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Odio questo posto

Originally published at nadeeshauyangoda.wordpress.com on July 29, 2017.

L’umidità era insopportabile, anche alle otto del mattino, la freschezza della doccia appena fatta era svanita poco dopo essere uscita di casa. Le fila disordinate di bancarelle correvano claustrofobiche lungo i margini della strada, circondate da un traffico il cui rumore si faceva sentire attraverso i clacson chiassosi. Odio questo posto, pensava mentre navigava tra la fiumana di gente che aveva già invaso il mercato: l’odore di pesce era nauseabondo, le persone, nella fretta di concludere la vendita, si strattonavano, calpestavano piedi, si parlavano sopra l’un l’altro, i venditori urlavano a squarciagola la stessa cantilena ogni due minuti, la ripetevano mentre stavano pesando la merce, mentre la mettevano nei sacchetti di plastica inquinante, mentre intascavano i soldi e mentre allungano il resto; chiunque contrattava il prezzo, la regola taciuta è che il prezzo esposto non è il prezzo di vendita e si compra solo se viene scontato, anche di un solo rupia. Odio questo posto. Le vecchie arcigne in sari dai colori spenti spingevano per passare davanti: i vecchi vogliono sempre superare la fila, che sia quella delle poste, per salire sul pullman, per essere serviti prima — sempre a passare davanti a qualcuno più giovane, con nonchalance, senza scuse e senza richieste, quasi fosse loro dovuto, perché sono anziani e dobbiamo essere accondiscendenti, perché sono anziani e sembra che abbiano paura di morire nell’attesa del loro turno. Odio questo posto.

Ashitha non ne poteva proprio più, ci aveva provato, nessuno avrebbe potuto rinfacciarle la mancanza di impegno. Non che a qualcuno importasse dove andasse a fare la spesa, l’unica persona a cui voleva dimostrare qualcosa era se stessa, voleva provare di essere ancora in grado di vivere da srilankese in Sri Lanka, senza bisogno di sforzarsi, come se gli ultimi trent’anni passati all’estero non avessero liposuzionato il suo stile di vita.

Non aveva preso la macchina quel giorno, sapendo che sarebbe stato impossibile trovare parcheggio in zona mercato, ora era costretta a prendere un tree-veel se voleva fare la spesa in santa pace in un pulito e ordinato supermercato, spogliata dalla sensazione di essere fregata se non si fosse messa a contrattare al ribasso il prezzo di ogni merce. Osservando la fila di treruote parcheggiata all’ombra del Bo gaha, ponderò velocemente a quale rivolgersi. Erano tutti uomini, scalzi, pigramente stravaccati sul sedile, alcuni intenti ad occhieggiare le ragazze e a tirare commenti in direzione di quelle con un vestito più corto del consueto. Era inutile soffermarsi a scegliere un autista in particolare: chiunque l’avesse squadrata da capo a piedi l’avrebbe vista per quello che sembrava, con quella combinazione di elementi che si portava addosso — gli occhiali scuri, i capelli corti, la pelle della giusta gradazione, i pantaloni colorati. In fondo, non si poteva sfuggire al proprio aspetto, ma se era vero che Ashitha sembrava una turista, di certo quel paese era l’unico nel quale non era mai stata straniera. Poi, nei tre lunghi decenni che aveva passato in Europa, le cose erano cambiate — o più probabilmente le cose erano rimaste sempre le stesse, era lei ad essere cambiata.

«Keells Super», disse salendo sul sedile posteriore, ancora avvolto nella plastica dell’imballaggio.
 Odio questo posto, fu la sua ultima certezza prima che l’assordante rumore del motore del tuk-tuk invadesse i suoi pensieri.