Gli occhi di lei si alzarono e fissarono un imprecisato momento.
E questa volta, all’abbassarsi delle palpebre, lei poté sentire l’esatto rumore che produce il cuore quando si ferma. Percepì esattamente ogni cellula del suo corpo moltiplicarsi e morire, e sentì il brivido che le vene provano al fluire del sangue.
Sentì le ghiandole sotto la lingua chiudersi e sentì scendere per la gola il ruvido sapore del nulla. Per un istante, provò a respirare e sentì i polmoni contrarsi come carta crespa e le pupille scricchiolare nella messa a fuoco dell’infinito.
E solo sei lettere sillabarono, in uno scoordinato moto, il suo fiato e il suo palato secco: “Perché?”.
La veranda assolata, mattonella per mattonella. Le ombre nette e le sedie di plastica e le mani di lei sulle sue gambe colorate di lui.
La stanza calda e afosa e il rumore del ventilatore. Pala per pala che fendeva l’aria pesante e la sua tosse acerba e secca.
La fermata del pullman e il suo abbraccio al ritorno. Le valigie e l’amore di fretta. Il bacio e il piacere del ritrovo. I peli e la polvere.
“Mi sono accorto” — continuò lui — “che non era un amore di pancia, ma di testa”
E lei si chiese chi fosse questo bambino che parlava.
Si chiese dove fosse l’uomo che le diceva ti amo la mattina. Quale buco nero avesse rapito la persona che l’aveva affiancata e accompagnata. Dove fosse chi l’aveva sostenuta quando aveva dolore, dove fosse chi le preparava la colazione e le porgeva il maglione, chi le dava coraggio ed era suo alleato.
Dove fosse finito quell’uomo che la notte la teneva abbracciata fino all’alba, che faceva l’amore con lei senza risparmiare fede e vita. Quell’uomo che le tagliava i capelli e la spingeva a percorrere la strada con il prossimo passo. Quella rete di salvezza eterna con cui divideva il respiro e il freddo.
Quelle pantofole accanto al letto disposte per farla scendere, la lavanda nelle lenzuola e il calore nelle mani. Il battito potente e fiero di chi non aveva paura. Dove fosse quel coraggio spavaldo e quella incontrollata forza.
Guardava in cerca di un segnale e scovava solo vuoto.
E ripercorreva il passato pezzo a pezzo. Buco a buco.
Ogni parola, ogni promessa mancata, ogni momento diviso nella fiducia che quest’attimo non si ripetesse. Contava i petali dei fiori che dichiarava non suoi, contava i giorni che chiedeva per il silenzio speso.
Contava le note. Contava le pause.
I denti stretti alla vita di un cervo morto. Un lupo che azzannava un cinghiale ferito. Si sentiva come un treno in corsa a cui tolgono il binario e respirò la sua paura.
Respirò la sua scelta facile e veloce e la sua malata e delirante convinzione che quel sacrificio fosse la cosa giusta.
Si accorse dell’esatta volontà di mentire a se stesso e della estenuante capacità di convincersi del giusto.
Gli riconobbe l’intenzione di scappare ancora. Di nascondersi dentro di sè. Di ritirare ancora una volta le monete dal tavolo e chiudere la partita prima di perdere. Gli odorò l’ansia della responsabilità e del diniego di guardarsi allo specchio.
E si sentì fragile e investita dalla rabbia e dai pugni all’anima.
Si sentì stupida per avergli creduto. Per ogni lettera di quell’alfabeto finto. Per ogni notte passata al suo fianco credendo che non fosse un estraneo che ti ricambia con il silenzio.
Rimase attonita alla sua smaniosa voglia di nulla e lontananza ricordando la giornata appena trascorsa, la vita appena andata e sentendo di averla vissuta da sola in un universo parallelo e distante. Persa nelle menzogne e nella anemica voglia di lui. E si sentì investita.
Dentro e fuori l’acqua non pulì il dolore e la melma imprigionò il rimorso della rapina subita. Imbrigliò la rabbia nelle mani e spalò il cuore. Riapri le guance all’aria e sospirò. E gli concesse ancora e ancora domande senza ricevere alcuna risposta. Prese porte sulle nocche doloranti. Versò lacrime inutili e ricevette durezza infinita. E sbatté il suo naso fiero contro le sue convinzioni. Contro la sua prigione. Contro ciò che di lui avrebbe ricordato. Contro ciò che di lui aveva avuto.
Era un mondo invertito di colori al contrario. Di rossi che diventano verdi.
E lo estirpò dal cuore. Con la stessa forza con cui si schiaccia un brufolo che ti accompagna tanto da affezionartici.
Lui piangerà. Tardi. Nonostante sia convinto del suo dolore e dei suoi mezzi per evitarlo. Prima o poi arriveranno le lacrime.
Nessuno è stupido in eterno se vive abbastanza da avere la possibilità di potersi specchiare una sola volta. E lei fu il suo specchio.
Ma lei non amerà più. Lascerà a lui il piacere dell’inutile. Della rincorsa del futile. Della scoperta del semplice. Delle scopate nel fumo. Delle paure negate e dei denti serrati. Degli incubi sudati. Degli amici dissennati e del calore umano superficiale. Dell’illusione della giovinezza e dell’effimero piacere della libertà senza prezzo. Della mancanza di costruzione e della mancanza di sostanza.
Email me when Nicola Cozzolino publishes or recommends stories