli aggettivi no,

gli aggettivi sono troppo fuorvianti,

terra umida lei chissà cosa pensa:

magari i campi ubertosi o l’irrigazione:

no vede quella terra era dura compatta,

come dire, l’umido ce lo metteva la sera

con lo scuro o forse, sa, ce lo mettevo io,

perché altri testimoni avrebbero riferito

diversamente, avrebbero detto

«guarda che bella sera d’estate c’è venuta»

oppure «che quartiere di merda con tutti i lavori di scavo»,

ma quel ciglio con poca erba e qualche minimo fiore

fra quell’asfalto sgranato, sa, quello grezzo

e la terra, aveva un odore che i fiori

erano la stessa cosa del motocarro,

petali di benzina, erba arrugginita,

ma non lo dico in senso negativo:

vede com’è difficile professoressa,

era meraviglioso che tutto stesse insieme,

le giuro era un profumo meraviglioso

quello che filava dietro il motocarro,

qualche radice che spuntava dal taglio

dello scavo del cantiere e il calore

del giorno restava, ma era freddo e la luce

c’era ma diventava scura, vede quanti aggettivi

non funzionano, anche gli altri dettagli,

rumori di ruote e di campane

e più in là l’orizzonte era tutto macchiato

di fumo dei camion, lei non ha idea

di quanto sia bello quell’arancio pallido col nero

del fumo e la terra che sosteneva il motocarro

e me, le mie scarpe, tutto aveva un odore congruente:

ma vede che mi disperdo, sarà contenta che ho usato

più aggettivi però io no, sa, a ogni respiro

mi sembrava di avere già perso il filo

come se un attimo prima ci fosse qualcosa

a cui non ero stato attento abbastanza, ma almeno

restava quella luce-odore-scuro chiaro,

vede, io sapevo perfettamente che cosa teneva uniti

l’erba e il motocarro e la fila delle case

con lo scavo del cantiere e il fumo dei camion:

guardi che respiravo benissimo, non creda,

poi dopo a casa certe volte mi prendeva la paura

di morire ma questo è già un altro discorso:

avevo sette anni e sapevo com’era

il terracantieremotocarroluce,

era un paradiso perduto mi creda,

queste erano le mie passeggiate verso sera

quando avevo sette anni le prime volte che mi lasciavano

andare in giro da solo:

strisciavo il dito su certi muri che sembravano grattugie

per farmi sanguinare, per lasciarci del mio:

perché volevo essere terracantieremotocarroluce

e invece ne venivo allontanato,

pian piano ne venivo allontanato

e sono qui, adesso, però nell’angolo del terrazzo

dico adesso 45 anni dopo in un altra città

c’è una pianta in un vaso e il muro scrostato

con la luce radente della sera fa un poco di odore

simile, un poco simile, sa, dicono l’infanzia,

cosa vuole mai, io la cerco in un angolo umido:

quell’odore, sa, che tutto sta insieme,

il motocarro, il cantiere, l’erba scarsa, la radice

tagliata, io non posso sapere se lei sa,

respiro uguale, guardi respiro bene,

poi a casa certe volte mi prende la paura

di morire, vede che non cambia niente

a sette anni o adesso è lo stesso

o no, non è lo stesso ma vede non c’è una parola

che prenda insieme quello che si sente,

sono solo pezzetti e non è mica detto

che messi in fila dicano la cosa,

le parole sono tutte così generiche:

io non saprò mai dirle, signora professoressa,

com’è il terracantieremotocarroluce

e come posso ritrovarlo stasera sul terrazzo:

figuriamoci se posso dirle che cos’è l’infanzia,

figuriamoci se posso dirle che cosa è adesso.

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