Nicaragua. Parte 2

Settimo Giorno.

Sveglia alle 4.10. Partenza: 4.30. Già ieri avevo detto che erano tutti matti.

Cepe ci porta a San Carlos dove dovevamo prendere una barca che ci avrebbe portato a El Castillo alle 6.30. Peccato che avevano già venduto tutti i biglietti.

Bloccati così in questa abbastanza squallida città di porto, decidiamo di andare a fare colazione… per tenerci leggeri, una specie di panzerotto di polenta ripieno di pollo. Così, pe iniziare con grinta la giornata.

Alle 8 riusciamo finalmente a mettere piede su una barca, molto più lenta di quella che ci aspettavamo, ma ce la facciamo andare bene.

El Castillo ore 11.

Non ci stiamo molto, che già un’altra barca ci attende. Che poi chiamarla barca è un vero complimento. Era una sorta di tronco scavato e leggermente dipinto. Grande ansia.

E così sembra che la giornata si dilegui e disciolga in barche sempre meno sicure e attese sempre più snervanti. Ma poi arriviamo al nostro rifugio: struttura in legno in mezzo al verde. Davvero magnifica. Forse mi ripeto, ma questo è davvero il giardino dell’Eden: non ci saranno gli alberi di pane e salame, ma c’è la cuoca migliore del Nicaragua. Così finalmente mangiamo bene: non che si mangi male qui, affatto, ma niente di speciale. Qui c’è l’Eccezione.

Mezz’ora di riposo per poi prendere delle barche a remi (sì, di nuovo barche!). E a questo punto inizia lo spettacolo. Silenzio intorno, sipario di foglie. E quelle pettegole, che sono le cicale, che non possono fare a meno di commentare ogni cosa; non ci fanno godere lo spettacolo. Ma forse dovrei ringraziarle: hanno tenuto la mia fantasia legata alla realtà. Quello era il suo habitat. Senza di loro l’avrei persa.

Ottavo Giorno.

Oggi giornata rilassante in vista di quella di domani. Ci siamo fatti una bella passeggiata in mezzo alla foresta dove abbiamo conosciuto una miriade di formiche diverse. Molto piacere.

Tornati al giardino dell’Eden, ci facciamo la seconda doccia del giorno: la prima è stata di sudore ed umidità. Pranzo e partenza per El Castillo. Quando si dice dalle stelle alle stalle. L’albergo, a prima vista, è risultato squallido e decadente… ma al secondo piano si suonava tutta un’altra musica! Sembrava di essere su un vascello e il mal di terra che ci accompagna ormai da giorni lo faceva anche oscillare!

Passeggiatina per la città e visita al Castello, non prima di essere passati per un noioso museo: però ho scoperto la differenza tra corsari, bucanieri e filibustieri.

Abbiamo aspettato l’alba sulla terrazza del Castello… sopravvissuti all’assedio delle Terribili Formiche, il cielo ci ha festeggiato dando il meglio di sé: non ho mai visto tanti colori in un tramonto.

Cena con gamberi di fiume, assaporata non prima di aver assistito ad una strana lotta tra un caimano ed una tartaruga: il primo vagava innocuo sotto la terrazza del nostro albergo, la seconda, impunita, continuava a dargli zampate sul muso: non so chi fosse più scemo.

A quel punto volevo solo andar a dormire… peccato che il mio desiderio fosse condiviso dalle Terribili che erano riuscite a conquistarlo prima di me! Spruzzato l’insetticida, abbiamo aspettato 10 lunghissimi minuti prima di coricarci. La notte è passata con l’ansia di una loro vendetta…

Giorno Nono.

Ma perché, dico io, se devi costruire un pulmino che deve fare, minimo minimo, sette ore di viaggio, non lo costruisci con dei sedili comodi? Credo davvero che il meccanico, o il carrozziere, o il come-diavolo-si-chiama-colui-che-cura-gli-interni sia stato un uomo sadico e cattivo. Non c’è altra spiegazione.

Da El Castillo viaggio fino a San Carlos in barca (sì, un’altra ancora) e poi questa stramaledetta macchina infernale con un esercito di venditori ambulanti che entravano ad ogni fermata. Sarà stato anche tipico e divertente, ma sette ore di questo coso sono davvero troppe!

Giorno Decimo.

Anche oggi giornata di viaggio, ma sicuramente meno faticoso, stressante e scomodo.

Naturalmente, barca fino a Bluefields. Se lì fosse spuntato un galeone dei pirati non mi sarei di certo meravigliata! Città decadente e affascinante. Di quella decadenza che riempie gli occhi.

L’ennesima rumorosissima barca ci porta al Mar Caribe. Che delusione! Tra Ostia e Sperlonga… l’unica cosa spettacolare è stato l’incontro con un uomo dagli occhi di ghiaccio che si nutre solo di uova di tartaruga.

Poi aereo. Che chiamarlo aereo è fargli un complimento: 44 posti. 20 minuti. Dopodiché, (indovinate un po’?!), barca! Che assomigliava molto ad un videogioco: su giù, su giù, suuu, giù giù giù, su, giùùù.

E poi, finalemente… LITTLE CORN ISLAND! Caraibi! E aragoste per cena!

Giorno Undicesimo.

Nuvole e pioggia. Nervosismo. Nel pomeriggio facciamo pace con il mondo facendo snorkeling e facendo amicizia con una gran varietà di pesci. Peccato non avere le lenti a contatto. Però gli squali li ho visti. Quelli sì, e sono bellissimi e affascinanti. Le onde lunghe dell’oceano hanno tirato su il pranzo dagli stomaci di Sissi, papà e Ale: non credevo ci si potesse sentire male anche in acqua. In ogni caso: pesci blu, donzelle, squali e coralli. Qualcuno ha avvistato una manta; altri pesci gialli e neri (cioè, tutti tranne me… stupida miopia!). E Flavio ha visto anche una tartaruga.

Doccietta per cacciare via il sale e passeggiata a Mondo Iguana: no, non è quel che si può immaginare. Si tratta “solo” di una magnifica terrazza sulla costa caraibica ❤

Cena: Aragosta. E che aragosta. E c’è stata anche una battaglia davvero agguerrita. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto. Ce la siamo mangiata.

Il temporale ci ha colto di sorpresa sotto il gazebo. La natura ha dato il meglio di sé mescolando fuoco e acqua.

Giorno Dodicesimo.

Almeno mezza giornata di sole ce l’hanno concessa. Peccato che gambe e sedere si sono già ben cotti ieri… memo per me: le nuvole non sono una protezione solare. +

Scortati dai due cani dell’albergo siamo andati a prendere di nuovo la barca che ci ha portato a Big Corn Island. L’alloggio lo abbiamo trovato nell’hotel più bello dell’isola. Il mare è una tavola. La spiaggia un lenzuolo. Unico neo: i puri puri, stupidi insetti più fastidiosi di mosche e zanzare che non potevano lasciarsi sfuggire dei bocconcini prelibati come noi.

L’isola si è mostrata ai nostri occhi con tutti i suoi scogli, la sua sabbia, le sue barche, le baracche, i pupi e le teste di aragosta. La cena ci è stata servita in una bettola illuminata da un enorme barbecue centrale in cui una donna, con virilità e forza, girava la nostra carne. Carne servita poi “alquanto” tenace e condita con ettari di Gallopinto e insalata. Bah.

Insoddisfatti andiamo alla ricerca del dolce: sembra che in questi luoghi non conoscano la bontà del dolcetto.

Stanchi e rassegnati, salutiamo qualcuno che se ne va a dormire, mentre noi decidiamo di prendere un taxi per andare ad una sorta di festa/discoteca. Bisogna sapere che qui il taxi carica quante persone può. Ci siamo trovati in 6 macchina insieme a sconosciuti.

Il tempo di rimanere ipnotizzati da una ragazza che ballava divinamente e siamo andati a dormire anche noi.

Giorno Tredicesimo.

Sveglia alle 6 meno 10 per fare il bagno prima di colazione. Stamane nell’Atlantico, oggi pomeriggio nel Pacifico. E qualcuno ha anche raccolto un’ampolla di acqua per mischiare i due.

Dopo lo scalo a Blufields, arriviamo a Managua. Aereo e Pacifico.

Bisogna sapere che non finisco mai di scrivere i miei diari di viaggio… sarà che al ritorno sono sempre troppo amareggiata per rivivere i ricordi. O sarà perché tornata a casa, ho voglia di godermi le mie abitudini, senza dover pensare a prendere il quadernino a sera. Comunque, ciò che ricordo del nostro Tredicesimo e ultimo giorno in Nicaragua sono le onde del Pacifico. Sarà che ce lo avevano presentato come il paese con gli tzunami al mondo e l’oceano non voleva farci rimanere male, ma onde così io non le ho mai viste.

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