La Regina e Margherita.

Se aprite il vocabolario alla voce ‘integerrima’ ci troverete, credo, la foto di mia nonna. O almeno questo è ciò che volle ostinatamente darci ad intendere lungo il secolo che le tocco’ di vivere. Perché a ben guardare, c’è sempre una crepa e, se pure è vero che da lì entra la luce, certo è che alcune fenditure rimangono a lungo invisibili, tanto sono piccole e ben dissimulate.

Regina, classe 1911, cinquanta chili di una lega speciale di ghisa e acciaio, non era un tipo incline ai compromessi. Le cose si facevano a modo suo, e basta. Perfino per ripiegare la ‘riversa’ del lenzuolo sul cuscino c’era una maniera giusta e una sbagliata. Quella giusta, indovinate, era la sua. Scampata ad un terremoto, sopravvissuta al tetano e a tutti i flagelli terzani e spagnoli che il nuovo secolo aveva portato con se’ , era rimasta presto orfana di mamma e fin dai sedici anni si era presa cura di una grande casa e di uno stuolo di servi ladruncoli — parole sue — che suo padre, indaffarato commerciante del ramo bestiame, faticava a licenziare. Si occupò con scrupolo e ruvido affetto anche dei sei fratelli, tutti più’ piccoli di lei, che sua madre le aveva raccomandato in articulo mortis. Fu all’altezza del compito, e i più piccini la chiamavano ormai ‘mamma’ quando le fu comunicato che presto avrebbe potuto allentare la presa: una matrigna di un paio d’anni appena più vecchia di lei stava per prendere il suo posto. Il bisnonno Enzo infatti — risposandosi — aveva creduto di trovare consolazione nel mettersi nel letto una contadina fresca rossa e ignorante come un fiasco di Montepulciano. Per rimanere in metafora, aveva fatto il conti senza l’oste , anzi l’ostessa. Ove mai avesse contato sul fatto che la baracca domestica l’avrebbe comunque mandata avanti sua figlia, con il piglio militare e il rigore contabile che l’avevano resa il terrore dei fornitori e delle lavannare, gli risulto’ presto chiaro che si era sbagliato e di parecchio.

Regina, giusto per darvi un’idea , era il tipo che spediva al fiume le donne e il bucato, con un pastorello dietro, a fare la spia. Poteva infatti succedere ogni tanto che certe tovaglie di fiandra che — ‘perdonate, signo’ — si supponeva fossero stati portate via dalla corrente, ricomparissero per magia, mesi dopo, nel corredo nuziale di qualche lavandaia. Poteva succedere. Ad altre, appunto, ma non a lei. Far marciare la casa come una caserma era pero’ un peso che era sì disposta ad accollarsi, ma solo a patto di non doverlo dividere con nessuno. E tantomeno con l’analfabeta Filomena, le cui doti si riconducevano, in sostanza, tutte all’ambito delle beatitudini bovine: dalla mansueta fissità degli occhi rotondi, alla masticazione rumorosa, fino a quei fianchi larghi da fattrice che — la sensale aveva assicurato — rappresentavano per Vincenzo la miglior garanzia contro l’eventualità di rimanere ancora una volta vedovo al primo sgravarsi, ché di parti andati male , in quella casa, ne risuonava ancora l’eco troppo amara.

Dunque il mio bisnonno pagò caro lo scotto di non aver dato il giusto credito a una legge antica delle favole: principesse e matrigne non vanno d’accordo, mai. Figurarsi una Regina di nome e di fatto, come mia nonna era. Ben presto si sposo’ per fare dispetto a suo padre, convolando a frettolose nozze con Vittorio, un impiegato comunale proveniente dalle remote lande di un’altra regione, un forestiero a tutti gli effetti, che fece il ratto della Marsicana e se la porto’ in riva all’Adriatico.

Come ogni volta che una donna prende una decisione sull’onda di una ripicca, nonna se ne penti’ presto e non lo ammise mai.

Si trovo’ immersa , lei montanara, nel clima piu’ aperto e permissivo che le tiepide brezze e il festoso viavai dei luoghi di mare sembrano favorire.Si abbronzo’ per la prima volta, le si alleggerirono gli abiti , si abbassarono le scollature e si alzarono i tacchi a rocchetto. E tutto ciò, lungi dal rappresentare la fioritura che le spettava come a una giovane sposa finalmente sollevata da responsabilità troppo gravose , fu invece l’anticamera del purgatorio . Perché Vittorio era geloso, geloso marcio, un Barbablu con gli occhi color dopobarba. Occhi che l’avevano conquistata ma che sapevano diventare gelidi. E che al minimo accenno di rivolta, di ‘grilli per la testa’ guidavano i suoi ceffoni con precisione chirurgica là dove fa male, dove rimaneva impressa una cinquina rubizza che bruciava all’orgoglio e scavava distanze.

In pratica, la serro’ dentro casa per tutto il tempo che duro’ il loro matrimonio. Il senso del dovere che pervadeva Regina non le permise altra scelta che reprimere ogni anelito di ribellione, nonostante rimpiangesse tutto della vecchia vita, in particolare la pur contenuta libertà che suo padre spesso assente per affari, le aveva concesso. Nonostante il daffare non le mancasse dunque ( aveva avuto tre figli in due anni) continuo’ a scrivere a casa , a interessarsi delle sorti dei fratelli che per lei erano come figli, e a cercare di influenzare positivamente , sebbene da lontano, l’andamento morale e materiale delle loro vite.

Quando Vincenzo morì all’improvviso, e affioro’ l’amara verità sullo stato dei suoi pochi averi e dei suoi molti debiti , risulto’ chiaro che andandosene con l’impiegatuccio che suo padre aveva snobbato con tanto disprezzo, Regina si era almeno assicurata un tetto sulla testa e un piatto a tavola.

Altrettanto non poteva dirsi ora dei suoi fratelli, dato che il Tribunale — su impulso dei creditori — aveva disposto la messa all’asta del palazzetto avito. Per usare una formula abusata, otto orfani - di cui un paio poco piu’ che in fasce - e una matrigna stavano per andare in mezzo ad una strada. 
Così Regina fece quello che ai tempi molti Italiani facevano, pur con scarse speranze di successo: spedi’ una supplica al cavalier Benito Mussolini. Una supplica ben strana a dire il vero, coerente con il suo temperamento sanguigno il cui senso nemmeno troppo recondito era ‘ non ti vergogni? Dici agli Italiani di fare una carrettata di figli , quelli ti danno retta e poi quando ci restano secchi, in guerra o per le malattie, cosa fanno gli orfani? Rimangono con le pezze al sedere o provvedi tu?’

Probabilmente fu uno sfogo impulsivo, di quelli che fai e non ci pensi piu’. Almeno fino al giorno in cui ti trovi un carabiniere in piedi sulla soglia di casa. Incurante dei due marmocchi curiosi che si nascondevano dietro alle sottane di quella bella mamma e di una pupattola che gli attaccava il moccio alle strisce rosse dei pantaloni, il giovane ufficiale le mise sotto il naso un foglio vistato dalla censura, recante decine di sottolineature , un foglio che lei riconobbe all’istante.

- L’avete scritta voi, questa lettera, signora?

Ora, bisogna un attimo fare mente locale. C’era una dittatura, le libertà civili erano soppresse, il parlamento esautorato. Gli oppositori venivano pestati e mio nonno, impiegato comunale , rifiutava con fermezza di tesserarsi al partito fascista: la cosa aveva fatto un qual certo scalpore. Vedersi un carabiniere in casa, che sventola una lettera di severe reprimende al Duce, non era quel che si dice un esordio promettente. Tanto piu’ che Vittorio di quella lettera, non era stato messo al corrente. Come molte della sua generazione, nonna adottava una collaudata strategia di autodifesa: prima di dire qualunque cosa a tuo marito, conta fino a dieci e poi rinuncia.

E anche in seguito se ne seppe ben poco perché le cronache familiari hanno un comportamento carsico: come rami di un corso d’acqua che ogni tanto si inabissa, percorrono lunghi tratti sotterranei, riemergono, si biforcano. Monconi , frammenti, trame che si accavallano e si separano di nuovo: tante storie che come spesso accade, sono una sola. E cosi’ come il delta di un fiume cambia aspetto a seconda delle stagioni e delle nebbie, l’alternanza di demenza senile e sprazzi di lucidità della nonna, negli ultimi anni, fornì del prosieguo di questa vicenda due versioni, un po’ diverse tra loro.

Secondo una lettura piu’ rispettosa del buon nome della famiglia, la cosa mori’ li’ , limitandosi le autorità ad una mera azione dimostrativa. Vittorio venne persuaso con fermezza della necessità di tenere a freno l’irruenta consorte ed evitare altre alzate d’ingegno. In pratica se la cavo’ con una notte in guardina. Il comandante della Tenenza in persona si spese presso il Commissario del Fascio per garantire la sostanziale innocuità dell’impiegato comunale, incensurato e senza amicizie sovversive conosciute. Scongiuro’ così che mio nonno fosse messo formalmente messo agli arresti o peggio, informalmente ‘interrogato’ negli scantinati.

Cio’ non argino’ tuttavia i contraccolpi sul lavoro. L’indulgente benevolenza finora espressa nei suoi confronti , dovette di colpo apparire ai suoi solerti superiori una debolezza decadente poco conforme allo spirito pugnace dell’Impero. Vittorio venne demansionato e destinato alle Ispezioni del Dazio. In pratica andava su e giù’ tutti i giorni, estate e inverno, dalle banchine del porto ai frigo macelli per controllare eventuali frodi alimentari. L’escursione termica divenne una compagna di vita. Si prese una filza di polmoniti una piu’ cattiva dell’altra e, ed essendo afflitto da cardiopatia congenita, di lì a pochi anni ne andò’ ancor giovane, lasciando mia nonna in preda a sentimenti ambivalenti : temeva che avrebbe pianto il suo stipendio piu’ a lungo di quanto avrebbe rimpianto lui. E così fu.

Stando ad alcune voci, tuttavia, quella fu solo la parte affiorante del relitto, ciò che si pote’ vedere dalla riva, uno scenario placido che rassicuro’ chiunque avesse interesse sul fatto che i tesori sul fondo sarebbero rimasti ben nascosti , coperti da un segreto che proteggeva il buon nome di una vedova senza mezzi, una madre sola, bisognosa della sua immacolata reputazione come di un lasciapassare. Un salvacondotto che le consenti’ di ottenere credito nei negozi e dilazioni nelle banche, e permise a lei e ai tre orfani di condurre con dignità una vita povera ma non disperata, a testa alta, circondati dal rispetto e dalla considerazione della loro piccola comunità.

Come erano nate, le voci si spensero e vennero sfumate alcune evidenze, come il fatto che l’esproprio del palazzetto del fu Vincenzo non ci fu mai e che l’intera controversia ereditaria cesso’ di colpo di essere un problema: i creditori misteriosamente ritirarono tutte le richieste avanzate, rinunciando ad ogni pretesa. I miei prozii , cioè i suoi fratelli e la matrigna vissero là a lungo , indisturbati , alcuni di loro fino alla morte. Tutti stranamente abbottonati sulla curiosa piega che aveva preso la faccenda .

Mia nonna, che si era sempre attenuta alla prima versione dell’episodio, superati i novanta, comincio’ a ripetere sempre gli stessi aneddoti arricchendoli ogni volta di nuovi particolari .Divenne di manica larga coi dettagli che spesso si rivelavano bizzarri e incongruenti. Se colta in fallo, la buttava, come si dice a Roma , in caciara. Inutile dirlo, proprio l’episodio della lettera al Duce era la sua piece de resistence e noi spesso la prendevamo in giro.

Una sera, mentre guardavamo alla tv un documentario sulla figura di Margherita Sarfatti, amante ebrea del Duce, si lascio’ sfuggire una frase. Rimbeccando lo speaker, che dipingeva la nobildonna come una raffinata intellettuale , elegante ed aristocratica, proruppe .

- Raffinata un corno: si mangiava le unghie!

Ricordo bene l’incalzante interrogatorio a cui la sottoposi. Come diavolo poteva essere mia nonna, a conoscenza di qualcosa di tanto intimo, sapere che la Sarfatti si mangiava le unghie
Lei si nascose dietro le solite comode paratie dei vecchi, quel fingersi svaniti solo quando conviene, ma io le stetti dietro finché non mi fu elargito un osso, la mezza verità su cui troppo spesso ci avventiamo, l’abile danza delle dita del mago che distrae il pubblico dal trucco che intanto avviene altrove, lontano dagli sguardi.

Così, a furia di pressarla, scoprii che in realtà il Carabiniere quel giorno andò si’ a casa sua con la famosa lettera, ma che ci andò con un compito e un messaggio ben preciso. Sua Eccellenza il Cavaliere, colpito dalla temperamento e dalla buona penna, esprimeva il desiderio di conoscere l’autrice della lettera. Comprendendo la sua situazione, le sue esigenze e necessità di moglie e di madre, si rimetteva alla sua discrezione, pregandola dunque di voler fissare un incontro a palazzo Venezia, a suo comodo, per discutere dell’incresciosa questione ereditaria a cui di certo avrebbero trovato una soluzione soddisfacente per tutti.

Forse fu quel ‘ soddisfacente per tutti’ a mandare mio nonno fuori di senno, completamente. Gli bastava davvero molto meno della visione di un donnaiolo impenitente che sfiora con le labbra la mano di sua moglie, per vedere rosso come i tori. Se poi quel Casanova , incidentalmente, era il anche un fascista, anzi IL fascista, apriti cielo. La notte in guardina ci fu, dunque, per motivazioni non politiche, ma di mero buon senso: se non gli toglievano la moglie dalle mani, stavolta la ammazzava davvero. Preferirono portarlo dentro a schiarirsi le idee, prima di vederlo rovinarsi la vita e non solo la sua.

In ogni caso le botte che Regina prese furono sufficienti a toglierle ogni velleità: Roma e il Duce, fu perentorio mio nonno, li avrebbe visti solo nei cinegiornali dell’istituto Luce. La questione era chiusa e non se ne doveva piu’ fare menzione. Nonna si sottomise, altra scelta non aveva , le donne di un tempo ubbidivano ai mariti, mica come oggi.

Stordita da quelle rivelazioni, che mi presentavano i nonni nell’inedita veste di gente che sa quando opporre un fermo ‘no’ ai capricci dei potenti, rimossi l’ovvio: tutto questo non spiegava affatto la questione delle unghie della Contessa. Il prestigiatore aveva fatto la sua magia, e io mi ero distratta. Poco tempo dopo, a cento anni precisi, mia nonna mori’ e non pensai piu’ a quella storia. Al suo funerale, eravamo in pochi, essendo Regina sopravvissuta a chiunque avesse amato: marito, figli, fratelli .

Solo Gioconda, la sorellastra di secondo letto le era rimasta, ma essendo nota a tutti la ruggine che separava, non ci stupimmo di non vederla ne’ in chiesa, ne’ al cimitero.

Un paio di anni dopo, in occasione di una reunion familiare, il pungolo torno’ a farsi sentire. Avevo raggiunto ormai l’età in cui si è avidi di passato, le storie che ci accompagnano lungo le generazioni sono preziose e si prende atto che chi potrebbe illuminarci sui volti e le voci, ci ha già lasciato. Sappiamo finalmente le domande, ma non c’è piu’ nessuno a rispondere, ne’ a rimproverarci la stoltezza giovane dei tempi andati quando avrebbero potuto e voluto regalarci i loro ricordi, e a noi non interessavano, preferendo di gran lunga vivere il presente e sognare il futuro, e nel farlo accumulare memorie nostre.

In quella circostanza cercai di indagare le ragioni dell’animosità radicata e pervicace che intercorreva da tempo immemorabile tra mia nonna e sua sorella di secondo letto. Ero curiosa di sapere cosa poteva avere generato un risentimento tanto acceso da tenere separate due vecchie longeve e solitarie, che avevano così poco da guadagnare nel detestarsi, e così tanto nel perdonarsi, potendo ormai reciprocamente contare solo su stesse per tener viva la memoria di ciò’ che era stato.

A fatica, facendomi strada tra le lacune di una mente affaticata dal tempo e irrigidita dal rancore, scoprii che quel che la sorellastra Gioconda rimproverava a mia nonna era di non essere accorsa, ottant’anni prima al capezzale del fratellino Enrico, ghermito dal morbo fatale della difterite. Il piccolo, agonizzava, era ormai dato per spacciato e già vi era stata l’unzione dal prete con il viatico. Poco conta che il piccolo, di ragguardevole tempra, alla fine si fece beffe dell’uno e dell’altro e non mori’ , anzi crebbe bello, sano e anche un po’ mascalzone. Fece in tempo a mettere nei pasticci una fantesca e a scappare in Venezuela promettendo mari e monti. E forse avrebbe anche mantenuto, se dopo un discreto avvio nel settore petroli, non fosse finito sotto un camion che trasportava polli. Questa lunga parentesi di vita tuttavia non fu considerata un’attenuante, le ferree leggi del sud non tollerano certe offese: dai moribondi si va, è un imperativo. E pazienza se poi non muoiono piu’ o lo fanno con deplorevole ritardo.

L’affronto, mi fu chiaro, fu attribuito da tutti all’uggia(vera)di mia nonna per la matrigna, insofferenza che doveva per forza risolversi in invidia per i due fratelli di secondo letto ( falso) .La cosa poteva avere un senso solo per chi non la conosceva bene. Mia nonna parlava sempre dei suoi fratellastri con tenerezza, e la vicenda a cui mi stavo vieppiu’ appassionando dimostrava che — nel frangente che li vide prematuramente orfani e senza mezzi — si era preoccupata delle loro sorti non meno che di quelle dei suoi fratelli germani.

C’era dunque qualcosa che non tornava . La donna che mi aveva cresciuto non sarebbe mai mancata al capezzale di un fratellino morente, nemmeno per obbedire a un marito dispotico. A meno che…

Con qualche difficoltà riuscii a risalire all’anno degli eventi: 1935 , meno di un anno dalla morte del bisnonno Vincenzo.

Frugai nei bauli che avevo conservato e scovai un telegramma dai toni mesti: poche righe contratte in cui mia nonna comunicava a suo marito che la situazione del fratello è stazionaria ma di ormai certo esito , che sono state organizzate veglie di preghiera e offerte alla Madonna e loro pregano ‘incessantemente’ per la sua anima innocente. E’ l’unico documento che testimonia un’assenza da casa di qualche giorno, per tutto il periodo prebellico.

C’era poco posto per le ipotesi : mia nonna aveva spedito un telegramma che si assumeva provenisse dalla casa paterna, immersa nell’incombente tragedia, soffocata da una cappa di lutto imminente, dove risuonavano solo i singhiozzi, il tinnire rispettoso delle stoviglie e il sussurro degli avemariagratiaplena.

Tutto tornava, tranne per un particolare: mia nonna in quella casa non c’era mai arrivata. Prova ne sia che l’ ossuta Gioconda l’aveva odiata tutta la vita (e oltre ) proprio per non essersi palesata in quel momento di dolore. L’assenza fu confermata da altre testimonianze. Dunque mia nonna aveva mentito e l’aveva fatto in grande stile, con tanto di fabbricazione di prove false. Cosa poteva averla indotta? La ragione mi suggeriva una cosa sola , ossia che lei da Mussolini c’era poi andata davvero, usando come scusa l’unico possibile argomento che si potesse opporre a un marito intrattabile, ossia l’imminente dipartita del piccolo Enrico. Una mattina del 1935 aveva preso il treno sapendo già che non sarebbe scesa alla sua fermata. Quando arrivo’ alla stazioncina del suo paese, forse rivolse una preghiera e una richiesta di perdono all‘indirizzo del convento benedettino che si stagliava sulle falde dei monti. Sapeva che c’era la fila di devoti, per deporre ai piedi dell’Immacolata un ex voto per l’anima di suo fratello, ma lei non sarebbe stata fra loro. Si segno’ , si diede un pizzico sul cuore e tiro’ dritto’ verso Roma .

La nonna e Mussolini dunque si conobbero e fu di certo in quell’occasione che lei strinse la mano alla contessa Sarfatti notandone l’approssimativa manicure. Quello che non mi è dato sapere è se ci fu un prezzo per il sollecito interessamento del governo a rimettere i debiti alla famiglia, sebbene mi piaccia pensare che il Duce l’abbia vista solo per ciò che era: una donna perbene che si arrischiava a sfidare il marito e le convenzioni per salvare la sua famiglia.

Chissà se fu un impulso o lo premedito’ . Di certo fu anche fortunata, perché la linea ferroviaria che la riportava alla dimora paterna era — ed è ancora — proprio la stessa che da mare va fino Roma .

E in quella stessa stazione, quasi sessanta anni dopo, si fermo’ per una breve sosta il treno su cui viaggiava sua figlia Wanda — la mocciosetta dagli occhi color dopobarba che si era attaccata ai calzoni del carabiniere.

Veniva da me, da sua figlia prossima al parto, per assistere alla nascita del suo primo nipote. Non sapeva ancora che non c’era più fretta alcuna: il travaglio era stato insolitamente breve, per una primipara, ma non essendoci all’epoca ancora i telefonini ed essendo lei già partita, non si sapeva come avvisarla. Ci penso’ la Zia Teresa, correndo in stazione e intercettando il treno appena in tempo per urlarglielo dietro:

  • Wanda! è nato ! E’ nato Giovanni!

Mia mamma, spenzolandosi dal finestrino, colse tutto l’essenziale tranne il nome, che si perse nello sferragliare dei vagoni.