LA STORIA, FINO AD ORA…

Quando LinkedIn ti obbliga a fare il punto della situazione

Uno dei momenti più belli della mia vita/ One of the happiest moments of my life (Foto di Gianni Santandrea/Credit for the picture to Gianni Santandrea)

LinkedIn e il suo pervicace potere di obbligare a ripensare a quasi vent’anni di carriera e a farsi una semplice domanda:

a che punto siamo?”.

Siamo a questo punto qui: a quarantaquattro anni, con una laurea in giurisprudenza, un master in business administration, due lingue parlate con eccellente proprietà (inglese e spagnolo, per l’esattezza), con quindici anni da giornalista, due da blogger e due da media manager, è forse venuto il momento di fermarsi, mettere un paio di paletti sul pezzo di strada compiuto fino ad adesso.

GIORNALISTA E BLOGGER

Ho iniziato a scrivere per la Gazzetta di Reggio quando avevo vent’anni. L’ho vissuta come una sfida: volevo confrontarmi con un mondo — quello dello sport — che mi aveva sempre affascinato ma che non avevo ancora avuto la possibilità di toccare con mano. Unire passione a una professione (questa, scommetto, non l’avete mai sentita…). Ciò che ho fatto è stato unire la curiosità — skill necessario per qualsiasi giornalista degno di questo nome — con la voglia di essere il più competente possibile per potersi guadagnare il rispetto dell’interlocutore. Per completare il cocktail, anche una instancabile voglia di apprendere. Ho sempre cercato di essere una spugna: tutto quello che mi veniva detto, lo dovevo assorbire al massimo. Se erano dirigenti, il loro modo di gestire una macchina apparentemente semplice (ma estremamente complessa perché esageratamente votata al risultato) come quella di un club sportivo. Se erano allenatori il loro modo di gestire il gruppo e contemporaneamente gli aspetti tecnici, parte integrante del loro lavoro. Se erano giocatori la loro visione da un’ottica privilegiata: quella del campo.

Considero una fortuna aver avuto l’opportunità di vedere evolvere il ruolo del giornalista dalla prospettiva del semplice collaboratore a quella del professionista. L’aver osservato come è cambiata la professione con l’introduzione delle nuove tecnologie e l’esplosione delle piattaforme social che hanno marcato in modo inesorabile un cambiamento spettacolare nei paradigmi con cui la professione è svolta.

L’evoluzione da collaboratore a redattore è avvenuta grazie ai cinque anni al Giornale di Reggio. E’ lì che sono diventato prima praticante, poi professionista nel 2010. E’ lì, pur tra i mille problemi tipici di piccole esperienze editoriali, sono cresciuto in consapevolezza e competenza. Grazie anche ad un caposervizio che mi ha concesso il lusso — non da poco — di potermi esprimere secondo le mie capacità ed il mio carattere, assecondandomi nelle mie linee giornalistiche e dandomi l’opportunità anche di poter gestire con un minimo di autonomia dei collaboratori validissimi con cui sono ancora adesso in eccellenti rapporti. Ho cercato di fare con loro ciò che ha fatto chi mi ha insegnato il mestiere: la libertà di potersi esprimere con le parole, lo stimolare alla ricerca non fine a se stessa ma che potesse essere sostenuta da idee e ragionamenti. Il desiderio, legittimo, di essere messo nelle condizioni di poter esprimere al meglio un talento. Ho ricevuto, in cambio, dai collaboratori, tanta qualità e dedizione. Cinque anni sono stati lunghi, a tratti belli, anche difficili. Mi hanno posto davanti alla sfida di essere catapultato da un giorno all’altro in un settore che non era mai stato il mio fino al giorno prima. Lì mi è venuto in soccorso il “mestiere” e la ferrea volontà di non arrendersi. Se vieni buttato in acque difficili, dove non si tocca, l’unica possibilità è nuotare.

Ed io ho… “nuotato”.

Passare dal settore sport (la mia vita e la mia vocazione) alla “provincia”. Il giorno e la notte. Però se si sa lavorare e si ha la fortuna di avere colleghi e collaboratori di livello, si può tutto. La prima cosa era essere bene organizzati, e in quello devo dire che me la cavo. La seconda era capire cosa poteva essere interessante per il pubblico dei lettori, soprattutto in paesini della provincia di Reggio Emilia. Insomma, essere orientati verso il cliente. Mettersi — come si suol dire — nell’ottica del lettore. I mesi sono passati, il divertimento è rimasto. Alla fine tutto ciò che non ti “distrugge” ti serve e ti rende più forte.

Il secondo passaggio chiave è stata la parte finale della mia esperienza al Giornale di Reggio. Per scelte editoriali (che non spetta a me giudicare) vi è stata la trasformazione da quotidiano a bisettimanale, poi settimanale puro. Certo, il mio core business era tornato ad essere lo sport, con tempistiche molto diverse. Tuttavia vi era la necessità di lavorare anche su pagine tematiche a me sconosciute ma che mi hanno divertito molto (il gossip era la pagina da riempire che più divertiva. Quella sulla tecnologia e sulle auto mi hanno instillato una certa passione per gli argomenti trattati e ancora oggi quando posso cerco di approfondire temi di mio interesse). In più vi era il costante aggiornamento del sito internet legato al settimanale. L’opportunità è stata importante perché mi ha “iniziato” ad un certo linguaggio tipico del web. A parole fino a quel momento sconosciute come “tag” e “seo”. Era un modo di lavorare rapido, eppure altamente destrutturato. Non avevi costrizioni di pagina da rispettare. C’era un “foglio bianco” che poteva essere riempita nel modo cui uno aggradava di più.

Nel luglio del 2013: end of story. Un’intera redazione lasciata a casa. Cinque anni (per me. Ma molti di più per altri), terminati in 40 minuti di incontro. I managers le chiamano business decisions. Alla fine uno matura in sé la convinzione che tutto prima o poi debba terminare; è il “come” che fa sempre e comunque la differenza.

Dopo un periodo di “assestamento”, il pensiero era quello di “fare” piuttosto che aspettare. Piuttosto che attendere supinamente un’occasione, l’idea era quella di andarsela a creare. Così ho aperto un mio sito. Un blog. La cosa beffardamente singolare è che di solito si passa dall’essere “blogger” a giornalisti e non viceversa. Però…. così era.

Mi sono creato il mio sito internet, si chiamava Sportfromthecouch.

Scrivevo di sport, visto dal “divano” di casa, con una tazza di caffè in mano o un pacchetto di popcorn. L’aspetto più bello? Il sentirsi libero. La sfida: quello di farlo “funzionare”, anche solo di poter pubblicare un articolo, anzi no, un post che fosse corretto sotto il profilo della SEO e che potesse essere interessante per chi lo avrebbe letto. Ho sviluppato una minima conoscenza di Wordpress e degli analytics che servono per misurare i gradimento di un sito internet. Mi ha obbligato a fare una cosa: studiare. Le nuove tecnologie. Come si scrive per il web. Il funzionamento e l’integrazione delle varie piattaforme social. Sportfromthecouch è stato come fare tre passi indietro per provare a compierne quattro in avanti. Alla fine i numeri sono stati minimamente soddisfacenti (con punte anche di 1500 visitatori unici), ma più ancora è stato il “viaggio” e il mondo che mi si è aperto davanti agli occhi.

PALLACANESTRO REGGIANA E AC REGGIANA 1919 SPA

Nell’ormai lontano settembre 2006 sono stato chiamato da Pallacanestro Reggiana per ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione e new media. Lo dico adesso rivendendomi con gli occhi del tempo, per me è stato come se mi avessero chiamato i Chicago Bulls di Jordan e Pippen. Un sogno. Ho scritto di Pallacanestro Reggiana per otto anni prima di quel tempo. Ho vissuto in modo viscerale il mio amore per la pallacanestro legandolo anche alle sorti della squadra della mia città. Ritrovarmici catapultato all’improvviso all’interno di quell’universo (biancorosso) è stato un qualcosa di decisamente impattante. Il compito era ovviamente quello di gestire una comunicazione che fosse il più possibile prodotta “in-house” attraverso il sito internet che è stato completamente ricreato in quell’anno. Da un punto vista dell’esposizione mediatica, lo ricordo come un anno particolare: mentre i risultati in campo non arrivavano (quella stagione terminò con una crudele retrocessione maturata all’ultima giornata in una surreale trasferta a Capo d’Orlando), la “copertura mediatica” di cui il club godeva era aumentata. L’esperienza è durata solo un anno. Ciò che rende speciale il lavoro all’interno di un club sportivo è che un anno in quell’ambiente ne vale dieci in uno “normale”. Il motivo? Ogni giorno c’è una crisi da risolvere (crisis management, anyone?); il ritmo è forsennato; si è “sul pezzo” 24/7; l’altissima competitività anche all’interno di un club è quello che rende il tutto così pericolosamente speciale. Ed io, anche per ragioni d’età, all’epoca, non ero completamente maturo per essere all’altezza di tutto questo. E l’ho pagato. Giustamente.

Dieci anni dopo, nell’Aprile del 2016, all’improvviso, ricevo una telefonata da Alberto Bertolini — mio ex caposervizio allo sport al Giornale di Reggio, all’epoca country scout per il Southampton, ma in procinto di assumere il ruolo di capo dello scouting di Ac Reggiana, nonché mio eccellente amico — e mi chiede se fossi interessato a discutere un posto come addetto stampa per il club di calcio della mia città. In quel periodo, si stava profilando il cambio di proprietà con il subentro, come azionista di maggioranza, dell’ex giocatore di baseball Mike Piazza, e il management sarebbe stato sottoposto ad un quasi completo cambiamento. La mia candidatura, così come altri papabili, sarebbe dovuta essere vagliata dal nuovo Direttore Sportivo, Andrea Grammatica. Il colloquio — a Parma, lo ricordo come fosse oggi — andò benissimo. Probabilmente il migliore della mia carriera (e qualche “job interview” l’ho sostenuta in vita mia). Non so cosa fosse, probabilmente un fatto di chimica, ma trovai immediatamente un terreno comune con il mio interlocutore.

La verità è che sarò sempre eternamente grato ad Andrea per aver puntato su di me. Quello che ho trovato a livello di gruppo di lavoro, nel mio anno in granata è stato più unico che raro. Il compito era quello di gestire la comunicazione “a livello campo”, ossia tutto ciò che riguardava la squadra e l’area sportiva — quindi, di fatto, il core business di un club sportivo — lavorando in stretta collaborazione con il team manager e la segreteria sportiva. Da qui una costante attualizzazione delle piattaforme social del club (Facebook in un anno è passato da 5.500 circa “likes” a più di 11.500 con altissimi livelli di engagement da parte degli utenti. Per non parlare di Instagram dove i followers sono pressoché raddoppiati); il sito rinnovato con la doppia lingua italiano/inglese e un dinamismo diverso per tutto ciò che ha riguardato il rapporto del club con i media nazionali e locali.

Al di là dei freddi, numeri, però, il varo salto di qualità sono stati quelli che sportivamente si chiamerebbero gli intangibles. Quegli aspetti che sul curriculum non ci vanno. Innanzitutto, grazie a Grammatica, ma anche al segretario sportivo, Salvatore Conti (il vero fuoriclasse del gruppo), qualsiasi aspetto della comunicazione all’esterno è stata pensata in modo totalmente strategico. Nulla, mai, è stato lasciato al caso. La cura del dettaglio fa sempre costantemente la differenza. Di quella cura ne abbiamo fatto una missione ed un motivo d’orgoglio. I media sono stati parte integrante dell’agenda quotidiana dell’area sportiva del club. Non controparti. Non un “fastidio” necessario. Al contrario, sono stati dei… media, etimologicamente parlando. Dei “mezzi” per poter raggiungere una platea più ampia di persone interessate. Ci siamo dati due valori fondanti: credibilità e coerenza. Partendo dalla seconda: non abbiamo mai dato un messaggio che poi non si è verificato. Se non potevamo “comunicare”, non lo facevamo. Questo ci ha portato ad essere credibili, perché i fatti riscontravano ampiamente la nostra strategia. Siamo stati “aperti” nei limiti imposti dalla quotidianità e dagli interessi superiori della squadra e del club.

Dal punto di vista sportivo, è stato un anno difficile, intenso, ma alla fine il risultato è stato ottimo: prime quattro in classifica. Le Final Four per poter venire promossi in serie B e una sconfitta, onorevole, contro l’Alessandria in semifinale

Soprattutto è stato un anno che evidenziato come certi valori siano molto più importanti della grettezza di certi messaggi: la squadra prima di tutto. La squadra “visibile”, quella che va in campo ogni domenica e che va messa nelle condizioni migliori di potersi esprimere. Quella “invisibile”, perché si fa quello che è giusto per il team e la foto in capo alla pagina, rappresenta il culmine di un’annata lavorativa. Le sofferenze, le battaglie, le gioie e la quotidianità racchiuse in un abbraccio per un risultato che ci siamo meritati sul campo, senza alcun tipo di agevolazione.

Se devo sintetizzare gli aspetti che metto nel mio “bagaglio” professionale dico: lavoro in team, strategic thinking su ogni aspetto, cura del dettaglio e, soprattutto, il godimento nell’avere avere un ruolo importante ma stando dietro le quinte, fornendo tutti gli elementi necessari a chi era “al fronte” per poter operare le scelte migliori e più redditizie per la squadra. Quest’ultimo è l’aspetto che ha generato in me la maggior soddisfazione.

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