Gasparri, è lei?

Mieli insidia il primato di Gasparri nella categoria “sparate sulle foibe”

Nel febbraio del 2004, intervistato alla trasmissione “3131” di Radio 2 per parlare del Giorno del ricordo la cui istituzione veniva discussa in Parlamento proprio in quei giorni, Maurizio Gasparri, allora ministro delle telecomunicazioni, se ne usciva con una sparata che sarebbe rimasta nella leggenda: il numero complessivo degli infoibati sarebbe stato di un milione (numero pari all’intera popolazione della Venezia Giulia, che nel censimento del 1936 ammontava a 1.001.719 persone). Una cifra del genere significherebbe che l’intera popolazione di Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, di tutta l’Istria, di tutta l’attuale Slovenia occidentale e di tutta la Bisiacaria (il territorio tra Isonzo e Timavo) sarebbe stata gettata nelle foibe. A parte il fatto che il numero di abissi carsici non sarebbe nemmeno in grado di contenere un numero così abnorme di corpi, ciò che stupisce è la nonchalance con cui una castroneria del genere sia stata perdonata al suo autore, che, da ricerche su web, sembra non aver mai preso le distanze dalla sua iperbolica affermazione.

Lo sfondone di Gasparri, tuttavia, è stato solo il più numericamente consistente di una serie di cifre sparate più o meno a caso che continuano a susseguirsi nella storia del “confine orientale” (brutto termine, perché implica un al di qua e al di là del confine: sarebbe più corretto definirlo “Alto Adriatico”).

Al secondo posto della classifica delle sparate sulle foibe entra di diritto Paolo Mieli. Nello speciale di “La Grande storia” andato in onda il 10 febbraio 2019, l’ “esimio” storico parla di migliaia di italiani “buttati lì [nelle foibe] da nemici politici in un progetto di pulizia etnica”. Confrontando però l’introduzione di Mieli con quella dell’altr’anno, trasmessa il 27 gennaio 2018, ci si trova di fronte ad un copia-incolla piuttosto curioso: l’intervento di Mieli infatti è lo stesso (stesse parole, stesso abbigliamento, stesso sfondo), ma è stato effettuato un pietoso intervento di montaggio di stile vagamente sovietico a nascondere uno strafalcione storico di portata immensa, dato che nella versione del 2018 Mieli proseguiva fino ad estendere la congettura sul numero degli infoibati a “forse decine di migliaia, o addirittura centinaia di migliaia”.

Il frammento de La Grande Storia

Se la cifra iperbolica di Gasparri può trovare delle deboli giustificazioni nell’impreparazione dell’ex ministro (fa il politico, può non essere sufficientemente informato sull’argomento ed è proprio della politica alterare la realtà quando questo può portare ad un vantaggio strategico), imperdonabile risulta invece la sparata di Paolo Mieli, laureato in storia, conduttore del programma storico forse più visto in Italia. Dall’ex direttore del maggior quotidiano italiano ci saremmo attesi una maggior capacità di discernimento e di analisi e non la ripetizione acritica di luoghi comuni che vengono peraltro smentiti anche dallo stesso documentario di cui lo sfondone di Mieli è l’introduzione.

Viene da chiedersi a questo punto se la clamorosa sparata di Mieli vada attribuita ad ignoranza (il che per uno storico è gravissimo), oppure a malafede (e a questo punto non sappiamo quale delle due opzioni sia la peggiore).

Ma andiamo con ordine ed esaminiamo l’intera frase di Mieli e in che contesto lo storico più mainstream d’Italia ha inserito questa esagerazione. Troveremo numerose altre imprecisioni decisamente imbarazzanti.

“Le foibe sono delle grotte, delle caverne carsiche, dove degli italiani — innocenti — furono sepolti vivi e lì giacquero per sempre, senza che si sapesse con esattezza il nome e la quantità. Sappiamo che sono migliaia e furono buttati lì da nemici politici in un progetto di pulizia etnica; migliaia, forse decine di migliaia, o addirittura centinaia di migliaia, non lo sapremo mai con esattezza, ma sappiamo che quell’orrore si consumò per mesi e forse per anni”.

Inesattezza numero 1: “Le foibe sono delle grotte, delle caverne carsiche”

Errore veniale, non ne terremo conto nel giudizio finale, dato che si tratta di un argomento che ha più a che fare con la geologia che con la storia: le foibe sono sì delle grotte, ma definirle caverne non aiuta a capirne la struttura e nemmeno l’uso che ne venne fatto. Si tratta infatti di inghiottitoi che l’acqua scava verticalmente nel terreno calcareo, dunque grotte verticali, solitamente molto profonde: in pratica pozzi naturali generalmente del diametro di pochi metri. Il termine caverna è dunque fuorviante, dato che nell’accezione comune una caverna è generalmente immaginata come una grotta ampia, larga e profonda e dove, dunque, può essere gettato un numero enorme di cadaveri.

Errore numero 2: “dove degli italiani — innocenti…”

In realtà basta andare a vedere i resoconti dei recuperi dei cadaveri per capire che anche in questo caso Mieli non è corretto. Una frase del genere implica che a nessuno degli uccisi venissero imputati dei crimini. In Istria nel ’43 le vittime, nella gran parte dei casi, erano identificate a torto o a ragione con il potere costituito (dunque fascista). Dalle foibe del Carso triestino furono invece recuperati i cadaveri di agenti dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza (un reparto costituito appositamente per la repressione di attività antifasciste e partigiane che si macchiò di crimini feroci, che fece uso sistematico della tortura e che fu responsabile dell’uccisione di numerosi civili sloveni nel corso di raid antipartigiani nei paesi del Carso), di agenti della polizia penitenziaria responsabili di deportazioni verso la Germania, di delatori, di militari che parteciparono a rastrellamenti di civili.

La frase di Mieli è inoltre fuorviante anche per un altro motivo: dà infatti l’impressione che nelle foibe ci siano solo italiani, quando invece da esse venne estratto un numero considerevole (forse più alto degli stessi italiani) di soldati tedeschi sepolti frettolosamente nelle foibe dopo azioni di guerra. Inoltre dagli abissi carsici furono recuperati anche i corpi di diversi sloveni, probabilmente gettati nelle foibe in quanto collaborazionisti di fascisti e tedeschi.

Errore numero 3: “– furono sepolti vivi”

L’espressione è sconvolgente, dà una sensazione di orrore che è ben poco adatta a spiegare il discorso storico con la necessaria lucidità, facendolo invece scivolare nel campo dell’emozione anziché in quello dell’analisi dei fatti. Ci sono racconti di persone spinte vive nelle foibe e in alcuni casi l’esame dei resti non evidenziò colpi di arma da fuoco. La fucilazione prima della liquidazione del cadavere ha però costituito la norma, per cui l’espressione è fuorviante in quanto fa ritenere che tutti gli infoibati vennero uccisi facendoli precipitare negli abissi.

Errore numero 4: “e lì giacquero per sempre.”

Anche quest’espressione, anziché mantenere il livello del discorso sulla scientificità storica, serve a spostare il discorso sul piano emozionale, puntando al compatimento delle povere vittime abbandonate per sempre sul fondo della foiba.

Come già spiegato i cadaveri degli infoibati nelle foibe istriane del ’43 furono per lo più recuperati dai tedeschi che nel frattempo avevano occupato il territorio e pianificarono l’utilizzo delle riesumazioni a fini propagandistici, mentre quelli delle foibe triestine del ’45 vennero recuperati dagli Alleati.

Errore numero 5: “senza che si sapesse con esattezza il nome e la quantità.”

In realtà esistono vari elenchi nominativi degli scomparsi: dopo la guerra sia le autorità alleate, sia associazioni di vario genere, sia la Croce rossa compilarono liste di persone che non davano più notizie di sé. Venivano richieste informazioni su familiari, vicini di casa, amici, commilitoni. Spesso si trattava di militari, dunque non necessariamente persone residenti nella Venezia Giulia e tantomeno necessariamente uccisi dagli “slavi”. Nel corso degli anni a numerosi di questi casi è stata data una risposta: ci sono stati diversi “scomparsi” che in realtà se n’erano semplicemente andati dalla Venezia Giulia, magari erano ritornati al proprio paese d’origine o erano emigrati altrove e negli anni ’80 e ’90 erano ancora vivi. Altri che si scoprì essere morti in combattimento in altri teatri di guerra, altri ancora entrati nelle file partigiane e uccisi dai tedeschi, e così via. Questa scrematura sui singoli individui, portata avanti minuziosamente e con accurate quanto sfiancanti ricerche da alcuni istituti storici italiani e sloveni e da singoli studiosi italiani, sloveni e croati ha portato a fissare (per il momento) il numero complessivo degli scomparsi in 498 nella provincia di Trieste, 670 tra Fiume e Istria, 332 nell’attuale provincia di Gorizia, 901 in quella passata alla Jugoslavia, dunque un numero complessivo attorno alle 2.500 persone in tutta la Venezia Giulia. Purtroppo questo metodo, che a nostro avviso è l’unico che possa dare risultati di un seppur minimo di valore scientifico, è totalmente snobbato da molti storici anche accademici che preferiscono parlare di “ordine di grandezza” delle vittime anziché cercare di stabilirne la cifra più vicina alla realtà o un tetto massimo al numero di uccisioni.

Errore numero 6: “ma sappiamo che quell’orrore si consumò per mesi e forse per anni”.

Per poter chiudere ad effetto questo articolo, ci permettiamo una piccola inversione che, però, non altera minimamente il senso complessivo del discorso di Mieli, analizzandone ora l’ultima frase.

I fatti delle delle foibe ebbero una durata limitatissima: poco più di una settimana nel ’43 in Istria e al massimo quaranta giorni a Trieste, tanto durò l’occupazione jugoslava. A meno che Mieli non intenda come “quell’orrore” anche la vicenda dei prigionieri di guerra deportati in Jugoslavia, ma allora avrebbe dovuto specificare nell’introduzione la differenza tra infoibamenti e deportazioni, cosa che si è ben guardato dal fare.

Errore numero 7: “Sappiamo che furono migliaia e che furono buttati lì da nemici politici in un progetto di pulizia etnica;”

Per spiegare dove Mieli sbaglia bisogna fare un po’ di analisi storica: nel settembre del ’43, in seguito alla fuga del re e del primo ministro Badoglio, lo stato italiano si dissolse in un caos privo di riferimenti, causando una situazione di anarchia totale. In questa totale vacanza di autorità, molti di coloro che avevano subito per decenni le angherie del fascismo trovarono l’occasione di farsi giustizia da sé e di far pagare i colpevoli dei torti subìti. La popolazione slovena e croata da venticinque anni era stata sottoposta ad una snazionalizzazione forzata, spesso accompagnata da gravi atti di violenza, che aveva costretto la popolazione a smettere di utilizzare la propria lingua, ad italianizzarsi (cambiando nomi e cognomi) oppure ad emigrare (si calcola che tra le due guerre furono attorno ai 100.000 gli abitanti della Venezia Giulia costretti ad andarsene altrove). La reazione in Istria nel settembre del ’43 fu feroce: si verificò una sorta di rivolta popolare contro chi, giustamente o meno, era identificato con il potere. Molte delle vittime furono gettate nelle foibe. Fu una sollevazione anarchica, molto simile alle rivolte contadine del medioevo, quando i villici, esasperati da secoli di sfruttamento, insorgevano contro i feudatari o contro il clero, cioè contro chi deteneva il potere. La maggioranza delle vittime fu italiana non perché la rivolta fosse contro gli italiani, ma perché nella struttura sociale istriana la classe dirigente era italiana (dato che il fascismo aveva costretto la borghesia croata ad italianizzarsi se voleva mantenere il proprio ruolo sociale).

Non ci fu alcun progetto di pulizia etnica (e questo è confermato anche da storici mainstream come Raoul Pupo), non esiste alcun documento che testimoni la volontà politica di eliminare gli italiani, né nella rivolta del ’43, né più tardi, quando l’esercito jugoslavo raggiunse Trieste. In maniera grottesca la tesi della pulizia etnica sostenuta da Mieli viene smentita due volte dallo stesso documentario che sta presentando: al minuto 22.08 della trasmissione del 2018 viene citato l’ordine di Kardelj (il vice di Tito) “Epurare subito, però non sulla base della nazionalità, ma del fascismo”; al minuto 28.20 si afferma “Le stragi, le foibe, risponderebbero ad una strategia politica più che ad una strategia etnica.”

Se di pulizia etnica si fosse trattato il numero delle vittime non sarebbe stato così basso: per eliminare la presenza italiana sarebbe stata necessaria una ben altra quantità di morti (fatto che effettivamente si verificò in altre zone della Jugoslavia, dove a fine guerra fu sterminato un numero di oppositori politici così alto da non essere assolutamente comparabile con le vittime della Venezia Giulia). Se poi si considera che uno degli obiettivi di Tito era annettere Trieste per farne la settima repubblica jugoslava, con il riconoscimento dei diritti nazionali degli italiani, l’appoggio della classe operaia italiana cittadina sarebbe venuto sicuramente a mancare nel caso di una liquidazione della popolazione italiana, rendendo dunque molto più difficoltose le rivendicazioni jugoslave sulla città.

Errore numero 8: “migliaia, forse decine di migliaia, o addirittura centinaia di migliaia,”

Questo è lo sfondone che a nostro avviso scredita definitivamente la credibilità di Mieli in tema di foibe.

Dalle foibe istriane vennero recuperati poco più di 200 vittime, altre 19 furono uccise in mare. Un calcolo degli scomparsi nei disordini del ’43 in Istria porta una cifra complessiva di circa 500 morti. Nelle “foibe triestine” furono recuperati 162 corpi. Anche considerando tutti gli scomparsi istriani come infoibati non si raggiungono le mille unità. È vero che a livello di dibattito pubblico si è diffusa la pratica di considerare “infoibati” tutti gli scomparsi dalla Venezia Giulia, ma fare confusione su questo aspetto non è accettabile da uno come Mieli. In realtà, infatti, la maggior parte delle persone scomparse tra il ’43 e il ’45 nell’Alto Adriatico furono prigionieri di guerra catturati dall’esercito jugoslavo alla fine della guerra e internati in Jugoslavia. Da qui la gran parte fece ritorno dopo alcuni mesi, mentre alcuni morirono in varie circostanze. Come già si è visto, il numero totale delle vittime può essere stabilito con una discreta approssimazione, e non si tratta di decine di migliaia o addirittura centinaia di migliaia: in questo Mieli conferma la sua totale incompetenza a riguardo (addirittura smentendo il documentario che in modo abbastanza obiettivo — relativamente alle cifre — riporta le varie ipotesi che oscillano tra poche centinaia e 20.000 vittime). Recentemente la storica slovena Urška Lampe ha reperito un documento ufficiale del 1959 nel quale il Commissario generale del Governo per il Territorio di Trieste Giovanni Palamara, a coronamento di un’indagine effettuata dal governo italiano in proposito, comunicava a Roma che il risultato finale del confronto tra le varie liste di uccisi e dispersi compilate fino a quel momento portava al numero complessivo di 2627 persone tra “morti per varie cause dopo l’arresto” e “deportati dei quali non si è più avuta alcuna notizia”, il che conferma sostanzialmente le cifre ottenute con l’analisi nominativa degli scomparsi. Nella missiva non è chiaramente specificato se nella cifra siano compresi o no le vittime istriane, ma anche ammettendo che non lo siano, incrociando i dati individuali e il numero di uccisi nelle foibe del ’43, ci sembra molto difficile che il numero complessivo dei morti possa superare le 3.500–4.000 unità.

Come riesca Mieli a congetturare “addirittura centinaia di migliaia” di morti resta un mistero.

Una frase condivisibile espressa da Mieli: La vicenda delle foibe

“è uno degli esempi in cui la politica intossica la storia. Per fortuna queste tossine poi col tempo si esauriscono e la storia vera torna fuori”.

Per questo il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki si occupa già da anni di questa vicenda, che rappresenta effettivamente, tra manipolazioni, esagerazioni, forzature interpretative e format televisivi tagliati-e-incollati “uno degli esempi in cui la politica intossica la storia”. Continueremo a perseguire questo obiettivo: il meglio deve ancora venire.

Un ringraziamento speciale a Vico Zanetti che ci ha segnalato la trasmissione e la frase incriminata di Mieli!