Uno

kant
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Sep 4, 2018 · 2 min read

Nel vocabolario della nostalgia, il vento d’estate è una parola particolarmente ricorrente. Una sera di qualche anno fa, quando ancora scrivevo spesso, l’avevo preso per il richiamo di lei, che ancora non c’era mai stata. Dalle finestre del mare in cui non avevamo più dormito, anche se sembrava davvero un ricordo che sarebbe potuto succedere, in poi, ancora una spinta, l’energia dell’aria piena di ossigeno, qualcosa di nuovo in attesa, aspettare che arrivi, rimanendo nell’aria a spingerci contro, o cercarlo, o pensare di averlo perso, perché tornando ancora un po’ indietro, il vento d’estate è quello che muove un fuoco in montagna, al buio, da averci bisogno di un maglione, camminare in silenzio, nella mitologia infantile dei campeggi estivi. Dieci anni in cui sono stato troppo spesso seduto. Queste righe avrei potuto scriverle molte altre volte, come quando ero uscito in strada per prolungare la sensazione del vento, per continuare a sentire quella parola, che era anche una promessa, adesso esco in strada e mi lascio semplicemente attraversare, e poi succederà qualcosa, adesso succederanno i rami e il loro turbinare, adesso succederà il tempo e il suo ricordo.

Oggi è la giornata in cui ho sbagliato ascensore, e alcune altre porte, tra cui quella di un cinema, per ritrovarmi alla fine, per ore, di fronte a un film d’avventura che invece doveva essere francese. Mi piacerebbe tornare a tenere un diario, ma vorrei che non fosse da nessuna parte, ad esempio qui.

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mi serve un posto in cui prendere appunti, da quando i blog non vanno più di moda.

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