Singapore Future Food Forward

La food innovation in una città ipercensurata

“Finta, una città senza storia, appena nata, senza cuore” sono alcuni dei modi con cui gli europei appellano Singapore. E’ comprensibile perché è una città che non segue il classico repertorio delle fondamenta antiche delle strade, delle piazze, dei viali, dei palazzi e delle facciate di pietra millenaria, degli arzigogoli dei fasti della storia, degli archetipi, degli schemi tipologici occidentali. 
Insomma Singapore non risponde alla metrica del poema classico a cui gli abitanti del vecchio mondo sono abituati e che ritengono essere l’unico canone plausibile a cui il mondo deve sottostare.

Le città contemporanee seguono formulazioni non esistenti nel secolo scorso. Singapore, come molte città del sud-est asiatico, ha cominciato a definirsi nel momento in cui l’occidente ha smesso di immaginarsi come identità urbana e ha iniziato a discendere nella classifica dello sviluppo in maniera inversamente proporzionale rispetto all’oriente. 
L’Asia ha la forza di concettualizzarsi come cultura urbanistica ad una velocità inaccettabile per un occidentale. Il concetto di “civitas” delle “new cities” subisce una spinta fuori dai concetti arcaici della vecchia Europa che, eccezion fatta per pochi esempi, non raggiunge quella visione di futuro. Noi che camminiamo su 2000 anni di storia, vediamo le nuove città prive di anima. Dovremmo forse comparare questo momento storico a quello in cui si stava costruendo la grande Pompei. Cosa avranno pensato gli abitanti di Akrotiri coi loro 2000 anni di storia? Avranno sicuramente pensato che Pompei non avesse un’anima e fosse una città finta. Noi antichi europei diamo un’importanza fondamentale alla metafisica dei luoghi e non ce ne accorgiamo.
Noi discendenti inconsapevoli, schiavi di Roma, abitanti della cultura antica ci proteggiamo con il senso della storia, la abitiamo e la viviamo al punto che la rendiamo unico elemento rilevante. Ma il mondo non può più adagiarsi sull’astrattismo sentimentale. 
Singapore ha un senso al di là della sua storia o della presunta assenza di storia.

Eppure Singapore una storia ce l’ha e non è per niente sterile, anzi. Solo che vive le sorti di una città provvisoria, mutevole, piccola in un mondo grande, che cambia e si ricostruisce su se stessa, agile e veloce che si allarga raschiando la terra al mare, ripiantando prati e alberi, spostando di volta in volta il suo porto, abbattendo e ricostruendo palazzi, alternando zone basse allo skyline e non seguendo una regola geometrica della scenografia. Singapore rappresenta un atto di ecologia urbanistica contemporanea frutto di un’idea di un solo uomo: Lee Kuan Yew, l’uomo che ha creato tutto e che nasconde il lato oscuro della forza. Questa è una Disneyland con la pena di morte, è una città “virtuale” a libertà vigilata.

Lee Kuan Yew

A differenza di altri luoghi della Terra, a Singapore sai di essere controllato, sai di non essere esattamente libero (qualunque definizione questa parola possa avere) ma sai anche di poter lasciare la porta di casa aperta, di non controllare i tuoi averi alla stazione, di non avere l’ansia in un vicolo buio (ammesso che ve ne siano). Vivere a Singapore significa stilare un accordo capestro. In questo stato esiste il “caning” e cioè la fustigazione pubblica: ti picchiano con un bastone sulle chiappe in pubblica piazza. Pare faccia molto male. Se possiedi droga, e per droga intendo anche la comunissima cannabis (480gr), finisci sulla forca, impiccato
La legge entra anche nel tuo letto; il sesso orale e’ stato decriminalizzato nel 2007, ma solo tra eterosessuali sopra i 16 anni di eta’. L’omosessualita’ invece resiste come reato e fai bene a non mostrare il tuo “polso rotto” se non vuoi beccarti un paio d’anni in gattabuia. Attualmente, data l’importanza dell’argomento, pare sia in considerazione la legalizzazione dei rapporti tra maschi. Le donne non sono neanche considerate dalla legge.
Le contraddizioni di Singapore si notano anche nell’esaminare i grandi temi della coesistenza razziale che l’occidente affronta con impaccio e violenza. Singapore li aveva già fronteggiati venti anni fa con un metodo decisamente meno imbarazzante e culturalmente rilevante: diventando oggi la città che basa la sua essenza proprio su questo incontro di etnie differenti.

Le città di nuovo conio che ho visitato si fondano su un sistema politico programmatico meta-democratico. I vecchi ingredienti valoriali sono sostituiti da telecamere: per strada, nelle shopping mall, nei chioschi dei mercati, nei ristoranti. E’ il “Grande Fratello” per davvero dove ogni movimento, ogni transazione, ogni azione viene monitorata, registrata, archiviata. Non esiste concetto di privacy, a Singapore sei su un territorio che, molto celatamente, appartiene a tre grandi famiglie della finanza internazionale cinese. Ogni abitante è loro dipendente senza sindacato.

Al contrario di realtà come Shanghai, in cui la città fagocita i suoi abitanti, si nutre di umani, di forza lavoro, di braccia, di sangue, Singapore ti lascia libero, a patto che le doni il tuo tempo, a patto che i tuoi occhi apprezzino la sua bellezza, a patto che “non avrai altra città all’infuori di lei”. Ti sarà riconoscente a patto che la ami e le sia fedele e la rispetti in tutte le sue forme. La nuova città crea una cittadinanza produttiva, efficiente, priva di ogni forma di crimine, accondiscendente, serena e senza preoccupazioni.
La sensazione che ho a Singapore è che questo cantiere sia in funzione più per dire al mondo chi è, che per rendere i suoi cittadini DAVVERO felici di essere lì. Come quando ci vestiamo bene più per ricevere complimenti alla festa che per sentirci a nostro agio e belli per noi stessi. A sentire gli Expat che vivono qui, io sono caduto in quella trappola del complimento facile.

Resta il fatto che Singapore, un’enclave di 5milioni di abitanti col 75% di cinesi, 15% malesi, 9% indiani 1% expat di tutto il mondo, s’impone come un’alternativa altamente efficiente in un panorama di pessimismo quasi universale circa un futuro realizzabile. Senza dubbio è un mondo classista, ambizioso, determinato e possibile.

In una realtà priva di stimoli e di esperienze culturali, dato che cinema e teatro sono ipercensurati - poche arti visive ma di bassa qualità, qualche balletto e qualche concerto, spesso di artisti locali - l’unica attività accomunante e largamente diffusa, oltre allo sport e le religioni, è il dining. 
Si va a cena fuori, anche per la mancanza di cucina in casa o di capacità di cucinare. 
Si può mangiare ovunque a qualsiasi ora e a qualsiasi prezzo. 
Ci sono ristoranti di ogni tipologia dal fine dining al fast food e c’è persino quello dove a servirti è una robottina che parla solo cinese. I prezzi variano moltissimo e si mangia con 4 dollari alle food court o con 40 ai ristoranti medi (per 1 portata) o 400, 4000, 40.000. Non esiste il tetto massimo per nessuna merce. Si stappano bottiglie sulle terrazze ai piani alti dei grattacieli, si sfreccia con le supercar per le strade di sera. In un città avveniristica come questa, il mestiere più futurista resta il contadino. Il 90% del cibo è importato e solo il 10% proviene da Singapore e interland.

Grazie alle iniziative dei giovani singaporiani, proliferano le urban farm, le coltivazioni idroponiche sui tetti dei grattacieli e molti sono i progetti di palazzi che producono verde da mangiare. Le start-up nell’ambito food, incoraggiate anche dal governo centrale, sono tantissime e non producono solo cibo ma anche educazione perché le urban farm diventano terreno fertile per l’apprendimento infantile (e adulto). Gli anziani in pensione vengono impiegati per qualche ora al giorno per controllare le piante e spiegare agli ospiti cosa è il cibo, da dove proviene, come si consuma.

Così, l’alta tecnologia ingegneristica si mescola a quella agricola e fioriscono palazzi che producono cibo roteando su se stessi come girasoli. E’ l’esempio di Sky Greens towers che producono verdure e insalate per FairPrice, il più grosso grocery retailer della città. L’incremento della produzione di cibo all’interno della città abbasserà ulteriormente le immissioni di gas dovute al trasporto da altre nazioni, oltre a ridurre l’esportazione di capitali verso i Paesi confinanti. Si alza così la curva della qualità per l’utilizzo di prodotto fresco e disponibile a poche ore dall’ordine e consegnato a piedi o in bicicletta come fa ComCrop del circuito SCAPE che produce basilico, menta e foglie di wasabi a tutti i ristoranti della città. La Urban Agriculture è forse l’attività di umanizzazione più grande della città e in luoghi come Upper Serangoon Road, questa è diventata una scuola promossa dalla National Parks Board e dal Singapore’s Temasek Polytechnic Technical College per inserire l’AG Tech nei nuovi corsi di laurea. 
In questo settore Singapore si conferma città tropicale per eccellenza e grazie alla sua politica di riforestazione, dopo la pesante urbanizzazione, vuole passare dall’ottavo al primo posto delle città più verdi al mondo sfidando così i progetti di Dubai.

Ho parlato con delle persone che vorrebbero, anche a costo di rinunciare ad un pezzo di sicurezza economica, una Singapore più rilassata, meno affannata, con più attività culturali, con più possibilità di esprimesi con naturalezza, più umanità…
“Allora venite in Europa” gli ho detto, “potremmo partire da casa mia, in Puglia”

Lesson n°1 — frisella al pomodoro seduti sotto l’ulivo alle 13 di una giornata di giugno.

Nick Difino

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