Un altro commento alla tesi di Marianna Madìa

Copio qui il commento che ho scritto ieri all’articolo di Davide De Luca sul Post, “Tre domande sul caso Madia”.

Ho analizzato anch’io la tesi di dottorato della Madia con un software antiplagio, Docoloc. La tesi di dottorato della Madia è “plagiata” al 28%. Poi ho analizzato la mia tesi e con mia sorpresa ho scoperto che ben il 22% della mia tesi sarebbe opera di plagio, sempre secondo lo stesso software.

L’intensità del colore riporta la similitudine tra le frasi del testo analizzato con quelle trovate “altrove”. In realtà l’analisi soffre di molti falsi positivi.

Guardando i risultati dettagliati dell’analisi per la tesi della Madìa si scopre che 26 frasi sono simili a delle frasi prese da… la tesi di dottorato di Marianna Madia. 18 frasi sono invece simili a quelle trovate nell’articolo a firma Giannetti-Madia, 12 frasi sono simili a un paper di Amable e Gatti e così via. Nella mia tesi oltre 200 frasi sono simili a quelle di un paper da me pubblicato, 45 sono simili… a quelle della mia tesi, 19 a quelle in un paper del 2002 del mio relatore e così via. Siamo sicuri che questo sia un metodo sensato per giudicare una tesi di dottorato? Mi pare che delle iniziali accuse del FQ (30% plagiata, 4000 parole uguali) rimanga ben poco, direi una manciata di paragrafi in cui l’autrice poteva sforzarsi di cambiare qualche parola in più. Del confronto con zu Guttenberg davvero nulla.

E infatti ora, messa da parte la questione del plagio, si parla della qualità della tesi, del fatto che lei avrebbe o non avrebbe partecipato all’esperimento in prima persona e se abbia scritto da sola o in collaborazione un capitolo. Sarò forse un supporter della Santa Madia F.C. “in the closet”, ma a me sembra un’altra applicazione del concetto di “giustizia secondo me” di cui parlava Ferrarella a proposito di Ichino qualche tempo fa.

Al momento di scrivere la mia tesi di dottorato ho dovuto tirare un po’ le somme dei miei risultati ed erano pochini. E qui veniamo a un primo tema importante per capire di cosa stiamo parlando. Il dottorato di ricerca (e di conseguenza il dottorando) soffre essenzialmente una tensione tra l’essere un lavoro ed essere un percorso di studio. Lo studente dovrà apportare dei contributi originali alla comprensione di un piccolo, piccolissimo campo del sapere umano. Per farlo dovrà svolgere delle ricerche e alcune università richiedono, in maniera più o meno rigida, che lo studente pubblichi uno o più articoli su rivista scientifica. Ma che succede se i risultati sono negativi? Difficile trovare qualcuno che te li pubblichi (per inciso, questo è un problema che va oltre le conseguenze sui dottorandi e investe con le sue implicazioni tutta la ricerca scientifica). Possiamo negare il titolo di dottore di ricerca a uno studente pur capace che però si è imbarcato in un progetto fallimentare? E badate che il progetto non è, di norma, responsabilità dello studente, il quale invece si inserisce nell’attività di ricerca di un gruppo tipicamente già avviato. Il percorso del dottorando è quindi principalmente determinato dal relatore o dai relatori i quali molto spesso spostano gli studenti da un progetto all’altro. Considerate anche che, per come funzionano le cose, gli studenti rappresentano comunque manodopera a basso costo senza la quale quasi nessun gruppo di ricerca riuscirebbe ad andare avanti. Per molti, lo è stato sicuramente per me, il momento di scrivere la tesi è sempre un momento di riflessione in cui uno ripercorre quello che ha fatto e tenta (tenta) di legarlo insieme, di dargli un filo logico. Uno stimatissimo collega di studi al momento di scrivere la tesi disse “Ho finalmente trovato il filo logico che connette tutti i miei progetti del dottorato: li ho fatti io!”. Ho l’impressione che a molti che non hanno fatto un dottorato questa cosa sfugga del tutto. Purtroppo o per fortuna un phd non è “questo è il tuo compitino, fammi vedere come lo sai svolgere”. Sarà forse perché ricordo ancora bene queste cose che tutto questo parlare della tesi della Madia mi sembra a volte basato sul nulla.

Anche che il secondo articolo sia simile a un articolo scritto da Giannetti e Madia, ma davvero è un problema? Per i motivi che scrivevo sopra, che si collabori in un progetto e che poi da questo progetto escano contributi per le tesi di dottorato o gli articoli di più persone è una cosa normalissima e anche positiva. È anche un atteggiamento responsabile da parte dei relatori coinvolgere gli studenti in diverse collaborazioni. Se un progetto non andrà bene ce ne potrà essere un altro di backup. Alla fine del dottorato si riorganizzerà la tesi cercando di dare più enfasi alle cose che hanno funzionato!

Alcune università danno la possibilità di dottorarsi con una tesi cumulativa: se hai pubblicato degli articoli su rivista puoi spillarli insieme, scrivere un’introduzione e delle conclusioni (e non è neanche sempre obbligatorio) e ti vale come tesi. Poiché gli articoli non sono praticamente mai a firma unica, si può dire che la tua tesi di dottorato sia stata scritta interamente insieme ad altre persone. Io, ad esempio, ho rielaborato l’articolo che avevo io stesso scritto solo per farlo diventare un capitolo della tesi. È davvero così grave che non mi sia sforzato più di tanto di trovare una parafrasi di quello che io stesso avevo scritto?

Concludo dicendo mi sarei aspettato dai titolari di dottorato di ricerca nel M5S (ce ne sono almeno due) più rumore su questa questione. Sbaglio?

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