
PARTIRE ALLA CIRANI: storia di un neologismo.
Agli inizi degli anni Sessanta, quando gli unici fuoristrada circolanti sulle nostre strade erano rappresentati (tranne rare eccezioni) dalle Fiat Campagnola in dotazione alle forze armate, c’era già qualcuno in Italia che affrontava le piste e i deserti di tutto il mondo a bordo di una Land Rover. Il suo nome era Nino Cirani (1926–1998) e la prima avventura che lo vede protagonista nel 1962 è la traversata da Milano a Ceylon (138 giorni, 31.000 Km) su una Land Rover 88 battezzata “Aziza 1” (dall’arabo aziza=carina).
Alcuni anni dopo, nel 1964 è la volta dell’Africa con la traversata da Città del Capo fino al Cairo (otto mesi e mezzo, 53.000 Km) a bordo di una Land Rover 109 (“Aziza 2”). Rispetto al viaggio precedente, la traversata del continente africano si rivelò un’impresa molto faticosa e difficile da portare a termine a causa della totale assenza di piste in alcune aree attraversate.
Rientrato in Italia Cirani si mette subito al lavoro per una nuova spedizione e tra l’estate del ’68 e la primavera del ’69 porta a termine quella straordinaria avventura destinata a diventare la sua maggiore impresa:
la traversata dell’intero continente americano da nord a sud, a bordo di una nuova Land Rover 109 (la mitica “Aziza 3”) che si trasforma in un vero e proprio viaggio da record: in circa 11 mesi vengono percorsi 102.000 chilometri dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.
Nel corso di questo viaggio, che rappresentava comunque il più lungo raid automobilistico fino ad allora mai effettuato, venne stabilito anche il record per l’altezza massima raggiunta da un veicolo a motore, quando l’Aziza 3 conquista sulle ande boliviane la quota di 5.007 metri alle pendici della vetta del Cerro Rico. Dopo aver attraversato in totale 18 paesi (Stati Uniti, Canada, Messico, Guatemala, Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina, Cile, Paraguay, Brasile) e superato ben 64 controlli doganali, l’Aziza 3 viene imbarcata nel porto di Rio de Janeiro sulla motonave Augustus per rientrare in Italia.
“Nel 1975, avevo 17 anni e studiavo in collegio a Venezia, vidi su Quattroruote una pubblicità che reclamizzava la proiezione “Dall’Alaska alla Terra del Fuoco” al Salone della Nautica a Genova. Pensai che dovevo assolutamente vederla e partii, con un mio compagno di classe, in autostop — Venezia-Genova. Conobbi quella sera un Nino impegnatissimo a mettere a punto gli ultimi dettagli della proiezione. Alla fine della serata, che ebbe molto successo, uscimmo tutti a cena — spartanamente, in pizzeria, s’intende — ed egli mi dette un passaggio con l’Aziza 3 fino a Milano, dove arrivammo alle 3 del mattino. Avrei potuto incontrare un velista, un ciclista, un musicista, o un malintenzionato: incontrai invece Nino. Prendendolo come un esempio di vita da seguire, come uomo completo, Nino aveva plasmato sin da allora e per sempre l’area del mio tempo libero, della mia passione, dei miei hobbies. Ecco perché amo dire che Nino è stato il mio secondo padre. Non feci mai viaggi con lui, perché quando mi ero potuto permettere l’acquisto di un Land Rover usato, lui aveva smesso di viaggiare. A Genova, Nino mi aveva dato la prima prova della sua modestia e della sua calma interiore: l’uomo che percorreva la crosta terrestre come se nulla fosse, l’uomo dei 600 mila chilometri — il pioniere! — mi scrisse sul suo libro una dedica che recitava: “A Paolo Solari, con gratitudine per la lunga strada che ha fatto per venirmi a conoscere”. Da allora non ci siamo mai persi di vista.” (Paolo Solari Bozzi)
Abbiamo chiesto all’ ”erede” della sua esperienza (soprattutto come fotografo), Paolo Solari Bozzi, del neologismo coniato dopo la morte di Nino: Partire alla Cirani, cosa significa esattamente?
“Anzitutto, vuol dire che il raid deve essere preparato accuratamente, cominciando mesi e mesi prima. Questo vale per l’itinerario, la scelta del periodo, dei compagni di viaggio, della durata. E naturalmente per la macchina, che va revisionata a fondo e alla quale, invariabilmente, ogni volta che si parte, va aggiunta l’una o l’altra cosa — lo sanno bene i proprietari, ma soprattutto i fornitori e gli artigiani che ci aiutano a pervenire alla cosiddetta “macchina perfetta”. Personalmente ritengo che la preparazione di un raid automobilistico costituisca almeno il 60% del divertimento e della soddisfazione di questa autentica passione.

Corollario di questo concetto è la massima, fatta propria da Nino Cirani, che non occorre necessariamente “programmare tutto”, ma almeno “prevedere molto”. Di questa massima Cirani ci ha fornito, durante la sua vita, numerosissimi esempi pratici. Aveva sempre o quasi sempre la soluzione pronta, ti diceva “vedi, ho fatto montare questo tipo di vite autofilettante e non questo altro, perché così, se entra acqua…etc etc.”. Nino non era un programmatore senza inventiva, era invece un uomo con sufficiente apertura mentale da riuscire a prevedere molte cose che sarebbero potute accadere in un raid. Un piccolo esempio? L’aver previsto che lo strumento della pressione dell’olio, indispensabile spia del buon andamento del motore, potesse non essere VISTO dal guidatore nella luce abbacinante del deserto che entra nell’abitacolo — col rischio di rompere qualche parte delicata del motore stesso — ma certamente UDITO — il che gli fece progettare una semplice spia sonora che lo mettesse subito al corrente di un eventuale calo di pressione.

Cirani ci ha anche trasmesso il concetto di non partire col superfluo. Era nettamente contrario a tutto ciò che non fosse pratico, o peggio ancora, a quel che fosse poco pratico e anche antiestetico. A distanza di decenni dalla progettazione dell’Aziza 3, essa rimane un modello perfetto di efficienza, di ordine e di confort.Questo concetto del superfluo portava naturalmente Nino Cirani ad essere spesso un po’ maniaco. Non posso dimenticare il fatto che egli, nel Sahara, non portasse occhiali da sole! E guai a dirgli che sarebbero forse stati utili! “Cosa te ne fai degli occhiali da sole, hai mai visto un touareg con gli occhiali da sole?” ti rispondeva fissandoti, sicché per un momento pensavi che, forse, in fondo, poteva aver ragione… salvo poi, al primo raggio di sole, inforcarteli subito…

Nino sapeva di essere originale. Sapeva di essere un po’ un maniaco, ma la sua vita non gli ha mai dato torto. Quante cose ha fatto e raggiunto nella sua carriera di fotografo, applicando sempre lo stesso schema mentale rigido ed intransigente, soprattutto con se stesso. Nino non era però un arrogante. Era dotato di modestia, quel genere di modestia di quelli che hanno qualcosa da trasmettere e lo fanno con la lentezza di chi lascia agli altri il tempo di capire, quasi per un processo di osmosi; stargli semplicemente vicino era sufficiente per sentirsi arricchiti in esperienza e cuore. Nino Cirani sapeva di essere “ superiore” in molte cose, nel modo di preparare i viaggi, nella guida su sabbia, nell’ equipaggiamento e nella fotografia — e desiderava che questo know how non andasse perduto con lui.
Alla partenza di ogni raid la sua auto era un esempio di perfetta logica. Una logica paziente e ponderata: Nino sapeva che le cose non si preparano bene se si va di fretta.
Passava molte ore e molti mesi nelle officine dei suoi artigiani e si metteva anch’egli al tornio, che maneggiava con perizia, per riuscire a forgiare il pezzo che aveva in mente. Era una filosofia di vita la sua, quella di non prendere decisioni avventate, ma di riflettere. In ciò evitando le cose superflue e quelle ridicole.
Un altro credo radicato in Cirani era quello di dover riportare indietro la macchina sana. Nino non avrebbe mai fatto alcunché di spericolato col rischio di rompere irrimediabilmente una parte vitale del suo Land Rover. Era avventuroso, questo sì, percorreva talvolta piste che esistevano solo su una qualche carta militare della Seconda Guerra mondiale (e i compagni di Nino delle sue prime 3 Azize: Pons, Parigi e Pascotto potrebbero dirci qualcosa in merito), ma erano il più delle volte rischi calcolati. Fedele alla regola secondo la quale un “generale non deve mai portare il proprio carro armato su un campo minato”, Cirani evitava di correre rischi inutili.

Non si corre su e giù per le dune del deserto se non si è assolutamente certi di riuscire ogni volta a risalire dall’altra parte. Non si sfriziona quando non ce n’è bisogno, lasciando la frizione a terra e sperando in aiuti.
Insomma per PARTIRE ALLA CIRANI ci va testa e cuore.” (Paolo Solari Bozzi)



