Ti amo (anche se tu non lo sai)

Cara Sofia, se farsi ascoltare è difficile, figuriamoci farsi capire. Ecco perché ho deciso che la cosa migliore da fare è scriverti, di modo che queste poche righe, che tanto poche non sono, tu te le possa portare dietro e rileggertele ogni volta che vorrai. Scriverti perché ci sono due cose che vorrei dirti: la prima è che ti amo (anche se tu non lo sai) e la seconda è che questo insieme di cose che solitamente noi chiamiamo “vivere” è, per lo più, una faccenda sottovalutata. Come vedi queste due cose sono di importanza relativa, ma io te le voglio dire perché quando piove mi prende sempre questa smania di scrittura e anche se stanotte non sta piovendo, penso a te, faccio finta che piova, e scrivo lo stesso, che così mi riesce meglio.

Ma andiamo con ordine. La prima cosa quindi: io ti amo (anche se tu non lo sai).

Devi sapere che questo amarti a tua insaputa porta con sé tutta una serie di conseguenze bislacche — non ultima il fatto che ti stia scrivendo.

Metti l’altro giorno, ad esempio. Mi sono svegliato la mattina presto, saranno state le quattro e mezzo, massimo le cinque. Eppure ero sveglissimo. Capita, no? Ci sono giorni in cui ci si sveglia alle cinque e si è lucidissimi, ci si sente pieni di forze, con la voglia di rivoluzionare il mondo e di correre per le strade deserte. In genere a dire il vero, per quanto mi riguarda, il tutto finisce che mi riaddormento alle 7 e quando suona la sveglia vorrei strapparmi il cuore dal petto invece che alzarmi, ma questo è un fatto personale. Insomma, metti l’altro giorno, che mi sono svegliato all’alba ed ero lucidissimo e il mio pensiero è andato subito a te. Nel buio della mia stanza pensavo a quanto ti amassi (anche se tu non lo sai). Ho anche provato a riaddormentarmi ma ormai non potevo ignorare i rumori che invadevano la mia testa: un autobus in lontananza, un cane che abbaiava per strada, le tubature che si stiracchiavano nella notte e — ma su questo non posso essere sicuro — mi sembrava anche di sentire sognare la mia vicina di casa. A memoria era un sogno bello e un po’ triste, come solo quelli delle persone anziane rimaste sole sanno essere. Fatto sta che di dormire di nuovo non se ne parlava e allora ho pensato che se non altro potevo sfruttare quella sveglia fuori programma per trasmetterti un po’ dell’amore che avevo per te (e che tu non sai). Mi sono quindi concentrato, strizzando gli occhi, e mi sono irrigidito, cercando di mandarti il mio pensiero. Immaginavo una sfera azzurra che fuoriusciva dalla mia fronte, rotolasse per la stanza, prendesse la porta, si aggirasse per le strade, si arrampicasse sui litigi della gente e ti raggiungesse ovunque, per poi circondarti e proteggerti dal mondo. Ovviamente le situazioni da cui immaginavo ti avrei protetta erano sempre potenzialmente mortali: l’incendio in una fabbrica dismessa, una nave che sta affondando, una foresta infestata dai lupi. Cose che accadono tutti i giorni insomma. L’idea di proteggerti dal male del mondo attraverso il semplice pensiero può sembrare una cosa sciocca, e di fatto lo è, ma — ti ripeto — erano pur sempre le cinque del mattino, non è che puoi pretendere chissà cosa a quell’ora. Alla fine mi sa che la sfera azzurra non ti è arrivata ma in compenso mi ero talmente sforzato che mi è venuto un crampo al polpaccio. Memore di quello che mi diceva sempre mia nonna quando ero bambino, e che non ha mai smesso di dirmi, sono zompettato su una gamba sola sino alla cucina, alla ricerca di una banana, che è ricca di potassio e quindi utilissima in caso di crampi. Purtroppo di banane non ne avevo quindi mi sono mangiato la caponata della sera prima, ghiaccia da frigo. Il crampo mi è passato ma devo dire che la caponata mi si è riproposta sino alle tre meno venti del pomeriggio. Lo so che sembrano informazioni di poco conto ma magari un giorno ti potranno tornare utili, chissà.

Un’altra delle cose che mi capita di fare da quando mi sono innamorato di te (anche se tu non lo sai) è attribuire al tuo nome un significato speciale. Per me Sofia è diventata una stella cometa, un faro da seguire, un segno del destino.

È colpa tua, ad esempio, se questo capodanno lo passerò a Sòfia, in Bulgaria, che ha pure l’accento diverso ma è pur sempre più simile al tuo nome di quanto non siano Salisburgo o Saint Etienne, che erano le due mete che mi aveva proposto il tour operator.
 Ed è sempre colpa tua se ho anche smesso di fare la spesa alla Coop e ho cominciato ad andare alla Conad, dove una cassiera si chiama proprio Sofia. “Capirai che sforzo”, dirai. E invece è stato un trauma. In primis perché la Conad è più cara, soprattutto per quanto riguarda il prosciutto crudo e la frutta — motivo per cui non avevo banane quando mi era preso il crampo — e poi perché devi sapere che quando faccio la spesa compro sempre le stesse cose. Sul serio, non è un modo di dire. Io ho un elenco della spesa scritto su un foglietto che non butto mai via. Lo ripongo nel portafogli, così è sempre lì. In questo modo fare la spesa era velocissimo. Sapevo dove andare e cosa comprare. Solo a Natale ci mettevo un po’ di più perché sostituivo le fette biscottate con il panettone che era incomprensibilmente messo in un altro reparto. Adesso invece è tutto diverso. Entro alla Conad e non so dove sono. Mi perdo per cercare gli odori. Mi perdo tra lo scottex e la carta igienica. Mi perdo tra i surgelati. Mi perdo tra i prodotti di pasticceria e le creme per il viso. No, cara Sofia, non è affatto un cambio da poco, te l’assicuro. Ti basti pensare che ci ho messo undici anni per capire dove fosse lo zucchero alla Coop. Ne ho messi in conto otto per impararlo alla Conad. Otto e non undici perché la Conad è effettivamente un po’ più piccola. Ma questo non importa alla fine, perché quando vado a pagare vedo sul generoso petto della cassiera la targhetta con scritto sopra Sofia e sono felice. Un po’ più povero ma felice.

Come ti dicevo all’inizio però, le cose che volevo dirti sono due. Detto che ti amo (anche se tu non lo sai), volevo anche dirti che l’annosa faccenda che noi semplifichiamo con la parola “vivere”, è per lo più una cosa sottovalutata e non mi stancherò mai di ripetertelo perché capita sempre più spesso ormai che si ignorino le centinaia di migliaia di piccole cose che ci accadono ogni giorno, ed è proprio un peccato. Pensa a quando respiriamo. Non stiamo certo lì a pensare a cosa succede ad ogni respiro. Eppure si mettono in moto centinaia di muscoli e di terminazioni nervose. Si inspira abbassando il diaframma, aumentando il volume del torace, espandendo i polmoni e consentendo all’aria di raggiungere gli alveoli polmonari. Si espira, invece, rilassando i muscoli respiratori e consentendo così l’espulsione dell’aria. Nel mezzo però c’è tutta quella parte in cui noi assumiamo ossigeno e rilasciamo anidride carbonica. Be’ non voglio stare qua a dilungarmi sulla questione, perché io ti amo (anche se tu non lo sai) e vorrei evitare di farmi odiare più del dovuto per una lezione di biologia. Rimane una di quelle cose però che finiamo per dare per scontato e magari poi una volta ti rendi conto che ti sei innamorato di una persona che nemmeno lo sa e allora quel respiro viene meno e ti accorgi che — invece — l’ossigeno, seppur invisibile, è cosa alquanto piacevole da inalare.

Ma nel vivere ci sono tante altre cose che non so proprio spiegarti bene. L’altra sera, ad esempio, sono uscito con mio padre. Non era mai successo che uscissimo io e lui da soli, a bere qualcosa in un pub, come se fossimo vecchi amici; infatti la cosa era un po’ imbarazzante e tra di noi c’erano soprattutto silenzi tossicchianti, di quelli in cui si cerca di far rumore per non stare proprio zitti e in cui si sente dire qualcosa a qualcuno e si domanda all’altro “hai detto qualcosa?” e ci si rimane male quando quello risponde di no. Il non parlare mi ha permesso però di vedere i suoi occhi e mi sono reso conto solo allora, per la prima volta, di quanto fossero stanchi e gialli. Gli occhi di un tabagista che ha passato troppe notti schiacciato da un peso superiore a quello che poteva portare. Mi è venuto in mente allora di quando al mare, con me bambino, passava le giornate all’ombra di un pino, a scrivere racconti che mi avrebbe letto la sera dopo cena. Nel ripensare a queste cose mi viene il forte impulso di ringraziarlo e così lo faccio. Gli dico proprio: “grazie per quelle volte in cui scrivevi racconti per me”. E lui, senza nemmeno far passare un secondo, senza stupirsi di nulla, mi risponde semplicemente: “era piacevole farlo”. Quindi vedi Sofia, della vita fa parte anche questo: condividere ricordi e sensazioni, ritrovarsi a pensare alla stessa situazione nello stesso istante e commuoversi un po’ nel ricordare quanto era bella.

Un altro tassello che fa parte della vita e che non capisco a pieno è proprio questa cosa dell’innamorarsi. Come funziona? Quando nasce, che cos’è? Purtroppo non so rispondere. Per alcuni è tutto molto semplice. A sentire Luigi, il panettiere giù all’angolo, innamorarsi è una roba da bambini. Due si piacciono e — SBAM — si innamorano. Non so, forse ha ragione lui, però non sono molto convinto. A me piace molto il gelato al pistacchio di Bronte ad esempio, ma non ne sono innamorato. “Che c’entra, non è mica una persona il gelato al pistacchio di Bronte”, dirai. Vero. Ma non sono innamorato nemmeno di quella modella che fa la pubblicità di intimo sui cartelloni lungo i viali, anche se mi piace molto. Di te invece sì, sono innamoratissimo (anche se tu non lo sai) ed è ovvio che la cosa mi faccia anche un po’ paura. Ma è sempre così quando ci si innamora. Ci si spaventa, ci si blocca, si ha l’istinto di scappare. In quel momento abbiamo di fronte una scelta: dare ascolto a tutto il nostro corpo che dice di fuggire lontano, oppure lanciarsi verso quel sentimento che ci spaventa. Ecco, il punto a cui volevo arrivare e che volevo dirti è proprio questo qua: credo che l’importante non sia non avere paura, perché da esseri umani quali siamo, la paura fa parte di noi, ma non lasciare che questa ci paralizzi, impedendoci di vivere. Avere paura, sì, ma fare un bel respiro e lasciare che passi. Vedrai che anche per te sarà così. D’altra parte è andata in questo modo anche quando mi sono innamorato di mia moglie. Sì, perché sono sposato, sai? Felicemente sposato anzi. Però non devi essere gelosa perché quella che io chiamo “moglie”, tu la chiamerai “mamma”. E allora devi sapere, cara Sofia, che entrambi ti amiamo moltissimo (anche se tu non lo sai) e se ti sbrighi a nascere, vedrai che faremo di tutto per fartelo capire.

Firenze

11/04/2015

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