Appesi a un falso di (mal)sana pianta. Il caso Jolanda Crivelli

Come una foto falsa ha retroagito su un episodio storico, falsificandolo.

Il 25 novembre 2018, per la Giornata contro la violenza sulle donne, la pagina Facebook CasaPound Forlì-Cesena pubblica un post dedicato a “Iolanda”.

Il post, corredato da un ritaglio di giornale che racconta con dovizia di particolari una vicenda avvenuta a Cesena nell’immediato dopoguerra, ha avuto una trentina di condivisioni.

GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
Oggi il nostro pensiero va a tutte le donne che subiscono violenza e non solo per motivi legati al genere.
Come simbolo di questa violenza ricordiamo Iolanda.
Senza dubbio la violenza più feroce che Cesena abbia visto nell’ultimo secolo la subì proprio lei.
A guerra finita tornava a Cesena dalla madre dopo l’uccisione del fidanzato a seguito di un agguato.
Iolanda è stata catturata dai partigiani, pestata a calci e pugni provocandone la perdita del bambino che portava in grembo, trascinata per le vie del centro di Cesena veniva insultata e ricoperta di sputi.
Poi fu portata alla Rocca, appesa per i piedi e di nuovo pestata con bastoni.
Iolanda morì col ventre sfondato e il suo corpo rimase appeso 3 giorni alla Rocca (così riportarono 2 testimoni , sui testi scritti dicono 24 ore).
Aveva 20 anni.
Nessuno la ricorda, in pochi conoscono la sua storia e di certo c’è chi non ha mai voluto raccontarla ai propri figli.
Non esiste perdono, rimane solo la vergogna.

La fonte dell’articolo non è indicata, ma chi si sia interessato alla vicenda può facilmente riconoscerla: si tratta della prima pagina dell’«Ultima crociata» (numero 5, anno 2007), l’organo di stampa dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della RSI, reperibile online sul sito della rivista.

Dell’episodio è possibile trovare online diverse versioni, a partire dall’articolo Assassinii di cesenati ad opera dei partigiani 1945/46 di Piero Pasini (che secondo il sito italia-rsi.it sarebbe apparso su «L’ultima crociata», numero 1, anno 1999), passando per la versione di Giampaolo Pansa del 2003 nel celebre Sangue dei vinti, fino ad arrivare a due versioni riportate dalla rivista online «Il Secolo d’Italia» e che risalgono al 2017.

Un elemento attira l’attenzione, in questo filo di narrazioni: il nome della vittima non è mai lo stesso. Da Aurada Gridelli è gradualmente passato a Jolanda e Iolanda Crivelli.

Non è l’unico elemento che colpisce.

Nel ricordo di CasaPound Forlì-Cesena si dice che «Iolanda […] fu […] appesa per i piedi e di nuovo pestata con bastoni» e che «il suo corpo rimase appeso 3 giorni alla Rocca (così riportarono 2 testimoni, sui testi scritti dicono 24 ore)».

Un salto davvero notevole dall’articolo di Piero Pasini del 1999, in cui una testimone oculare dichiara: «Una giovane donna giaceva supina sull’erba […] Era crivellata da minuscole ferite, come se le avessero sparato anche con pallini da caccia».

Dunque, la prima fonte parla di una donna distesa sull’erba, crivellata da minuscole ferite, mentre la seconda di una donna appesa per i piedi e pestata con dei bastoni. Cosa è accaduto, tra questi due (apparenti) resoconti?

Leggiamo ora i due articoli (leggibili per intero qui e qui) apparsi sulla rivista online «Il Secolo d’Italia».

Il primo, del 27 aprile 2017, è corredato dall’immagine di una donna, nuda, appesa per un piede a un albero con una corda, e titola Jolanda Crivelli, uccisa dai partigiani e lasciata giorni appesa a un albero. Teniamo in mente questa immagine. Ci appare orrenda, associata al titolo.

Il testo dell’articolo aggiunge orrore a orrore: il denudamento, la violenza sessuale e l’esposizione del cadavere. Descrive l’articolo:

«Percossa a sangue, torturata, verosimilmente violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti».

Come possiamo notare, il titolo e la foto modificano alcuni elementi del testo. La donna legata a un albero davanti alla prigione, fucilata e lasciata esposta “diventa” una donna appesa a un albero in quello che ha tutta l’apparenza di un bosco.

(tratta da Il Blog di David Puente)

Arriviamo al secondo articolo pubblicato dal «Secolo d’Italia» pochi giorni dopo, il 12 maggio 2017. Qui ogni dubbio circa la violenza sessuale è rimosso e si specificano ulteriori dettagli sulla modalità e sulla durata dell’esposizione:

«Jolanda Crivelli, la giovane ventenne rapita, percossa a sangue, violentata, assassinata e lasciata appesa per un piede a un albero per due giorni a Cesena solo perché moglie di un combattente della Repubblica Sociale».

Appesa per un piede a un albero. Esattamente come l’immagine proposta nell’articolo del 27 aprile 2017.

Sembrerebbe dunque che l’immagine ritragga il supplizio di quella donna. Nei mesi successivi alla pubblicazione, in effetti, viene diffusa sui social come tale, fino ad arrivare al post del 25 novembre 2018 sulla pagina di CasaPound Forlì Cesena che senza neanche condividere l’immagine ne racconta il soggetto chiamando in causa anche dei testimoni.

Ma qual è l’origine di quella foto? Chi è la persona lì ritratta? Dov’è? Chi ha scattato quella foto?

È sufficiente una ricerca su google immagini per risalire al fotogramma di una performance del 2015 ad opera dell’artista norvegese Hilde Krohn Huse, dal titolo Hanging in the Woods.

Qualcuno ha dunque rimosso i colori dell’immagine originale, l’ha ritagliata, le ha attribuito un nuovo contesto, dando così una nuova svolta alla vicenda di Aurada Gridelli/Jolanda Crivelli.

Fotogramma della performance

A completare il quadro, ecco come l’archivio ICA (Institute of Contemporary Arts) descrive l’opera:

L’opera di Hilde Krohn Huse è centrata sull’intenzione, la rappresentazione e il fraintendimento [misinterpretation]… Krohn Huse lavora su come ci viene presentata l’informazione e su come quest’ultima possa essere alterata a seconda di chi la manda, della fonte di provenienza e di come lo spettatore la interpreta. [Traduzione nostra]

In questa vicenda, dunque, un’immagine ha modificato la versione di un episodio storico, che ora sembra fissato come se solo la foto fosse sbagliata. «Non avevano una foto “originale”, e così ne hanno utilizzata una che poteva ricordare la vicenda»: così pare di capire dai commenti circolati in questi giorni. Ma, in realtà, una volta smontata la foto, anche il resoconto cade, come i pezzi di un domino. Per raccontare la vicenda di questa donna occorre ora ricominciare da capo, fin dal suo nome.


Aggiornamento.

Ci hanno segnalato che l’anno scorso l’ANPI nazionale, sulla sua pagina Facebook, ha denunciato la non attinenza della foto. Eppure, quest’ultima ha continuato a circolare, fino all’exploit dei giorni scorsi. Il nostro lavoro di smontaggio non è consistito solo nel tracciare l’origine della foto. A partire da lì, abbiamo voluto spiegare come alcuni dettagli della storia stessa, della quale si sa molto poco, siano stati inventati di recente, per adattare la narrazione all’immagine. Consideriamo, dunque, la foto (come ogni foto) una fonte, che va interrogata insieme al suo contesto e ai suoi usi.