La partita

La prima mano, uno a zero

Quando due anni fa, nel 2013, papà ebbe la seconda grave crisi che lo portò quasi in punto di morte, nessuno era pronto. Non eravamo pronti noi a lasciarlo andare, né lui ad accettare la sua fine.

Papà soffriva di diabete mellito.

La prima crisi si verificò quando io avevo ventiquattro anni e frequentavo il corso che preparava i giovani laureati in giurisprudenza a sostenere il concorso per la magistratura. Una subdola osteomielite attaccò le ossa del piede sinistro. I medici lo diedero per spacciato ma papà giocò bene le sue carte. A dispetto dei pronostici vinse la prima mano, fece marameo alla nera signora e ritornò in sella alla sua bicicletta da corsa, lasciando con un palmo di naso anche i dottori che gli avevano detto che se si fosse salvato avrebbe dovuto abbandonare le sue adorate due ruote.

Per i successivi venti anni le strade romagnole sono state percorse in lungo e in largo da mio padre, in sella alla sua bicicletta color giallo oro, alternata alla comoda bicicletta del nonno. Quest’ultima usata quando nel fine settimana si doveva recare in centro, a Forlì, per giocare la schedina.

La sua vita e la nostra proseguiva scandita dal rispetto tassativo dei controlli medici, dalle visite al centro diabetologico, delle quattro dosi di insulina giornaliere.

Intanto il suo compagno, il diabete lavorava instancabile.

La seconda mano, due a zero

Nel 2010 i reni iniziavano a non funzionare e noi iniziammo a frequentare anche il reparto di nefrologia: iniziammo gradualmente con delle visite mensili, per poi giungere alla dialisi bisettimanale. Poi, nel luglio del 2013 la giocatrice battuta decise che era giunto il momento di chiedere la rivincita a mio padre. Di nuovo la convocazione di noi tutti davanti ai dottori, di nuovo quei compunti discorsi professionali senza speranza, di nuovo seduta accanto a lui incosciente, di nuovo papà che vince.

Dopo il secondo ricovero la vita sociale ospedaliera di mio padre si intensificò: oltre alle visite al centro diabetologico e al centro dialisi, ora riceveva anche due volte alla settimana la visita domiciliare di una simpatica infermiera che gli medicava le ferite ai piedi. Tutti noi invece organizzammo la nostra vita in funzione delle sue esigenze. Restando uniti riuscimmo ad essergli vicino e, al tempo stesso, a ritagliarci i nostri spazi, anche se, ovviamente, non mancavano i momenti di stanchezza e di tensione.

Ognuno aveva un ruolo ritagliato in base alle sue capacità. Mio fratello era divenuto un perfetto vice — infermiere in grado di fare una medicazione professionale, mamma rimaneva a capo della cucina e io …. bhe … io ero quella delle scartoffie, delle file agli uffici della pubblica amministrazione per le questioni burocratiche ( pratica di invalidità, ritiro farmaci, certificati di trasporto, Icric…). In questo clima di organizzazione quasi militaresca papà riuscì a rimettersi e a conservare un buon grado di autonomia. Anche se ora passava la maggior parte del suo tempo seduto sulla sedia a rotelle, non aveva abdicato al suo ruolo di capofamiglia.

Era stato in grado di reinventarsi: se non poteva andare più in bicicletta, il ciclismo lo seguiva in televisione, se non poteva più coltivare l’orto, lui rimaneva comunque il capo ortolano che decideva quali verdure andavano seminate, per non parlare del giardino su cui non mancava giorno che elaborasse nuovi progetti.

La lettura ora aveva ampio spazio.

Leggeva quotidiani, libri, riviste di storia, riviste di giardinaggio e orticoltura; faceva la settimana enigmistica e seguiva i dibattiti politici e l’attualità. Con noi amava parlare di tutto e soprattutto amava ricordare perché ad una certa età ricordare dilata anche il tempo di vivere.

Ma noi non eravamo i suoi unici interlocutori, mio padre era un chiacchierone che cercava il confronto e impezzava medici, infermieri e i ragazzi della Croce Rossa. Usava la provocazione per spingere le persone a ragionare ed esprimeva le sue idee in maniera sempre convinta. I medici mi dissero infatti che era un decisionista, ma sempre molto rispettoso…..tranne quando l’interlocutore provava a fargli cambiare idea.

Durante questo periodo di calma apparente o di turbolenza sotto controllo, compresi il significato dello scorrere del tempo e… per la prima volta capii che si stava avvicinando il momento dei saluti finali e che questo tempo che mi era stato concesso di vivere ancora accanto a lui era prezioso. Nonostante ci siano stati momenti in cui ho pensato che parte della mia vita mi fosse stata rubata, sono felice di essergli stata accanto e di essermi presa cura di lui.

In genere non si pensa mai al fatto che i genitori ci possano lasciare, in genere si tende a pensare che questo momento accadrà il più tardi possibile, e solo quando la nostra vita sarà perfetta, ma la morte non attende i tuoi comodi.

In questi ultimi anni parlai molto con papà, in modo tale che non ci fossero non detti tra di noi e soprattutto ogni volta che tornavo a Bologna lo andavo a salutare, me lo sbaciucchiavo e gli dicevo “ Ti voglio bene papà”. Una frase che da adulti ci vergognamo a pronunciare proprio perché siamo adulti, perché queste frasi le consideriamo sdolcinatezze infantili e invece queste semplici parole sono un vero e proprio balsamo per un vecchio ed ammaccato genitore.

La terza mano, 3 a 0

A luglio di questo anno l’osteomielite lo colpisce ancora, il ricovero dura fino ad agosto, papà vince ancora la partita, ma non è più come prima, il quadro clinico si complica, si aggiunge un nuovo problema, gli attacchi epilettici. Il piano terapeutico viene cambiato ma le nuove medicine lo debilitano sempre di più.

Quando torna a casa il suo sguardo è spento, lentamente inizia a mangiare sempre di meno, aumentano i momenti di sonno e quelli in cui non è più perfettamente lucido. La vita pubblica, la politica non lo interessano più, nemmeno il suo adorato orto. Una mattina, quando io per pungolarlo gli chiedo se anche il prossimo anno pianterà i cocomeri, lui con voce ferma e pacifica mi risponde “ Tu li pianterai”.

Il 20 settembre festeggiamo il suo compleanno, ma ora riguardando quelle foto, mi accorgo del suo sguardo velato….lui si stava già preparando a partire e noi dovevamo capire che era giunto il momento di accompagnarlo e lasciarlo andare.

Era iniziato l’ultimissimo periodo di vita, quello che viene comunemente chiamato “il morire”. Medici ed infermieri lo sanno riconoscere immediatamente ma forse non lo sanno comunicare, o forse, più semplicemente quando loro ci hanno provato, la mia mente si chiudeva a riccio, in un meccanismo di autodifesa e le loro parole si infrangevano contro la mia granitica speranza. Solo dopo che papà se ne era andato, cercando su internet ho purtroppo dovuto comprendere e riconoscere che papà presentava tutti i sintomi di un fisico oramai in consunzione.

Il 20 ottobre viene ricoverato per la quarta volta, ma la partita è oramai persa.

L’ultima mano

Nell’ultima settimana l’ospedale era diventato quasi una seconda casa senza averne il calore e l’intimità. Avevo iniziato a notare che il compagno di stanza di mio padre, ma anche quelle persone che varcavano la soglia della stanza numero 7 distoglievano lo sguardo. Papà stava diventando un invisibile, il suo volto scavato e sofferente era fin troppo eloquente e quello che ricordava doveva essere allontanato, doveva essere rimosso.

Mentre una volta si moriva a casa propria, tra le rassicuranti lenzuola del proprio letto, con gli odori del nostro vivere quotidiano, magari del caffè appena preparato, circondato dall’affetto dei tuoi cari ed i vicini del quartiere ti venivano a fare visita insieme al parroco, ora la morte viene allontanata dalla casa, luogo dei vivi, e relegata alle bianche stanze di una casa di cura.

Non siamo riusciti a portare a casa papà, ma non volevo che se ne andasse da solo.

Venerdì sei novembre quando sono giunta alla mattina l’ho trovato solitario nella stanza, il vicino di letto era stato trasferito in un’altra camera. Il respiro era affrettato ed affannoso, i medici sono passati velocemente a farmi le condoglianze anche se lui era ancora lì e la mia mente che sempre sperava….

Sono riuscita a fare in modo che i suoi amici più cari lo salutassero e che uno dei suoi studenti preferiti potesse venire a trovarlo. Per alcuni attimi la voce del suo ex alunno, una voce che ormai non sentiva da anni, è riuscito a strapparlo allo stato di incoscienza e mentre D. gli ricordava i tempi lontani di quando era professore felice in mezzo ai suoi ragazzi, papà annuiva.

Giunge la sera, io sempre accanto insieme a Gabry.

Si fanno le 20 e 40, è in genere l’ora in cui viene la Carla, la signora che ci aiuta a fare assistenza la notte. Papà lo sa che l’orario è questo e che io dopo vado a casa a riposare. Il suo respiro cambia, dico a Gabry di chiamare le infermiere, accorrono in due, una ragazza e una senior, intanto arriva la Carla. Le infermiere lo posizionano meglio per facilitare la respirazione ma avvisano che sono gli ultimi respiri. La Carla e Gabry piangono, la giovane infermiera con le lacrime agli occhi ci prega di non chiederle di praticare il massaggio cardiaco, sarebbe accanimento terapeutico. Io riesco a essere calma e lucida, non piango, non è il momento, io ora devo solo accompagnarlo, gli stringo forte la mano con la sinistra e appoggio la destra sul braccio accanto alla fistola, sento ancora scorrere il sangue, il mio sguardo è sempre su di lui ed ecco…. È un attimo, è accaduto, ora tutto è cessato.

Ci fanno accomodare fuori, devono fare il tanatogramma e poi devono trascorrere due ore prima che venga portato alla camera mortuaria. Io chiamo casa e i parenti più stretti “ papà se ne è andato”….” Papà è partito” …..ecco lei si è manifestata, ha creato un vuoto e io come tutti gli altri cerco di scacciarla anche con le parole…..no….”papà è MORTO”.

Possiamo rientrare in stanza per salutarlo. Lo bacio di nuovo e cerco di imprimermi nella memoria il suo odore….ma ora è tempo di andare e mentre mi avvio alla macchina con in mano i suoi oggetti di uso quotidiano mi pongo la domanda più cretina, o forse l’unica domanda intelligente che anche i cretini si pongono “ ed ora dove sei papà?”-

Alla morte di un genitore non arriverai mai preparato. Il dolore che si prova è identico, sia che tu abbia venti, trenta, quaranta o sessanta anni, diverse sono le risorse che metti in campo per elaboralo. Si perde una parte di sé, delle proprie radici, una persona che stava incondizionatamente dalla tua parte. La prima linea è scoperta, sei tu ora che devi essere in prima linea.

Il dopo

Il dopo… il dopo è come essere dentro una campana che suona e ti rintrona. Di quei giorni ricordo la stanchezza che provavo nel rimanere concentrata mentre decidevo l’organizzazione delle esequie con l’impresa di onoranze funebri e poi la luce abbagliante del sole. Papà se ne era andato a novembre durante una splendida estate di San Martino, quasi a volere rendere più dolce il saluto finale.

Papà venne preparato da F. e quando lo vidi pronto non potei fare a meno di piangere. F. aveva ridato dignità al volto e la corpo di mio padre, ma fece molto di più, rimase anche durante gli orari di apertura della camera ardente facendomi parlare e facendo parlare le persone che venivano a salutare papà e così, tra una chiacchiera e l’altra papà riviveva nei ricordi di chi lo aveva conosciuto. Papà professore di diritto che però amava parlare di musica con i suoi alunni, papà a cui piacevano i guns and roses, papà la cui canzone preferita era November Rain, papà che da buon romagnolo era fan della modella Stephany Seymour.

Mio padre amava i viaggi, il mondo lo incuriosiva e quando era particolarmente di buon umore mi chiedeva sempre “allora Monique, qual è il vostro prossimo viaggio? Mi raccomando divertitevi finché potete”. Se stava bene gli piaceva vedere e commentare le fotografie dei luoghi che avevamo visitato e poi mi parlava dei viaggi che lui e mamma avevano fatto. Papà amava la vita e la vita può davvero essere bella se siamo in grado di viverla bene e di non cadere in insensate paturnie.

Ora lui vive nei miei ricordi, ma sarebbe un errore vivere nella sua memoria, in quanto sarebbe fargli lo sgarbo più grave, sarebbe come non apprezzare la vita che a lui era tanto cara. Mio fratello ed io dobbiamo semplicemente vivere la nostra vita ricordandoci i suoi insegnamenti e del grande valore che lui dava alla famiglia.

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