Il Rumore Digitale

Leggo molto, ascolto soprattutto ed ogni tanto mi occupo sporadicamente anche degli altri “lati” (consumer, creator, publisher,investor). Si potrebbe dire che sono uno che conosce “Both Side of the Tables” (se non conoscete la citazione, segnatevi https://bothsidesofthetable.com/ e aggiungetelo ai vostri feed giornalieri).

Seguo da Technologist qualsiasi canale, tecnologia, trend che esce e si diffonde da almeno cinque anni. Lo faccio con passione e, soprattutto, perchè mi viene naturale sperimentare e manipolare fino all’estremo qualsiasi sistema.

Ho vissuto l’era della nascita/rinascita degli smartphone e del declino dei PC e poi dei Notebook fino alla chimera dei tablet. Ho vissuto quest’era decisamente appieno durante il mio corso di studi magistrale in Ingegneria Gestionale vedendo i cicli economici e tecnologici scorrermi davanti allo schermo all’interno delle strategie dei vari player (Apple, Samsung, Nokia (chi?),RIM, HTC,LG,Google etc.) e negli scontri tra ecosistemi (iOS, Android) nuovi e vecchi in lotta per mantenere o attirare nuovi utenti con tattiche di breve-medio periodo.

E di improvviso l’era del fermento finì, uscirono i tablet, android smetteva di essere un ecosistema a bassissimo costo che ogni anno si rinnovava e richiedeva nuovo hardware. La riduzione dei margini ha portato i grandi player a spostarsi sulla gamma alta esternalizzando tutto verso fornitori che poi son diventati primi concorrenti. La catena di fornitura generata permetteva di produrre a costi bassisimi tecnologie fino a qualche anno fa neanche disponibili al mercato consumer. Ciò ha spinto a cercare nuovi utilizzi e creare nuovi prodotti come le action cam, i wearable, la sensoristica per gli IoT e gli n-mila nuovi prodotti che ritroviamo in campagne kickstarter.

Si crea il mare magnum, scompaiono reali differenziazioni e costi di switching all’interno del singolo ecosistema e il mercato perde di interesse.

Si vede come lo sforzo maggiore si stia concentrando verso lo sviluppo di nuovi mercati, ma è tutto basato sulla tecnologia. E gli attori presenti sono troppi e non hanno vere e proprie barriere che gli impediscano di buttarsi da second-mover generando solo mode temporanee.

Perciò seguo tutto, mi sposto verso prodotti digitali e creazione di contenuti, vedo gli sviluppi del VR e ne capisco il grado di maturità, seguo dall’inizio blockchain e l’evoluzione dei Bitcoin, i Bot,Snapchat, Telegram, Slack, che concretizzano il concetto di community verticale tanto in voga qualche anno fa.

Vedò però anche quella che è l’evoluzione dei blog, riviste, app, canali youtube, Product Hunt e qualsiasi altro contenuto/prodotto veicolato tramite un mezzo online. Purtroppo molto di quello che vedo su questo lato mi ricorda quanto già visto e citato in precedenza.

Sono calate le barriere all’ingresso per qualsiasi cosa. Oggi chiunque può svegliarsi un giorno e decidere di fare il:

  • product manager
  • graphic designer
  • video blogger
  • blogger di insertTopicsRandom()
  • social media manager
  • fotografo
  • sviluppatore di qualsiasi linguaggio / framework
  • istruttore online di tutte le cose sopra citate
  • …e tanto altro

in tempi e costi prima nemmeno pensabili.

Se da un lato è sicuramente qualcosa di positivo, dall’altro questo genera quell’effetto di mancata differenziazione che ha massacrato il settore degli smartphone.

Tutti imparano dalle stesse fonti, copiano gli stessi professionisti, utilizzano le stesse tattiche.

Il risultato?

Aprite: Dribble | ProductHunt | 500px | Envato Marketplace

e troverete l’80% di quello che oggi trovate nel web.

Le community di professionisti digitali oggi dominanti sono state generate dagli stessi aggregatori che, per mantenere alta la qualità, hanno chiuso maggiormente il proprio recinto. La necessità di essere accettati e rimanere nella community, unico modo per ottenere visibilità ed awareness in un mondo digitale appiattito, spinge gli stessi creativi ad utilizzare i canoni già accettati riducendo la voglia di sperimentare ed essere creativi (per essere chiari pensate al material design di google, bootstrap di twitter, il periodo del flat stile iOS etc.). La necessità di monetizzare in un mondo completamente aperto porta a mettere su corsi online (Lynda.com, Udemy, Udacity, Coursera etc.), che fioriscono sempre di più vista la domanda ed offerta, le proprie competenze generando nuova concorrenza a basso costo che a sua volta ricaricherà le stesse tecniche in corsi a costi inferiori fino alla pubblicazione degli stessi su youtube gratuitamente per generare il ciclo con investimenti più a lungo termine. Non è difficile capire come andrà avanti questa nicchia del digitale. Tutti avranno bisogno di awereness e di differenziarsi dagli altri cercando di promuoversi quanto più possibile inondando i canali digitali.

Le professionalità che lavorano in un mondo prettamente digitale vengano quindi stressate da dinamiche nuove, in Italia, forse, non del tutto ancora chiare.

In questa sede esuliamo dal prendere in considerazione il marketing digitale (agenzie, PR, blog, social media, influencer ed altro) ed i suoi addetti.

Arriviamo quindi ad oggi e facciamo un po’ di storytelling che fa figo.

Leggo questo tweet…

Vedo questo post del veterano del Tech Journalism Walt Mossberg:

e questo video del maestro di fotografia Ted Forbes dal titolo:

Nobody Cares about your Photography

anche se possono sembrare scollegati, riscontro l’unico vero trend attuale tiranno che muove le nostre giornate: il Rumore Digitale

No, non parliamo di fotografie con elevati ISO.

Per farvi capire che cosa è il Rumore Digitale vi porto un esempio/parallelismo fresco.

Tra le tante esplorazioni mi inserisco all’interno di vari gruppi telegram. Uno di questi è un canale di fotografia.

Il modello di base è semplice. Ragazzo con un minimo di esperienza su vari blog che però è arrivato tardi cerca di entrare sul nuovo mezzo portando vecchi schemi e cercando di allargarsi più possibile prima dell’arrivo dei “big”. Lui ed altri creano decine di canali e gruppi, degli aggregatori e motori di ricerca che servono a sponsorizzarsi l’un l’altro, scambio followers etc. Cercano di monetizzare veicolando gli utenti verso i loro post con ads o tramite referral program di Amazon, Ebay ed altri ecommerce. Quando saranno più grandi verteranno verso post sponsorizzati a pagamento e veri e propri banner all’interno di telegram.

Tornando al gruppo, trovate qui, all’interno, un po’ di tutto:

  • Semi professionisti
  • Amatori con un po’ di esperienza
  • Ragazzini inesperti

Età inferiori ai 30 anni e 70% utenza maschile.

Diciamo che rappresenta un ottimo esempio di ecosistema, con la dovuta scala, di community di “nativi digitali”. Le dinamiche ed i cicli interni al gruppo mi sembrano abbastanza rappresentativi:

  1. Inizialmente il gruppo è composto da poche persone, si conoscono quasi tutti, hanno quasi tutti gli stessi interessi e parlano di argomenti specifici cercando tutti di apportare valore
  2. Arrivano i nuovi, vogliono farsi conoscere, invece di ascoltare e cercare di capire chi hanno intorno iniziano a caricare n-mila foto totalmente sbagliate dal punto di vista tecnico
  3. Gli Admin del gruppo iniziano a tirare le fila e bannano, riprendono gli utenti e cercano di portare loro avanti il discorso
  4. La base utente cresce, tutti vogliono mettersi in mostra, nessuno riesce a fornire elementi critici utili
  5. I più giovani, con risentimento verso i più esperti che li bacchettano dal punto di vista tecnico, e non vedendosi al centro della scena, iniziano a prendere derive da troll e personalismi inondando la conversazione su tematiche sparse
  6. Il gruppo va avanti ma diventa una totale anarchia perdendo utilità per chi vi partecipa.

Il rumore digitale è proprio questo. L’anarchia, alla base del web, portata nelle relazioni umane.

Oggi un ragazzino di 16 anni può mettere in dubbio quello che dico io di 28 in un ambito dove ho lauree e specializzazioni, con argomentazioni del tutto frivole alla base. Rispondere? Si finirebbe in atteggiamenti alla Sgarbi o Bagnai. Non che abbiano tutti i torti, se io sono un esperto monetarista che ha passato la vita ad analizzare teorie e dati su quell’argomento perchè devo essere messo sullo stesso piano dell’ultimo arrivato sul web o dell’ultimo politico di turno? Perchè quello che dice lui deve valere quanto quello che dico io?

La trasformazione e la riduzione delle barriere tra le persone sta modificando allo stesso modo le dinamiche lavorative

Perchè oggi inserire una persona in un progetto equivale ad inserirla all’interno di un canale su Slack, non la guardi neanche in faccia, non la chiami nemmeno, è solo una faccina da invitare.

Questa è una riduzione delle barriere sia geografiche che gerarchiche.

Il risultato è una organizzazione sempre più flat dove la ricerca ossessiva della collaborazione è dominata da le necessità dei singoli che genera rumore digitale e distorsioni comunicative

E il risultato non è un mondo lavorativo semplificato dai mezzi digitali, ma esattamente il contrario. Leggevo uno studio del HBR (Deep Work: Rules for Focused Success in a Distracted World.) dove le organizzazioni sempre più flat, gli open space e la ricerca ossessiva della collaborazione e del gruppo ha portato, con il dovuto parallelismo, a quanto abbiamo visto precedentemente.

La ricerca ossessiva della collaborazione infatti ha portato ad una eccessiva comunicazione e rumore digitale, che a sua volta ha portato a saltare da un’attività ad un’altra riducendo focus, produttività e soprattutto creatività. La collaborazione porta anche all’altro fenomeno che abbiamo visto precedentemente dove chiunque ha voce in capitolo anche in campi in cui non è competente. Tutto ciò si concretizza nei meeting, fisici o digitali, dove le persone passano la maggior parte del tempo senza concludere molto.

Il parallelismo con quanto visto nel piccolo esperimento del gruppo telegram è abbastanza chiaro:

  • Le dinamiche lavorative sono dominate dalla necessità di avanzamento di carriera, ciò porta le persone a cercare sempre di portare l’attenzione (esposizione) su la loro persona e perseguire la loro agenda all’interno del gruppo
  • tale necessità porta quindi a concentrare la maggior parte degli sforzi nella comunicazione interna al gruppo e sfruttare ogni occasione di esposizione verso l’esterno per accrescere la propria rete rilasciando il vero lavoro a spunti estemporanei o in orari poco adatti
  • la facilità di comunicazione porta a inutili distorsioni nei processi del gruppo e continue negoziazioni informali per la ridistribuzione delle attività
  • l’appiattimento organizzativo e della comunicazione porta a perdere di vista obiettivi e concentrazione anche giornaliera

E’ difficile concludere dopo tanta carne messa sul fuoco

Sembra tutto sconnesso, ma ritorniamo all’inizio. La tecnologia, i comportamenti umani in gruppi (e tanto altro), sono tutti riconducibili a schemi e cicli ben noti. Capirli e dominarli è essenziale per non affondare nel rumore di fondo.

Siamo inondati di informazioni . Anche queste righe sono frutto di tante informazioni prese da tantissime fonti. Occorre ripensare come utilizziamo gli strumenti digitali, come comunichiamo in gruppo, come ci relazioniamo all’interno di esso, soprattutto in ambito lavorativo.