Le proteste dei rifugiati a Berlino

Nina Roßmann incontra alcuni dei profughi nella capitale tedesca ed esamina i motivi alla base delle proteste di questi giorni

Monica Cainarca
Jul 2, 2014 · 13 min read

Traduzione dall’inglese — articolo originale di Nina Roßmann pubblicato il 2 luglio 2014 su Slow Travel Berlin.

Foto da Slow Travel Berlin

“Quello che rende difficile la vita in Afghanistan è che non hai scelta”, spiega Habir. “O sei con i talebani o con il governo, ma con qualsiasi parte ti schieri, subisci le pressioni dell’altra”. Così la scelta di Habir è stata di lasciare la sua famiglia e partire per un viaggio che dopo tre anni lo ha portato a Berlino.

Incontro Habir in un bar a Rosa-Luxemburg Platz. Ho avuto il suo contatto tramite un’organizzazione di volontari che aiuta i profughi, quindi letteralmente l’unica cosa che so di lui è che viene dall’Afghanistan. Arriva all’incontro direttamente dal Jobcenter, l’ufficio di collocamento di Berlino; tiene sotto un braccio una cartellina con tutti i suoi documenti e allunga l’altro per stringermi la mano.

Porta una camicia, capelli tagliati corti e occhiali; ha l’aria calma e sicura di sé. Quando mi mostra con orgoglio il suo permesso di soggiorno temporaneo appena ottenuto, vedo che ha 34 anni. Parla bene il tedesco, raccontando la sua storia in modo sobrio e tranquillo, con un atteggiamento quasi filosofico di accettazione delle circostanze della sua vita.

Il viaggio di Habir è iniziato dall’Afghanistan nel 2007, quando decide di lasciare il suo Paese perché non sopporta più la tensione. Le prime due settimane sono le più difficili. Paga 3.000 dollari USA a un trafficante per farsi portare in Turchia, insieme a un gruppo di circa 20-30 persone. È inverno e devono attraversare le montagne dell’Iran, inclusa una marcia di 40 ore nella neve alla quale due del gruppo, una donna e il figlio di circa 10 anni, non sopravvivono.

Habir riesce ad arrivare a Istanbul. Esausto dopo la faticosa traversata delle montagne, con dolori e infezioni ai piedi, la sua prima missione in Europa è trovare un ospedale. All’inizio è respinto perché senza documenti, poi l’imam di una moschea alla quale si era rivolto lo aiuta a trovare assistenza medica.

In ospedale vede un servizio televisivo sui rifugiati annegati nella traversata verso la Grecia e si rende conto di dover fare ancora una volta una scelta tra due mali: rischiare la vita in mare o tornare in Afghanistan a vivere nell’oppressione. È ormai quasi rassegnato quando, incoraggiato da altri rifugiati, decide di continuare per mare verso la Grecia.

Centinaia di profughi sono morti nelle acque tra la Turchia e la Grecia dal 2000, ma il viaggio di Habir, su un piccolo peschereccio con al timone altri profughi senza esperienza, in qualche modo lo fa approdare sano e salvo ad Atene. Senza sapere la lingua né dove rivolgersi, cade vittima di un affittacamere senza scrupoli e paga 70 euro al mese per un materasso in un palazzo sovraffollato, prima di trovare lavoro in un negozio di tappeti. Non entra nei dettagli su perché o come ha lasciato la Grecia, ma allude a reati contro i musulmani deliberatamente ignorati dalla polizia.

Avrebbe preferito la Francia come destinazione, ma dall’ennesimo trafficante riesce a reperire solo un passaggio verso la Germania. Anche su questo ha visto immagini scioccanti in televisione, come il volto di Beate Zschäpe in un servizio sugli omicidi del gruppo tedesco neofascista NSU. Ha anche già incontrato altri afghani che erano stati espulsi dalla Germania e rispediti in Grecia per via del Regolamento Dublino II, in base al quale spetta al primo paese di approdo la responsabilità di esaminare le richieste di asilo. Gli hanno raccontato non solo dei problemi con le autorità che regolano l’immigrazione, ma anche che in Germania gli stranieri vengono “uccisi a colpi di pistola per strada” e che i musulmani in particolare sono presi di mira, ma Habir resta imperterrito. “Devi vedere con i tuoi occhi”, mi dice. “Non puoi semplicemente credere a quello che ti raccontano gli altri, devi farti tu la tua idea. Dio ci ha dato gli occhi per poter vedere da soli le cose”.

Passa i primi mesi a Berlino nel centro profughi di Lehrter Straße, vicino alla stazione centrale, poi altri 13 mesi un un altro centro in Kaiserdamm, con una cucina sempre sporca e condizioni igieniche scadenti. Habir non si lamenta: dopotutto, è abituato ad avere pazienza. Tra i primi mesi del 2011 e il gennaio del 2014, aveva ottenuto solo una serie di permessi temporanei di sei mesi, che non gli permettevano di lavorare né di spostarsi dalla regione di Berlino-Brandeburgo. Lo racconta con il suo tipico atteggiamento rassegnato: “Ci sono senzatetto anche in Germania”, dice. “Non tutti sono benestanti qui, quindi dev’essere difficile per il governo prendersi cura anche dei profughi che arrivano”.

Come con l’imam di Istanbul e l’uomo che gli ha dato lavoro ad Atene, anche a Berlino incontra “brave persone”, soprattutto i volontari del centro di riferimento per profughi KBU (Kontakt- und Beratungstelle) che nel corso degli anni gli hanno insegnato il tedesco, colmando la lacuna lasciata dallo stato che non offre corsi di lingua ai richiedenti asilo (i corsi sono disponibili solo per chi ha già ottenuto il riconoscimento dello stato di rifugiato).

Oranienplatz e Ohlauer Strasse

Habir non ha ancora amici tedeschi ma spera di fare nuove conoscenze quando finalmente riuscirà a trovare un lavoro. Ora ha anche un appartamento tutto suo. Un lavoro, come per molti altri profughi, significherebbe non solo il primo passo per l’integrazione ma soprattutto la premessa per condurre una vita autonoma, una delle questioni principali al centro del dibattito sul campo di protesta di Oranienplatz a Kreuzberg.

Il campo ha ospitato circa 100 persone dal settembre 2012 fino all’aprile 2014, quando è stato sgomberato. Delle decine di tende che una volta coprivano il lato sud della piazza, ne è potuta restare solo una, quella che ospita un punto informazioni; due settimane fa è stata incendiata. I profughi di Oranienplatz chiedevano il diritto di lavorare, l’abolizione del Residenzpflicht (la norma tedesca che vieta ai richiedenti asilo di spostarsi oltre un determinato raggio territoriale, stabilito dall’amministrazione locale dello stato federale dove è stata avviata la richiesta di asilo) e la garanzia di non essere espulsi.

In sostanza, protestavano per avere una vita senza la costante insicurezza del loro status legale e per ottenere il diritto di inserirsi in Germania. Il campo si è formato in reazione al suicidio di un profugo iraniano in un centro di accoglienza a Würzburg nel marzo 2012, un tragico episodio che ha rivelato quanto la negazione di queste libertà possa spingere al limite della disperazione persone spesso già profondamente traumatizzate da esperienze come la guerra, la persecuzione e altre difficoltà tanto pesanti da spingerle a lasciarsi alle spalle le loro case e le loro famiglie.

Quel suicidio aveva scatenato una marcia di protesta dalla Baviera a Berlino nell’autunno 2012, la più grande protesta autonoma dei profughi mai vista in Germania, con più di 6.000 partecipanti e sostenitori. Molti di quelli che arrivarono a Berlino si sistemarono nella Oranienplatz. Man mano che il numero di accampati cresceva, fu occupata anche la Gerhart Hauptmann Schule, un’ex scuola nella vicina Ohlauer Straße.

La prima volta che sono andata a parlare con i profughi nel campo di Oranienplatz, mi sono resa conto davvero di cosa significhi non poter lavorare e vedersi negata la libertà di vivere una vita indipendente. Uno dei giovani con cui ho parlato, Prince, un profugo dal Ghana entrato in Europa da Lampedusa, è arrivato in Germania dopo due anni e mezzo in un campo profughi in Italia.

Quando l’ho incontrato, viveva nel campo di Oranienplatz da sette mesi. Lo preferiva ai centri di accoglienza ufficiali perché almeno lì aveva un “posto tutto per sé”: un letto, una piccola scrivania, uno scaffale e una stufetta elettrica. Di notte sentiva i ratti che correvano intorno alle tende ma anche quello per lui era preferibile alle regole da osservare nei centri di accoglienza ufficiali. Lì, dice, doveva mostrare i documenti di identificazione ogni volta che voleva rientrare “a casa” e non poteva ricevere amici nella sua stanza. Prince voleva fare la sua vita e per questo aveva bisogno di soldi. Era frustrato dalla situazione di ritrovarsi alla mercé degli altri e non sopportava di dover dipendere dalle donazioni.

In Ghana, Prince lavorava come saldatore e sarebbe ben felice di farlo anche qui in Germania. Gli andrebbe bene anche fare altro, come lavorare in un ristorante o fare le pulizie; l’importante per lui è la possibilità di guadagnarsi da vivere da solo ed essere indipendente. Il suo più grande timore è che la Germania continui a vietargli di lavorare: teme di diventare un “vagabondo”, riducendosi a vivere (e magari anche morire) per strada. “Voglio sapere da dove arrivano i miei soldi e voglio guadagnarmeli io con il sudore”, mi dice. “La gente mi dona vestiti ed è una bella cosa, ma forse non mi vanno bene quei vestiti e forse vorrei scegliermeli io”.

Il campo di Oranienplatz è stato tollerato fino alla fine dell’anno scorso, quando il senatore agli interni di Berlino, Frank Henkel (CDU), minacciò lo sgombero. Fu costretto a indietreggiare dalle dimostrazioni di protesta oltre che dall’opposizione del sindaco di Berlino Wowereit; così, invece di una soluzione forzata, la senatrice per l’immigrazione Dilek Kolat trattò con i rifugiati riuscendo a convincerli a lasciare il campo pacificamente.

Parte delle trattative era la promessa che il Senato avrebbe esaminato i casi dei profughi a livello individuale, oltre a fornire servizi di assistenza sociale e lezioni di tedesco. Il Consiglio di Berlino per i rifugiati (Flüchtlingsrat) ha però criticato il Senato (e l’amministrazione del distretto di Friedrichshain-Kreuzberg) per aver proclamato unilateralmente che l’accordo era stato già raggiunto quando in realtà era stato solo discusso.

Ha anche accusato il Senato di creare divisioni tra i rifugiati: l’accordo offerto era infatti valido solo a condizione che tutti lasciassero il campo, ma alcuni non erano convinti e volevano continuare l’occupazione. Alcuni dei rifugiati che intravedevano una possibilità nelle proposte del Senato (e volevano quindi evacuare il campo) arrivarono persino a distruggere le tende degli altri che preferivano restare.

La situazione nella Gerhart Hauptmann Schule in Ohlauer Straße, dove alloggiavano dai 200 ai 500 profughi (è sempre stato molto difficile ottenere stime ufficiali), si è evoluta in modo un po’ diverso. Le condizioni igieniche nella ex scuola sono sempre state pessime, con solo una doccia disponibile per tutti gli occupanti. La situazione ha provocato una serie di incidenti violenti, culminata il 25 aprile 2014 con l’accoltellamento di un profugo marocchino di 29 anni. Il presunto aggressore era un quarantenne del Gambia.

Quando ho visitato la scuola nel 2013, sono stata accompagnata in un piccolo edificio nel cortile che fungeva da sala comune anche per i pasti. Le scorte di alimentari erano donate dalla Berliner Tafel (la mensa per i poveri di Berlino) oltre che da donatori privati, come i volontari musulmani che ho incontrato lì e che regolarmente fanno la spesa per la scuola da quando uno dei profughi si è rivolto alla loro moschea per chiedere aiuto.

Il 24 giugno 2014, si è messo fine all’occupazione della scuola Gerhart Hauptmann con l’intervento di 900 poliziotti, mandati a vigilare sul trasferimento dei profughi dall’edificio mentre fuori 450 dimostranti protestavano lo sgombero. Più di 200 profughi hanno lasciato la scuola per essere trasferiti in altri centri (nei quartieri di Charlottenburg e Spandau) con la promessa che i casi individuali di richiesta di asilo sarebbero stati riesaminati. Ma un piccolo gruppo, dai 40 agli 80 profughi, si è rifiutato di andarsene — e per dei buoni motivi.

Come ha spiegato Berenice Böhlo, un’avvocatessa che rappresenta legalmente i profughi, in un intervento pubblicato sul quotidiano berlinese Tagesspiegel, l’ufficio immigrazione di Berlino non può occuparsi di richieste di asilo avviate in altri stati federali: la competenza spetta infatti ai singoli stati dove le richieste sono state presentate. Con la promessa di riesaminare i casi singoli, tuttavia, Berlino avrebbe di fatto assunto una responsabilità che deve ora riconoscere. La questione però non è ancora stata chiarita a livello legale. Un rapporto autorizzato dal commissario all’integrazione del Senato di Berlino, Monika Lüke, ha concluso che la responsabilità per questi richiedenti asilo spetterebbe in effetti alle autorità berlinesi e non agli altri stati federali. Il senatore agli interni di Berlino, Frank Henkel, predilige però un approccio ben più restrittivo. Nel frattempo, c’è stato il caso di un richiedente asilo nigeriano che era tra i profughi del campo di Oranienplatz ed è stato minacciato di espulsione dallo stato federale della Sassonia-Anhalt, dove era stata avviata la sua richiesta di asilo.

Attualmente, alla data di pubblicazione di questo articolo, non è ancora stata trovata una soluzione per questo nodo delle trattative. Henkel ha anche respinto la richiesta del sindaco del distretto di Friedrichshain-Kreuzberg, Monika Hermann, di vietare l’espulsione per i profughi che protestano. Da allora la scuola è circondata dalla polizia che non sa esattamente cosa fare.

Il 1 luglio 2014, l’assessore dei Verdi allo sviluppo urbano (Bezirksstadtrat für Planen, Bauen, Umwelt und Immobilien) per il distretto di Friedrichshain-Kreuzberg, Hans Panhoff, ha chiesto alla polizia di sgomberare la scuola; ma senza il sostegno del suo partito, in gran parte contrario a uno sgombero forzato viste le minacce di suicidio da parte dei rifugiati nella scuola, lo sgombero non si può fare. E prima che la polizia faccia irruzione nell’edificio sono previste altre trattative con i profughi che occupano la scuola.

In realtà la maggioranza dei rappresentanti dell’amministrazione locale spera ancora in una soluzione pacifica e vuole offrire ai profughi la possibilità di restare in una parte della scuola, invece di sgomberarla completamente. Il sostegno da parte dei residenti locali è molto forte: le proteste recenti hanno attirato fino a 3000 dimostranti pacifici, molti dei quali vogliono vedere con i propri occhi quello che sta succedendo, dato che alla stampa è stato vietato l’accesso all’interno dell’edificio (attualmente le notizie sulla vicenda vengono diffuse sui social media, soprattutto su Twitter tramite la hashtag #ohlauer e su Facebook tramite la pagina OhlauerInfopoint).

Una cosa però è stata decisa: l’ex scuola sarà trasformata in un centro internazionale per i profughi il cui stato di richiedenti asilo è ancora incerto. Il centro sarà costruito con l’assistenza di 35 dei rifugiati che vivevano nell’ex scuola occupata.

Qui la seconda parte di questo servizio, che esamina la storia delle leggi e degli approcci in materia di immigrazione in Germania.


AGGIORNAMENTI

1 settembre 2014

Il 3 luglio era stato raggiunto un accordo con i 40 rifugiati nella Gerhart Hauptmann Schule, che concedeva loro di restare in una parte dell’edificio. Ora però la protesta continua in un ostello nella Gürtelstraße a Friedrichshain: anche qui alcuni rifugiati hanno occupato il tetto dell’edificio, minacciando di buttarsi giù se non viene accolta la richiesta di un riesame delle domande di asilo, come appunto era stato promesso dal Senato berlinese a seguito delle trattative con i profughi del campo di protesta di Oranienplatz (si vedano gli articoli del Berliner Tagesspiegel del 27 agosto e 30 agosto).

Nel frattempo, però, è emerso che l’intero accordo del Senato con i rifugiati di Oranienplatz non è legalmente valido per via di una formalità, essendo stato firmato dalla Senatrice all’integrazione Dilek Kolat invece che dal Senatore agli Interni Frank Henkel a cui spetta la competenza in materia. L’accordo è così stato dichiarato nullo e le promesse fatte ai profughi si sono rivelate un bluff (taz, 1 settembre 2014; una traduzione in inglese dell’articolo è disponibile sulla pagina Facebook di Refugee Protestmarch to Berlin).

9 settembre 2014

A parte le questioni legali, l’avvocato Berenice Böhlo, che si occupa di difendere i diritti dei rifugiati, ha espresso forti dubbi sul fatto che sia stato veramente eseguito un riesame dei singoli casi per le domande di asilo politico, dato che in tutti i 130 casi riesaminati finora le domande sono state respinte; i richiedenti asilo in questione devono tornare o al Land tedesco dove hanno fatto originariamente domanda di asilo, o in Italia. Nel frattempo, i rifugiati nella Gürtelstraße hanno concluso la loro protesta (dal quotidiano berlinese taz).

12 gennaio 2015

Purtroppo, il numero crescente di profughi (in prevalenza musulmani) ha dato luogo a un’ondata di proteste anti-immigrazione. A partire da Dresda nell’ottobre 2014, il movimento “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente” (Pegida) ha organizzato regolarmente delle manifestazioni nelle principali città tedesche. Rifacendosi all’idea delle “manifestazioni del lunedì” durante la rivoluzione pacifica contro il regima comunista della DDR, protestano contro la cosiddetta “islamizzazione”.

Con lo slogan “Wir sind das Volk” (“siamo noi il popolo”, anche quello mutuato dalla rivoluzione pacifica), i sostenitori di Pegida intendono “preservare i valori dell’occidente”. Negano di essere razzisti – ma ci sono vari neonazisti che partecipano alle proteste e visto che il timore di essere “islamizzati” appare più che irrazionale (la popolazione musulmana di Dresda, città natale delle proteste, ammonta a solo lo 0,4%) c’è motivo di credere che siano xenofobi e contro i musulmani in generale. Le dichiarazioni razziste di uno degli organizzatori confermano questa impressione.

Il ramo berlinese di Pegida, “Bärgida”, ha organizzato la prima protesta lunedì 5 gennaio 2015. Sono riusciti a radunare solo 300 manifestanti, contro i più di 5.000 della contromanifestazione, che del resto hanno anche i politici dalla loro parte: Angela Merkel a rivolto un appello a tutti i tedeschi invitandoli a evitare le proteste, mentre le autorità di Berlino e Colonia hanno fatto spegnere le luci della porta di Brandeburgo e della cattedrale di Colonia come segno di protesta conrto Bärgida/Pegida.

Bärgida vuole continuare a organizzare marce di protesta ogni lunedì, ma sono già state organizzate anche le relative contromanifestazioni per il prossimo lunedì 12 gennaio alle 17:00. Per informazioni sulle contromanifestazioni si veda: https://www.facebook.com/NoBergida e l’associazione turca di Berlino e Brandeburgo (Türkische Bund in Berlin-Brandenburg, TBB).


Per gli ultimi aggiornamenti seguire l’hashtag #ohlauer su Twitter e la pagina Facebook di OhlauerInfopoint).


    Monica Cainarca

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    Translator, editor, dreamer • formerly translator and editor for Medium Italia