A giocare con il nero perdi sempre

Giro completo: l’accusa di ‘negazionismo delle foibe’ colpisce anche chi l’ha messa in circolazione: Raoul Pupo

A coronamento di una stagione — quella a cavallo del 10 febbraio — che quest’anno si è caratterizzata per attacchi gravi e strumentali all’ANPI, oltre che a un numero sempre maggiore di storici gettati in pasto alla stampa di provincia dalla accuse di politici locali — sempre più slabbrate — di “negazionismo”, “riduzionismo”, “giustificazionismo” e via concionando, il 26 marzo il consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato una mozione presentata dai consiglieri Camber e Ghersinich (rispettivamente FI e Lega) con cui si impegna la giunta a non erogare contributi economici ad associazioni culturali che divulghino in qualsiasi forma «tesi negazioniste delle foibe».

Non è la prima volta che in FVG la destra cerca di boicottare la libera ricerca storica. Ci aveva già provato nel 2014, quando stava all’opposizione.

Il prof. Pupo (a destra)

La novità oggi non è tanto nel fatto che ci sia riuscita (ora ha la maggioranza e governa con Fedriga), quanto nel fatto che nella mozione l’area del “negazionismo” sia stata dilatata fino a includere Raoul Pupo. Questi infatti è autore, assieme alle ricercatrici Anna Vinci e Gloria Nemec, di un opuscolo edito dell’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza, che la mozione definisce testualmente «un cosiddetto “Vademecum del Giorno del Ricordo” con il quale si vuole diffondere una versione riduzionista della storia della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini».

Senza entrare nel merito del valore del “Vademecum”, che consiste fondamentalmente in una compilazione di vecchie tesi degli autori, si tratta di una nemesi impietosa, perché fu proprio Pupo, insieme a Roberto Spazzali, ad associare la categoria di “negazionismo” alle foibe, oltre che ad inventare quella, imprecisa e molto discutibile, di “riduzionismo”.

L’ha fatto nel saggio Foibe (Bruno Mondadori, 2003), ristampato nel 2018 e venduto a prezzo scontato assieme a Il Giornale.

«Ecco il saggio per comprendere la ferocia dei miliziani di Tito», titolava compiaciuto Il Giornale

Ne parlammo in un post su Giap dedicato a Spazzali, in seguito alle sconcertanti dichiarazioni che gli costarono il posto di Direttore dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.

Scrivemmo allora:

L’aspetto più odioso del libro, tuttavia, è l’accusa infamante di «negazionismo» affibbiata ai ricercatori di oggi non in linea con il pensiero di Pupo e Spazzali.
Proprio da quelle pagine di Foibe ha avuto origine la leggenda metropolitana su «quelli che negano le foibe», leggenda nera che aleggia come uno stigma intorno a storici che hanno il solo torto di condurre ricerche sgradite a Pupo e Spazzali.

Ora nel tritacarne delle accuse di “negazionismo delle foibe” è finito lo stesso Pupo, perché evidentemente nell’Italia di Fedriga e Salvini, negazionista è chiunque non accetti la narrativa sul confine orientale confezionata nel 1944 dalle autorità nazifasciste e ripresa dai neofascisti nel dopoguerra. È il punto d’arrivo della linea Violante-Napolitano-Pupo: si è cominciato con lo sdoganare la vulgata nazionalpatriottica delle associazioni degli esuli, e si è finiti per legittimare le fake news nazifasciste dell’ufficio propaganda della Repubblica di Salò. La prima lezione che ne ricaviamo è che Pupo è caduto nella sua stessa trappola, come accade a tutti quelli che concedono spazio ai fascisti . La seconda è che “le-foibe” è un dispositivo di interdizione che può essere utilizzato e modulato a piacimento dal potere politico a seconda delle circostanze (lo si era visto in modo chiarissimo anche a livello nazionale in occasione del corteo antirazzista di Macerata).

Il gruppo di ricerca Nicoletta Bourbaki aveva già indovinato che la sapiente commistione di ricerca storica e tesi politiche elaborata a Trieste a partire dagli anni Novanta avrebbe finito per ripercuotersi contro i suoi stessi propugnatori. Ecco cosa scrivevamo in proposito, scorgendone l’imminente realizzazione, il 5 febbraio:

Pur non richiamando esplicitamente i negazionisti della Shoah, Pupo e Spazzali annoverarono nella categoria «negazionismo e riduzionismo» sia i comunicati partigiani jugoslavi dell’epoca che tentavano di contrastare la propaganda nazifascista, come la relazione di Anton Vratuša al CLNAI, sia coloro che più di cinquant’anni dopo intrapresero verifiche sugli elenchi dei caduti come Claudia Cernigoi. Accomunati dal tentativo di «giustificare» le foibe.
Ma queste classificazioni che si propongono di sistematizzare in maniera definitiva un canone storiografico sono in realtà facilmente rinegoziabili. Basta un niente per ritrovarsi nel gradino più basso dell’inferno. Nel 2011 uscì il libro Nel nome di Norma (Solfanelli) di Luciano Garibaldi e Rossana Mondoni che, dopo aver messo esplicitamente Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan accanto ai negazionisti della Shoah, infilava gli stessi Pupo e Spazzali in «quella storiografia che li annovera tra i cosiddetti “giustificazionisti”».

Sempre il 5 febbraio Raoul Pupo rilasciava un’intervista a Repubblica in cui, a commento dell’evento ospitato dall’ANPI di Parma il 10 febbraio, cui la mozione Camber-Ghersinich fa esplicito riferimento, definiva gli studiosi coinvolti “sedicenti storici”. Ora che la mozione del consiglio regionale del FVG si abbatte su di loro e su di lui con la stessa violenza staremo a vedere chi è il più “sedicente”. Resta impressionante che Pupo sia passato in meno di due mesi dall’emettere patentini di “negazionismo”, “riduzionismo”, “giustificazionismo” a subire il bollo di cui ha creato lo stampo. Staremo a vedere se, e attraverso quali funambolismi, gli attestati di solidarietà che seguiranno faranno una distinzione tra la sua recente e inaspettata sventura e quella degli storici bullizzati, prima che da Fedriga, da lui stesso.
In chiusura di una vicenda già così piena di contrappassi e giochi di specchi, citiamo un estratto dal “Vademecum” incriminato. Scrive Pupo, all’immancabile voce “Negazionismo”, che:

Nel caso della storia adriatica, di solito riguarda il rifiuto di alcuni interpreti di accettare l’esistenza di vicende quali le foibe e l’esodo ovvero, più frequentemente e sottilmente, di sminuirne la portata e di negarne la valenza politica.

Evidentemente la “portata” e la “valenza politica” — soprattutto la seconda, un giudizio arbitrario che non dovrebbe interessare gli storici — sono aumentate di molto negli ultimi tempi, ma qualcuno non si è adeguato abbastanza in fretta.