The Hateful Eight: il cinema secondo Tarantino (in 70 mm)
Testo e infografiche di Francesco Bolognesi e Nicolas Lozito

L’ottavo film di Quentin Tarantino, un western atipico post Guerra civile in cui nessuno si fida di nessuno, è il nuovo manifesto del regista. Un ponte perfetto che collega opera teatrale, cinema degli albori e intrattenimento digitale. Uno spettacolo pensato per schermi enormi e definizioni altissime e progettato fin nei minimi particolari.
SPOILER ALERT: leggete in libertà fino a metà dell’articolo, poi navigate con prudenza o tornate dopo aver visto il film.
1. Melzo, Wyoming
Tarantino è tornato. Con il suo ottavo film, un altro western. Addirittura con qualche spunto etico più del solito, ma per non deludere ammiratori e critici ha fatto attenzione a nasconderlo dietro scene di sesso orale, cervelli che saltano e mutilazioni genitali: il suo marchio di fabbrica. La storia: pochi anni dopo la Guerra civile americana, otto personaggi, tra cui un afroamericano e qualche sudista nostalgico, si incontrano e scontrano in mezzo a una bufera di neve in Wyoming.
Raggiungere Melzo, dove si trova l’unico cinema che proietta il film già da fine gennaio (in Italia è uscito il 4 febbraio), non ha niente a che fare con l’affrontare una bufera, ma può essere altrimenti avventuroso (non è vero). “Ma cosa vuoi che sia per uno che ha chiamato il suo gatto Quentin?”. Così ci svegliamo presto, prendiamo due treni, uno per Milano e uno suburbano, e raggiungiamo la piccola città per le 13.00 — la proiezione è alle 13.30. “Siamo sicuri che lo schermo più grande d’Europa sia a Melzo?”. Un chilometro più in là, da fare a piedi, situato sopra una piccola collinetta troviamo il cinema Arcadia. Il biglietto per una proiezione in 70mm è identico a quello per una proiezioni in digitale, il font utilizzato è brutto uguale, anche se sopra c’è scritto: 70MM THE HATEFUL EIGHT.
2. Playing in 70mm nowere near you
L’Arcadia è uno dei tre cinema italiani (insieme alla Cineteca di Bologna e al Teatro 5 di Cinecittà a Roma) capace di proiettare il film nella sua versione completa e “gloriosa”: pellicola Ultra Panavision 70, 188 minuti, overture e intermission, in una sala con uno schermo di 30 metri per 16. Ce lo racconta molto bene George. Prima della proiezione lascia a tutti un libricino con le informazioni del film e poi lo presenta a un passo dallo schermo, mescolando un accento british a uno est-europeo. Spiega che Tarantino ha scelto questa versione perché ama i film, così com’erano una volta, fatti in pellicola. Questa pellicola ha un’aspect ratio di 2.75:1, che vuole dire che il film ha questa larghezza:

Nella storia del cinema solo dieci film sono stati girati con questa pellicola (tra cui Ben-Hur) tutti tra gli anni ’50 e ’60 e l’ultimo nel 1966: Kartoum. Un sacco di soldi per utilizzarla (Tarantino e Richardson il suo direttore della fotografia si sono fatto restaurare delle vecchie lenti dalla Panavision) e per proiettarla. Il produttore del film, Hervey Weinstein, ha recuperato e fatto installare cento proiettori in altrettanti cinema per poter partire lo scorso Natale con un roadshow per gli Stati Uniti. Cos’è un roadshow? La parola a Samuel L. Jackson:
Un’esperienza di cinema pensata da cima a fondo, la costruzione completa di uno spettacolo. Tanto che persino Ennio Morricone, ormai in pensione dalle musiche western, si è lasciato convincere e si è unito al film con una colonna sonora maestosa e perfetta (ha vinto il Golden Globe, è candidato all’Oscar).
Ma questo 70mm cosa cambia rispetto al digitale con cui i film sono girati oggi o alla solita pellicola in 35mm (a parte il fascino di recuperare una tecnologia in disuso da cinquant’anni)? La sua enorme larghezza è stata sfruttata nei film precedenti a The Hateful Eight per mostrare campi lunghi (comunque presenti nel film) scene con centinaia di comparse, dinamiche e di azione, come la famosa corsa di bighe di Ben Hur.
L’ultimo film di Tarantino, però, è molto più simile a una piece, rappresentata in luoghi chiusi, che a un collosal di Hollywood. Il regista l’ha scelta per mostrare dal punto di vista narrativo più cose contemporaneamente: la presenza costante di qualcuno sullo sfondo, una minaccia che si avvicina, le dinamiche dei personaggi. E soprattutto per sfruttare l’incredibile definizione dell’immagine, girando il film con un’enorme quantità di primi piani. I dettagli che è possibile percepire nei visi degli attori durante questi primi piani sono impressionanti. Pori, peli, colore e pelle sono vividi, rendendo i volti incredibilmente espressivi e veri. Come ha detto Tarantino stesso: “lo spettatore navigherà nel viso di Samuel L. Jackson”. Sono questi i campi lunghi di The Hateful Eight.
3. The Eight film by Quentin Tarantino
Come fosse un’opera teatrale, i luoghi della storia due: una carrozza con tiro da sei, in viaggio (i primi due capitoli) e l’emporio di Minnie (i successivi quattro).
La storia si apre con l’incontro in mezzo a una imminente bufera nel Wyoming tra il Maggiore Marquis Warren (Jackson) bloccato, a piedi, in mezzo alla strada, e la carrozza che sta trasportando John Ruth (Russell) con la taglia che ha appena catturato: Daisy Domergue (Jason Leigh). Dopo un primo lungo scambio di battute, incentrato sulle domanda: “Chi sei veramente tu?”, i tre riprendono il viaggio, fino a quando non incappano nello sceriffo Chris Mannix (Goggins), anche lui a piedi e in cerca di aiuto. Dopo un altro dialogo, con lo stesso ritmo che contraddistingue i dialoghi di Tarantino, i quattro raggiungono l’emporio di Minnie, dove trovano il messicano Bob (Bichir), l’inglese Oswaldo Mobray (Roth), Joe Gage (Madsen) e il generale Sanford Smithers (Dern). “Vista la bufera in arrivo, c’è un bel po’ di gente da queste parti”, dice John Ruth.
Tutti gli otto personaggi richiamati nel titolo sono ora in scena e può essere servito il momento di massima tensione: un dialogo serratissimo che si conclude con un colpo di pistola, il primo morto e il perfetto intermezzo (una tecnica che film come Lawrence d’Arabia avevano mutuato dall’opera).
Dodici minuti per ricaricare i pop-corn e pensare a quanto appena visto.
Intermezzo: Because violence is so good
Durante l’intermezzo noi due discutiamo di due cose precise: in un’ora e mezza è morta solo una persona, non è certo nella tradizione tarantiniana. Allo stesso tempo, però, il linguaggio è rimasto volgare. Dopo Django Unchained, il regista era stato criticato da Spike Lee per l’eccessivo uso della parola nigger. Le accuse però non devono aver preoccupato Tarantino, dato che anche in questo film, la parola viene usata molto spesso.

Scopriremo in seguito che anche dal punta di vista del body count (il numero di morti) e della violenza il film non si risparmia. E in questo, forse più rispetto agli altri, la violenza e il sangue sono talmente eccessivi, che risultano grotteschi ed esagerati. La camera indugia più volte su un uomo che vomita litri di sangue. A un altro personaggio viene fatta saltare completamente la testa con due pallottole.

SPOILER ALERT: Se non amate gli spoiler sulla storia, vi consigliamo di fermarvi qui, tornate quando avrete visto il film, ci sono ancora tante cose da dire.
4. You know you’re watching a movie
Il terzo capitolo riprende dopo altri tre minuti di musica a schermo nero, per ritornare nello spirito della storia. Nella misurazione effettiva del film in 70mm è presente anche l’intermezzo e la musica, che sono parte stessa della narrazione.
Quando ritornano le immagini sentiamo una voce fuori campo, per la prima e ultima volta, che fa una sintesi di quello che è successo nei quindici minuti precedenti e ci mostra come, mentre noi seguivano l’azione e lo sparo, la goccia (di veleno) che fa muovere tutta la seconda parte, viene versata nel caffè caldo. La voce che racconta tutto è quella di Tarantino stesso (si perde nel doppiaggio, assieme agli accenti degli attori). Ci ricorda che è lui che ci sta raccontando questa storia, e ancora di più che la racconta come più piace a lui, con i mezzi che vuole, quando vuole. Fa un recap come i programmi televisivi dopo la pubblicità, solo che lui lo fa su uno schermo 30 x 16 a una definizione impressionante: dà l’idea che stia dicendo che la televisione o l’home video non potranno mai raggiungere questa spettacolarità.

5. The woman who caused this war
La storia si intreccia ancora nei capitoli successivi (altro marchio di fabbrica), andando avanti e indietro nel tempo, e portando a compimento con un ritmo sempre più alto la solita carneficina tarantiniana, fino al duello finale. L’unica soluzione possibile per il film, per la storia dei personaggi e per il contesto, è la morte. Tutti moriranno, bisogna solo capire chi prima di chi, ma è difficile scegliere.
In questo film è difficile immedesimarsi (forse questo è uno dei motivi per cui la candidatura all’Oscar non è arrivata?). Non c’è un buono: tutti pagano i peccati del periodo in cui è ambientata la storia. Così come non c’è alternativa nel raccontare la lotta tra bene e male con Bastardi senza gloria o il tentativo di emancipazione dei neri con Django Unchained, il dopo Guerra civile si può affrontare solo raccontando il tutti contro tutti. Nessuno si fida di nessuno e tutti si odiano troppo (una scena in cui Tim Roth prova a dividere la locanda in Nord e Sud è esemplare). C’è chi ha combattuto contro qualcun altro. Nessuno ha veramente vinto. Tutti, hanno continuato a combattere e uccidere dopo la guerra, chi più e meno in accordo con la legge, in ogni caso nessuno dalla parte del giusto.
Nel film il fattore scatenante dello scontro è una donna, ma se si fossero trovati assieme in altre circostanze si sarebbero provati tutti a uccidere comunque. Una donna il cui unico valore è quello in denaro, una donna con i denti spaccati e che dall’inizio del film fino alla fine è ricoperta di insulti, sommersa dalle botte e imbrattata di sangue — suo o degli altri.
Si racconta che quando Lincoln incontrò la scrittrice Harriet Beecher Stowe — autrice de “La capanna dello zio Tom”, libro che accese il dibattito sulla schiavitù — le disse scherzando «quindi è lei la donna che ha scatenato la guerra?». Secoli dopo potremmo rivolgere la stessa domanda alla Domergue di Tarantino.
6. Too entertaining to be ethical
Citiamo Lincoln non a caso, perché è lo stesso Tarantino a usarlo come icona: nel film se ne parla (è stato da poco assassinato da un sudista) e il Maggiore Marquis conserva una sua lettera (falsa).
Con Lincoln si chiude il film e con un’altra icona si era aperto. Un Cristo di legno sommerso nella neve. Entrambi morti: in mezzo a quegli uomini il loro potere non può nulla. La resa del Sud ha messo fine alla Guerra civile, ma il conflitto è proseguito. Nel Wyoming innevato del film di Tarantino fino all’America del 2016. La spietatezza, la giustizia sommaria, la paura di chi si ha di fronte, il bisogno di volersi difendere da soli. Più di duecento anni dopo gli Stati Uniti sono ancora terra di frontiera, wilderness anche nelle più moderne città, dove “l’uomo bianco è al sicuro quando il negro ha paura” e “l’uomo nero è al sicuro quando il bianco rimane senza pistola”. Ecco la vera violenza di Tarantino: alla fine l’America è sempre la stessa.
Lo è? È quello che voleva dirci Tarantino? O, come dice lui, “quando vedo un film so che sto vedendo solo un film”, così come “quando sto leggendo un libro nessuno mi deve spiegare che è solo un libro”. Too entertaining to be ethical, dice qualcuno. Intrattenimento, fatto bene, in 70 mm.
A differenza di molti altri film, alla fine della proiezione a cui assistiamo noi, una domenica pomeriggio di fine gennaio a Melzo, in molti rimangono in silenzio. È un primo risultato, Tarantino ha fatto centro. Le luci si accendono solo quando terminano i titolo di coda. Uscendo dalla sala un uomo si avvicina allo schermo per guardarlo bene e George, tornato per salutarci, gli dice di non toccarlo. Lui si difende: “Eh no, ero a un centimetro, non lo stavo toccando”. Forse voleva solo navigare dentro la faccia di Samuel L. Jackson.
Francesco Bolognesi, diplomato alla Scuola Holden di Torino, scrive racconti e articoli principalmente sportivi.
Nicolas Lozito, information designer per iMerica e studente della Scuola Holden di Torino.