Napoli in un giorno.

Napoli è tonda: tonda la pizza, tondo il sole, tonde le donne sui motorini. Tonda è anche la sfogliatella frolla, e tutto curve è il lungomare. Accarezza occhi, naso e lingua regalando emozioni indescrivibili.

Partendo dalla stazione centrale, a piazza Garibaldi, non c’è modo migliore per iniziare la giornata se non con un paio di sfogliatelle: una riccia e una frolla, così, per non offendere nessuno. E giusto a pochi metri c’è Attanasio ci accoglie con le sue fragranze calde e appetitose che corteggiano in modo irresistibile gusto ed olfatto.

Attraversando la piazza, leggermente a destra rispetto al “di fronte” di Attanasio, si trova corso Umberto I dove, oltre a gustare un buonissimo e necessario caffè, i negozi e la confusione ci accompagnano fino a via del Duomo. Girando a destra e percorrendo la strada in salita, arriviamo al Duomo: nulla di particolare da dire. Emozionante sapere che lì è conservato il famosissimo sangue di San Gennaro, ma per il resto, è una chiesa che probabilmente dimenticherò a breve.

Interessante, invece, è la cripta, in cui si scende a partire da delle scalette accanto all’altare. Di opera di Oliviero Carafa, la sua posizione proprio sotto l’abside la rese di difficile costruzione, tanto che si pensa che gli studi per la sua costruzione furono di Bramante, grande amico di Oliviero. La cosa particolare di questa cripta, almeno per me. ignorante in materia, è che è di stile rinascimentale. Fu costruita tra il 1497 e il 1506: marmo bianco, vezzi e decori floreali, attenzione ai dettagli e candore nelle decorazioni. Tutto ricorda il Rinascimento. Niente a che vedere, quindi, con le classiche cripte bizantine, longobarde o altomedievali. D’altronde, esse venivano costruite per deporvi le reliquie del Santo, nascono quindi come tombe, e per questo dovevano essere sotto terra. In epoca gotica, invece, le reliquie diventano così importanti che iniziano ad esser depositate al piano della Chiesa, in una posizione particolare, al centro di cappelle laterali o, addirittura, vicino all’altare.

La cripta di San Gennaro, o Cappella di Succorpo, fu costruita sempre per contenere le reliquie del famoso Santo, portate a Napoli da Avellino per opera di Oliviero Carafa, ma il periodo di costruzione la rende particolare ed insolita. Le colonne donano sempre l’idea di un piccolo labirinto, ma lo stile cozza con ciò che siamo soliti immaginare.

Uscite un po’ deluse dal Duomo, entriamo nel vero spirito napoletano percorrendo la meravigliosa SpaccaNapoli (via San Biagio dei Librai). La strada sembra dividere a metà la città e accoglie le botteghe e gli odori più caratteristici. È proprio la Napoli che si immagina, il classico quadro di Napoli che abbiamo stampato in mente (o nel cuore, se ci si è andati).

Bella e caratteristica, ci fa passeggiare con tranquillità godendo dei mille colori di cui questa città si veste. Un Pulcinella, poi, ci sorride e augura buona fortuna, mentre ci dirigiamo alla Cappella di San Severo.

Non c’è nessuna strada migliore che San Gregorio Armeno per raggiungere via dei Tribunali e la Cappella. Il periodo dell’anno è stato perfetto: metà aprile. Nessuno va a comprare presepi a metà Aprile. Così ci siamo potute godere quelle piccole opere d’arte pacchiana di cui Napoli va tanto fiera.

Passando per una viuzza, arriviamo quindi alla Cappella di San Severo. Mi raccomando i biglietti: si comprano nella biglietteria accanto. Inutile mettersi in fila senza essersi muniti prima del biglietto.

Nella Cappella, purtroppo, niente foto né video. E la sua bellezza è tale che è difficile trovare le parole per descriverla. Il conte di San Severo è riuscito a lasciare un marmo vivo nel suo mausoleo, un marmo che racconta storie e che accompagna in un percorso iniziatico.

Le statue che corrono intorno alla Cappella rappresentano le virtù, ma raccontano anche del percorso massonico del conte.

Immagini scaricate da Internet

Dopo questa abbuffata di arte e bellezza, penso che ci siamo proprio meritate una bella pizza! Prima di dirigerci verso il vero motivo di questa gita, ci affacciamo al caffè Nilo per rendere omaggio alla reliquia più importante di tutta la città.

Il capello di Maradona. Scopro anche la storia di questo importantissimo resto: il proprietario del bar, un giorno, ebbe la smisurata fortuna di prendere lo stesso aereo di Diego Armando. Non si fermò a chiedere autografo e foto, ma quando si trattò di scendere dall’aeromobile, passò accanto al sedile su cui erano state sedute il divino deretano di Maradona, e proprio lì, in cima al sedile, sulla testata, c’era questo ciuffo di capelli. Lo conservò o mostrò con orgoglio agli amici, e quello che era nato come un aneddoto da raccontare a cena, diventò una vera e propria attrazione napoletana, meta di pellegrinaggio di tutti i veri tifosi.

Procedendo verso via dei Tribunali, ci dirigiamo al mitico, indimenticabile, immancabile, Sorbillo. Attenzione! Ci sono tre pizzerie, una di fila all’altra, che si chiamano così. Ovviamente, si consiglia di andare a quella più affollata, su due piani, dove, si dice, si mangi la pizza più buona di Napoli. Noi, ingenuotte che non siamo altro, abbiamo sbagliato ristorante. Ma c’è da dire che dove capiti capiti, a Napoli, caschi bene. La pizza è davvero un orgasmo per il palato.

Gli Oliver Twist che aspettavano il tavolo davanti alla pizzeria dove abbiamo mangiato. E pensare che non è neanche il Sorbillo ufficiale.

Rifoccilate e cariche possiamo tornare alla scoperta della città. Palazzo Venezia è un piccolo gioiellino sconosciuto, scoperto grazie al mitico Alberto Angela: un giardino pensile nascosto nel cuore della città, sconosciuto anche ai cittadini.

E dopo questa piccola particolarità, torniamo alle attrazioni più famose: il Monastero di Santa Chiara e la Chiesa del Gesù Nuovo.

Santa Chiara incanta ogni volta: la conosco benissimo, ma il suo porticato lascia senza parole. Le maioliche sembrano dover raccontare le storie delle piccole monachelle Clarisse per cui quei colori erano gli unici da vedere per una vita intera. Non potevano uscire dal monastero, e quel cortile era l’unica gioia colorata di cui potevano godere.

Le foto non rendono l’idea della gaiezza, mista a tristezza, che si respira in quel giardino. Le maioliche raccontano scene di vita quotidiana alle quali le Clarisse non potevano più prender parte: immagino queste giovani ragazze, rinchiude là dentro per onore o necessità, che si intrattenevano a guardare quei piccoli quadri, sognando una vita che non era più la loro. Quanti sospiri devono aver respirato quelle colonne.

Sul Monastero del Gesù Nuovo ho scoperto un nuovo aneddoto interessante. Su ogni pietra di lava che lo ricopre, si trova una piccola incisione, fino a poco tempo fa rimasta irrisolta.

Ad oggi si è scoperto trattarsi di lettere aramaiche, 6 lettere, per la precisione, che rappresentano 6 note musicali (la settima, il SI fu “inventata” in un secondo momento). La facciata del monastero, quindi, è un grandissimo spartito che suona una musica per strumenti a plettro (mandole e affini) di circa tre quarti d’ora. Trovo questa storia particolarmente affascinante.

Continuando su Spaccanapoli e girando, poi, a sinistra su via Medina, si giunge alla Galleria Umberto I. La galleria ricopre con la sua magnificenza il passato più brutto di Napoli: qui nell’Ottocento sorgeva il quartiere del malaffare, con botteghe e lupanari per uomini che non avevano un buon rapporto con la legge e che desideravano rimanere nascosti nell’intrico di vicoli che caratterizzavano la zona. L’igiene non si sapeva neanche cosa fosse, tanto che tra il 1835 e il 1884 si sono scatenate 9 epidemia di colera. NOVE. Era necessario fare qualcosa: tra i vari progetti proposti per il risanamento dell’area, vinse quello della Galleria. Io direi giustamente. Oltre ad essere bellissima ed elegante, si trovano anche dei baretti molto carini dove poter gustare sfogliatelle, babà e caffè.

Qui la mia compagna di viaggio, Bietta, è stata quasi fregata da un napoletano: ma anche questa è un’esperienza da fare. Non si può passare una giornata a Napoli senza avere un incontro ravvicinato con un napoletano che cerca in qualsiasi modo di sfilarti i soldi. Il nostro amico cercava di regalare bellissime foto d’epoca agli sventurati turisti che avevano la (s)fortuna di incrociare il suo cammino. Ammettendo di non saper far nulla, cerca di propinarti una foto raccontando le meraviglie della città. Una cosa importante che ho scoperto: se si dice di essere napoletani, si perde istantaneamente di interesse ai loro occhi. Due volte siamo state fermate da personaggi del genere, due volte ho sfoderato con orgoglio il mio sangue napoletano. Ed entrambe le volte il personaggio si è rivolto soltanto alla povera Bietta. Se non volete essere infastiditi, inventatevi napoletani: un padre, una nonna, uno zio. Inventatevi delle origini napoletane e, probabilmente, non avrete rogne.

Sebbene la stanchezza inizi a farsi sentire, decidiamo di prendere la visita guidata per il Teatro San Carlo: d’altronde senza guida non si può entrare in quella meraviglia.

Avendo una ventina di minuti prima dell’inizio del tour guidato, ci affacciamo a Piazza del Plebiscito per bendare Bia. Non si può venire a Napoli e non fare il gioco dei cavalli a piazza del Plebiscito: c’è una leggenda napoletana che narra che i re spagnoli, quando condannavano a morte un povero disgraziato, gli davano una possibilità di riscatto; se fosse riuscito a passare, bendato, in mezzo ai cavalli, partendo dal centro del palazzo reale, si sarebbe salvato. Ora si ride nel farlo, ma immagino l’ansia e l’angoscia di quei poveri cristi la cui vita dipendeva da questo gioco divertente.

Ovviamente Bia ha perso miseramente; sarebbe stata condannata a morte senza possibilità di riscatto: ha fatto un giro intorno a se stessa. Appena ha riaperto gli occhi mi ha chiesto dove fossero finiti i cavalli: erano alle sue spalle.

Prima di andare al Teatro, abbiamo lanciato uno sguardo al piccolo belvedere: un gioiello. Il Vesuvio troneggia maestoso sul golfo di Napoli, mentre Capri si affaccia: sembra una vecchia signora pettegola che, dal balcone, scruta tutti gli inciuci della sua vicina di casa, Napoli.

Ed ecco, finalmente, che si è fatta l’ora di entrare al Teatro San Carlo.

Abbiamo avuto la fortuna di trovare una guida davvero appassionata e fortissima. Ci ha incantato con la sua passione verso ogni dettagli della storia e dell’arte di questo capolavoro. Il palco reale, le poltrone, gli specchi che riflettono i reali, tutto è bellissimo.

La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme, qualità che si trovano così di rado congiunte. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea”. [cit. Stendhal, parlando del Teatro San Carlo]

Ma la cosa che più mi ha colpito, in mezzo a tanta bellezza, è l’orologio di Crono. Sopra il palco, si trova un quadrante che gira in senso antiorario, con il dio Crono che indica l’ora esatta. Accanto al dio con l’indice alzato, si trova la dea Partenope con le braccia aperte: cerca di fermare il tempo. Vorrebbe che tu rimanessi per sempre a godere dell’arte, e cerca di fermare il tempo. Accanto a Crono, le ore danzando se ne vanno, mostrando l’eterno fallimento della dea. Accanto a Partenope, invece, le muse ci ricordano che, sebbene per un piccolissimo istante, comunque, siamo chiamati a prender parte a cotanta bellezza.

Finiamo il nostro tour con uno sguardo al Maschio Angioino e a quel buco che ricorda battaglie andate, vittorie e sconfitte passate: una palla di cannone infranta sulle mura.

Salutiamo Napoli con una spremuta di agrumi da Gambrinus (5,50€ l’una). Il prezzo è elevato, non c’è che dire, ma l’emozione di sedere lì dove sono stati seduti tutti i grandi intellettuali e letterati napoletani, è unica. Il gioco vale la candela. Se non fosse altro, almeno per riposare i nostri piedi che urlano pietà.

Napoli si è mostrata in tutto il suo splendore. Peccato per il tempo, un po’ cupo nel pomeriggio. Ma la città lascia sempre d’incanto.

Buonasera signorina, buonasera, com’è bello stare a Napoli e sognar. Mentre in cielo sembra dire buonasera la vecchia Luna sul Mediterraneo appar. Ogni giorno ci incontriamo camminando, dove pare che la montagna scenda in mar. Quante cose abbiamo detto sospirando, in quell’angolo più bello del mondo!
Fred Buscaglione, Buonasera