In piccolo gruppo

Un nuovo inizio, un passaggio importante: dagli interventi uno a uno, da sola con la terapista di turno, ora la Bruna passa al lavoro in piccolo gruppo.

All’inizio di questo percorso non mi era chiaro perché tutti i genitori più navigati di me mi dicessero di provare a essere presente in stanza durante ogni ora di terapia. Mi dicevo che in fondo gli esperti erano i terapisti, che avrebbero saputo cosa fare con mia figlia e io non avrei avuto motivo di partecipare.

Tre anni dopo so che essere partecipi, almeno ogni tanto, è un mattone fondamentale nel cammino di crescita e apprendimento di tutta la famiglia. Non è questione di controllo e sorveglianza. Io e David ci siamo adeguati di buon grado a non essere in stanza perché dopo ogni ora di logopedia e neuropsicomotricità ci viene descritto cosa è stato fatto, le relazioni scritte arrivano di frequente e le terapiste partecipano a tutte le riunioni di gruppo: c’è collaborazione e scambio e se così non fosse sarei meno contenta di passare le ore in un corridoio in attesa di mia figlia, settimana dopo settimana.

Ma è abbastanza? Cosa conta davvero, alla fine? Quel che fa la differenza è che la Bruna prenda quelle competenze che assorbe in compagnia di un adulto e le trasporti, generalizzando l’apprendimento, nelle sue altre ore, quelle di vita di tutti i giorni.

Dal mio punto di vista è anche per questo motivo che più i genitori sanno cosa succede in terapia, più sono in grado di essere utili al proprio figlio, anche se purtroppo questa è la linea di confine oltre la quale si rischia di sentirsi dire di fare i genitori e non i terapisti.

Apprendere e generalizzare, per una bambina autistica come la Bruna, non è un passaggio semplice, anzi. La relazione con l’adulto va bene perché l’adulto è paziente, l’adulto aspetta e ascolta. Ma un bambino è un bambino: lasciando perdere le prese in giro o le cattiverie assortite, un bambino è per natura impaziente, non ha tempo né spazio per aspettare mia figlia che ha bisogno di organizzarsi e fare forza su se stessa ogni volta che vuole tentare un approccio, fosse anche solo per chiedere “come ti chiami?”

Abbiamo aspettato e aspettato e forse i tempi sono stati anche troppo diluiti ma alla fine ci siamo: a fianco delle sessioni in solitaria adesso arriveranno quelle in piccolo gruppo, le radici per crescere e scoprire cosa significhi davvero la parola relazione.

Perché il punto è questo e mi riesce difficile spiegarlo: non voglio cambiare mia figlia. Non voglio normalizzarla. Non voglio tirare fuori il bambino neurotipico che c’è in lei perché quel bambino neurotipico non esiste: è sogno, illusione, fantasia. Però voglio darle i mezzi per arrivare a testare con cuore e cervello che cosa significhi entrare in una relazione con un suo coetaneo per poi decidere con elementi alla mano quale sia la vita che desidera. C’è dignità anche nella solitudine (relativa), ma solo se conosci il sapore di quel che ti è stato offerto su un altro piatto. Perché sei stato in grado di scegliere e la differenza è tutta qui.

Per fare questo c’è bisogno di allenarsi: se la Bionda esce di casa e le basta guardarsi intorno e respirare per fare suo il mondo, per la Bruna questo non è un automatismo o è un automatismo molto inceppato. Bisogna che qualcuno le si sieda accanto e le spieghi come fare e c’è bisogno che lì accanto ci sia anche qualcuno come lei: un altro bambino.

Tra un paio di settimane o poco più cambierà tutto: la neuropsicomotricità diventerà anche di gruppo, il nuoto sarà in gruppo (con la vicinanza della sua insegnante di riferimento), la logopedia probabilmente uscirà dalla stanza e si trasferirà direttamente a scuola, buona occasione anche per le maestre per vedere, apprendere, riproporre.

L’inclusione non è fatta di gesti clamorosi ma è anche questo: uscire da una stanza ed entrare nel mondo.


Originally published at labiondaelabruna.com on March 12, 2016.