#spuntininotturni, non è un paese per bimbi
E del perché vietare i luoghi pubblici ai bambini fa male a tutti

Quasi quasi rimpiango gli anni ’90. Quelli in cui il tormentone estivo erano le hit del Festivalbar — innocue, fastidiose magari, ma dopo tutto innocenti — e non l’ennesima polemica di stagione.
Tant’è, se l’anno scorso ci si stracciava le vesti per mettere le telecamere negli asili (e ne parlavo proprio qui) — così importante, peraltro, che ce ne siamo dimenticati appena hanno riaperto le scuole — quest’anno, e probabilmente fino al prossimo solstizio, ci si accapiglia a proposito di locali, ristoranti, alberghi e stabilimenti balneari “no kids”: pubblici esercizi che vietano l’ingresso ai bambini (e di conseguenza alle loro famiglie), a presunta difesa della tranquillità dei loro clienti — magari, violando pure la legge.
Se questa fosse solo l’ennesima chiacchiera oziosa da ombrellone o da social, non mi accalorerei più di tanto. Ma credo che nasconda un problema che ci riguarda tutti, e non solo il sottoinsieme di chi ha figli e allo stesso tempo ambisce ad avere una vita sociale che non contempli la clausura.
Vorrei trovare una locuzione migliore e meno diretta, ma non so come altro dirlo: la maggior parte degli argomenti a favore dei luoghi children-free semplicemente, a mio parere, non ha senso.
Ho provato ad isolarne alcuni.
1. “I bambini fanno casino/disturbano/sono rumorosi/piangono”
A meno che non si possieda una bambola reborn (googlatela, è una delle cose più inquietanti mai concepite dalla specie umana), oltre a respirare, mangiare, defecare e assolvere alle basilari funzioni vitali, i bambini: parlano, ridono, si entusiasmano, cadono, giocano, si lagnano.
Gli adulti no, invece. Essi sono impassibili, composti, silenziosi. Non arrecano mai disturbo al prossimo. Non sbraitano mai contro il cane, (il figlio), la compagna. Non giocano a racchettoni o pallavolo o qualche altra disciplina con velleità olimpiche su una spiaggia di 8 metri quadri, con la densità abitativa della periferia di Tokyo. Non parlano mai al cellulare ad un volume tale per cui tu sei edotto sulle performance dell’azienda, sul capo stronzo, sul fidanzato più stronzo del capo, o sull’intervento di protesi all’anca della zia Rosina. Non ti insultano mai dandoti della sfigata perché hai chiesto di fare silenzio nella carrozza SILENZIO del Frecciarossa (true story).

2. “Ma non sono i bambini, per carità! Io i bambini li adoro. No no, è colpa dei genitori che non li educano”
[Non sono razzista eh, è che insomma, aiutiamoli a casa loro]
È vero, esistono dei pessimi genitori. Esistono genitori menefreghisti. Esistono genitori meravigliosi. Esistono quelli che li parcheggiano davanti al tablet tutto il tempo. Esistono quelli che si inventano un’attività montessoriana ad hoc per ogni situazione. Per la maggior parte, tuttavia, esistono genitori più o meno normali che cercano di sopravvivere facendo il meglio che possono. Che qualche volta sono stanchi e cedono a un capriccio. Oppure che riescono a gestire momenti di crisi con disinvoltura e sangue freddo.
Vi sorprenderà apprendere che spesso questi genitori sono le stesse persone, e vi posso assicurare che non ci sono metodi educativi infallibili che trasformino i figli in quello che la società, di volta in volta, si aspetta dai bambini (che mediamente corrisponde alle funzioni vitali delle bambole di cui sopra).
È come quando traducevi il greco, che c’erano le regole ma poi non funzionavano e tu dovevi dedurre “dal contesto”; io sono sempre stata una grecista mediocre, e difatti quando mia figlia mi stravolge le regole del gioco sotto il naso vado in affanno. Ma gradirei non venire giudicata sulla base di criteri totalmente estranei alla realtà.
2.1 Variazione sul tema: “Quei genitori che lasciano piangere i bambini, ma non possono fare qualcosa per farli smettere?”
Spesso leggo/sento/vedo persone che giudicano più o meno esplicitamente un genitore (di solito, una mamma) perché ha un bambino piccolo che piange. Vi svelo un segreto: i neonati piangono. Per trilioni di motivi, e no, non sempre si capisce perché. E a volte non è neanche così necessario, perché il pianto è l’unico modo per esprimersi che hanno — le puzzette non contano — e quindi: fatevene una ragione. Di certo nessun genitore è contento di farsi trapanare le orecchie dal pianto di un neonato, o di un bambino più grande, quindi fidatevi: se “non lo fa smettere di piangere”, a meno che abbia dei super poteri e abbia deciso di non usarli in uno slancio masochista, è perché semplicemente non può farlo.

3. “Ma non è un problema di discriminazione! È semplicemente un problema di posizionamento nei confronti di un target diverso di clienti”
[La visione imbruttita della faccenda]
E allora? Te lo devo fare io il piano di marketing?
Esistono posti dove non ha senso portare dei bambini, è lapalissiano. E credo che nessun individuo sano di mente porterebbe un infante in un nightclub o in un certo tipo di ristorante. Se sei un locale di questo tipo e hai bisogno di esplicitare la tua policy “no kids”, mi spiace ma stai facendo male il tuo lavoro (o per lo meno lo stai comunicando male). Se non sei quel tipo di locale, sei solo discriminatorio.
4. “Avere dei figli è una vostra scelta, non potete imporla agli altri!”
Really? Devo veramente commentare una frase del genere?

Che poi. Manco vivessimo in un paese dove i servizi e l’atteggiamento “children friendly” sono la norma.
Il problema vero è un altro.
Il problema è che rischiamo di toglierci dalla vista tutto quello che non vogliamo vedere o sentire.
Oggi i bambini, o le madri che allattano, domani chi ha la pelle di un colore diverso (vedi il caso del ristoratore romagnolo), dopodomani chi ha una disabilità (cosa già capitata, peraltro, in un caso sollevato lo scorso anno da Iacopo Melio), o magari un aspetto fisico fuori da determinati standard. È un atteggiamento pericoloso, che apre a qualcosa che non mi piace per niente. E che non fa bene a nessuno di noi.
